Non solo alpeggi. Nell' “Inganno” di Lilli Gruber c'è un pezzo di storia italiana

Adriano Sofri

Un libro con tanti meriti ma che desta qualche perplessità 

Forse, in buon ritardo, la narrativa italiana ha trovato un filone sudtirolese-altoatesino, nipote dell’incanto della Vienna fine di secolo di una o due generazioni fa. Forse a inaugurarlo fu quell’Amore mio, uccidi Garibaldi di Isabella Bossi Fedrigotti (1980), che trattava del 1866, ma già dal titolo preparava a notizie sconcertanti, come quella che non solo nel Sudtirolo, ma anche nel Trentino del secondo dopoguerra la maggioranza della gente avrebbe voluto l’annessione all’Austria. Il nuovo libro di Lilli Gruber, Inganno (Rizzoli), farà conoscere a un gran numero di “italiani”, grazie al prestigio dell’autrice, la storia di una fase del terrorismo/lotta di liberazione sudtirolese, quella che va dalla fine degli anni 50 alla fine dei 60. Gruber combina storia e romanzo: “Tre ragazzi, il Sudtirolo in fiamme, i segreti della Guerra fredda”, così il sottotitolo. Si apre con la scena madre di Sigmundskron-Castel Firmiano, 1957, dove fra 30 e 40 mila persone – su 300 mila! – si radunarono per ascoltare Silvius Magnago, i più ansiosi di sentirgli pronunciare la parola d’ordine indipendentista, “Los von Rom”, via da Roma.

 

Lui pronunciò l’altra, “Los von Trient”, via da Trento, che voleva dire la rinuncia all’annessione austriaca in cambio della divisione in due della provincia. Chi si diletti di confronti stilistici può leggere la stessa scena in apertura di Eva dorme di Francesca Melandri. In Gruber prevale, direi, l’interesse documentario, e i personaggi della sua trama romanzesca sono teatralmente stretti a figurare ciascuno una delle parti, i giocati e i giocatori. Ai secondi, soprattutto “l’americano” e il poliziotto italiano, si attribuisce una regia pressoché inesorabile degli eventi. Il terrorismo in Alto Adige ebbe fasi diverse, che Gruber ha ripercorso: una più locale, cattolica, contadina e piccolo-borghese, di attentati dimostrativi accompagnati da una forte simpatia popolare e repressi duramente dall’apparato scelbiano.

 

Tra il 1962 e il 1967, il periodo centrale nel libro, gli attentati si fanno sanguinosi, la simpatia popolare viene meno, sono all’opera forze esterne, nazisti tedeschi e austriaci, agenti e provocatori italiani. Alla fine, col “pacchetto di autonomia”, l’attivismo terrorista si esaurisce, e intanto ha allenato alcuni attori della strategia della tensione sulla scala nazionale italiana. Tra il 1978 e il 1986 ci sarà una ripresa di attentati contro il “pacchetto”, connotati ora dalla matrice etnica, “italiani” contro “tirolesi”: uno dei risultati sarà il rigonfiamento delle adesioni al Msi (oggi nel consiglio comunale di Bolzano CasaPound ha tre seggi) e all’opposto di formazioni separatiste, nazionaliste o schiettamente neonaziste.

 

Una recrudescenza di attentati si registra negli ultimi anni 80, con una insistita rivendicazione etnica e una vistosa qualità provocatoria, in cui hanno un peso peculiare ambienti militari. Il libro di Gruber oltre a intrecciare le vicende dei suoi personaggi ai risultati delle ricerche storiche ormai ricche, sottolinea due aspetti particolari. Il primo, il ruolo tenuto dall’installazione di depositi nucleari della Nato, operati da militari americani, nel Südtirol/Alto Adige, la regione dalla quale – dal Brennero – oltre che dal confine orientale con Slovenia e Croazia, sarebbe potuta venire l’invasione sovietica.

 

Il terrorismo tirolese avrebbe dunque offerto il pretesto alla militarizzazione della regione da parte dello stato italiano. Inoltre Gruber, che ha intervistato molti protagonisti di quella stagione, ha avuto il privilegio, dice, di vedere “in anteprima” alcune delle carte, quelle riguardanti il Sudtirolo, dello sterminato archivio di Silvano Russomanno, rinvenuto rocambolescamente nel 1996 – il deposito discarica della Via Appia. Scrive Gruber: “Un nome collega il decennio delle bombe sudtirolesi e gli Anni di Piombo: Silvano Russomanno. /…/ Russomanno è stato testimone privilegiato di tutti i segreti più cupi d’Italia, a cominciare dalla strage di piazza Fontana del 1969”. (Quanto a quest’ultima, solo a metà degli anni 90 si è appreso che Russomanno, braccio destro – destro – del famigerato D’Amato, e la sua squadra, erano nella questura di Milano quando Pinelli fu interrogato e defenestrato).

 

In effetti, libri come questo non hanno solo il merito di far conoscere a tanti italiani la storia di una mezza regione esotica, di alpeggi e tralicci saltati e gerani e Schützen con le piume di gallo cedrone, per sapere meglio dove mettere i piedi nella bella vacanza. Servono anche a connettere quel concentrato laboratorio di trame ciniche di potenze grandi e medie e di aspirazioni fanatiche e sincere di persone travolte da un luogo di nascita e un dialetto, con la cosiddetta strategia della tensione che infierì sull’Italia delle lotte sociali e civili, dei golpe tentati o minacciati, delle stragi compiute, dei terrorismi opposti. Non so se a quella e questa storia sia appropriato dare il titolo Inganno, che taglia la complessità e la torbida complicazione delle cose nella sola direzione della manipolazione. Per esempio, non ammetterei quel titolo per un libro su Aldo Moro. Non che vi mancassero le manipolazioni, i cinismi, i dirottamenti, i depistaggi: ma vi si sovrapposero.

 

Ecco la mia perplessità maggiore: c’è un personaggio nel libro di Gruber, il poliziotto italiano, “Umberto”, uno che non arretra di fronte al regolamento che impone di battere il male con il male, e anche con un male maggiore, e tuttavia uno cui va, se non m’inganno, una simpatia umana speciale, per il suo passato, per la sua amarezza, per la premura di risparmiare i piccoli nemici, per l’amore solo immaginato alla creatura femminile più bella e incolpevole e infelice, Katharina. Ora, vedo che l’“Umberto” viene identificato da qualche lettore – sia pure con la distanza che la letteratura mette fra sé e la realtà – con Silvano Russomanno. Mi auguro che non sia stato così per l’autrice.