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La letteratura italiana di oggi: più scrive male e friendly e più pretende di fare la morale

Approssimazioni stilistiche e ambizioni sociali. Un saggio

2 Settembre 2018 alle 06:14

La letteratura italiana di oggi: più scrive male e friendly e più pretende di fare la morale

Federico Moccia (foto Imagoeconomica)

Presto per leggere Moccia sarà necessario un apparato di note, sostiene Gianluigi Simonetti, docente di letteratura italiana contemporanea all’Aquila: troppi riferimenti alla cultura pop effimera per sperare che il lettore del futuro sia in grado di capire qualcosa di “Tre metri sopra il cielo” o di “Scusa ma ti chiamo amore”. Scoprire che un testo così semplice – scritto anzi al precipuo scopo di risultare il più semplice possibile – diventi incomprensibile se considerato sub specie aeternitatis dà la misura dell’operazione che Simonetti ha praticato nel corposo saggio “La letteratura circostante” (Il Mulino): leggere gli scrittori italiani di oggi collocandoli in diretta nella storia della letteratura, considerando la prospettiva del tempo che si sedimenterà sulle loro opere per coglierne le ricadute. Né deve sorprendere che la ricerca muova da libri comunemente ritenuti brutti, o quanto meno destinati a intrattenimento triviale, poiché la letteratura è fatta soprattutto di prodotti scadenti fra cui spiccano pochi capolavori dilazionati nei secoli.

 

Il saggio accetta comunque la distinzione fra due tipi di letteratura: una elevata, “totalizzante e quasi ascetica”, la grande letteratura consapevole del canone che ambisce a plasmare le coscienze sottoponendo il lettore a un procedimento anche accidentato di conoscenza e controversia; una più bassa ed estranea alla tradizione, più empatica ma dotata di “approssimazione stilistica, incerta padronanza formale, scarsa coerenza strutturale e logica”. Simonetti individua negli anni 80 – quando Tondelli prese a parlare di “spazio emozionale” come criterio dell’efficacia di un testo – il rivoluzionamento del ruolo dello scrittore, il cui valore è determinato dal favore del pubblico e il cui successo dipende dall’identità anziché dallo stile. Diventa anzi preferibile che lo scrittore sia estraneo agli scaffali delle biblioteche e dia l’idea che scrivere sia un nobile passatempo, così da nobilitare altresì il tempo discontinuo e occasionale che il lettore medio gli dedica.

 

Leggendo Simonetti ci si accorge a un tratto che la cifra della letteratura italiana contemporanea consiste nell’aver gettato un ponte fra queste due letterature tradizionalmente separate: all’approssimazione stilistica di quella bassa corrisponde l’ambizione morale di quella alta, mentre il servilismo che gli scrittori riservano ai follower o al proprio entourage – ben incarnato dall’iperattività sui social e dalla lunghezza spropositata dei ringraziamenti – dimostra che prevale ancora in Italia lo scrittore cortigiano, solo ha sostituito la massa al principe da ingraziarsi. Non è una predica passatista sull’ignoranza come segreto del successo editoriale dinanzi a un pubblico di analfabeti funzionali. Si tratta piuttosto di comprendere quale testimonianza l’attuale letteratura italiana lascerà ai posteri riguardo a come ci rapportiamo ai poli opposti di desiderio e morale, ovvero ai sentimenti e ai valori.

 

Anzitutto, la letteratura italiana di oggi è sintomo di una società che rifiuta responsabilità e ragione. A tutti i suoi livelli la narrativa spiega i meccanismi delle trame ricorrendo al delirio (personaggi disfunzionali hanno grande presa su un’età compiaciuta dei propri traumi) e del destino, raffigurato soprattutto dall’amore come forza che trasporta personaggi senza che ne comprendano i motivi. Gli autori di bestseller, i Volo e i Moccia, fondano il proprio successo sulla mancata esplorazione di quest’incomprensibilità, che blandisce la tendenza collettiva all’insensatezza ammantandola di vuote parole giustificatorie. L’ideale libertà dell’amore – un buco nero che cerca di far coesistere il desiderio di essere individui irriducibili e quello di trovare soddisfazione nella vita di coppia, come nei romanzi erotici a lieto fine di Melissa P. – è la principale spia della paraletteratura, che si manifesta anche per mezzo dell’adesione sentimentale a valori largamente digeriti dalla massa e quindi acritici. I nonni antifascisti di Gramellini, i lavoratori vessati della Avallone, i prof comprensivi e complici di D’Avenia sono tutti finalizzati a creare nel lettore una “illusione di profondità”.

 

L’altro criterio che Tondelli individuava per valutare la qualità letteraria era “cercare la verità”. Al bisogno di vero nella narrazione si accompagna un ritorno dell’impegno pubblico dell’autore. Ciò comporta la costante di opere in cui autore e narratore si sovrappongono – benissimo in Siti e Piccolo o malaccio in Gramellini e, boh, Alba Parietti – per offrire testimonianza credibile alla realtà che viene raccontata. Solo che, mentre uno scrittore vero finge di non star fingendo, uno scrittore di consumo ritiene quest’ostensione documentaria necessaria alla ricaduta sociale della letteratura. Come sempre, la spia è il lessico. Tanto più uno scrittore cercherà di utilizzare stilemi e sintassi il cui obiettivo è dare un senso di realtà ai fatti in presa diretta, tanto più ambirà a scrivere letteratura “migliore”, nel senso di più etica, volta a un progresso morale del lettore. Il modo in cui i romanzi su delinquenza, terrorismo, violenza domestica e similari trattano il lettore è lo stesso del padrone che prende il gatto per la collottola e gli ficca il muso nella pipì affinché la faccia altrove. “Temi come flessibilità e mafia”, scrive Simonetti, “sollecitano prese di posizione secche, moralistiche; buttate in una costruzione letteraria povera di mediazioni figurali e sovrasensi rischiano di esaurire nello schema dell’indignazione il proprio potenziale narrativo”.

 

Ciò vale per entrambe le forze opposte che spingono un autore all’autocensura: correttezza politica da un lato, provocazione forzata dall’altro. In entrambi i casi si contravviene al principio antirepressivo della letteratura costringendosi a scrivere supinamente allineati alla parte delle vittime (siano essi miseri immigrati oppure teocon censurati nelle università americane) perché è il modo più facile di farsi dare ragione dal pubblico, quindi di garantirsi successo. Scrivere per stare dalla parte giusta è l’ambizione dei cortigiani, che in Italia vanno per la maggiore grazie a due circostanze strutturali favorevoli. Anzitutto la prosa morale viene recepita come prosa d’evasione: consente al lettore di districarsi per un’oretta dalla mediocrità borghese venendo a contatto col male per mezzo della solida mediazione di chi ha sempre ragione; un po’ come i vecchi romanzi rosa garantivano alle zitelle di palpitare senza correre rischi. Inoltre la letteratura moralistica, ai suoi vari livelli, è letteratura di categoria tanto quanto quella prodotta da autori-personaggi tv, autori-cuochi, autori-calciatori, autori insomma che si rivolgono a una fetta di lettori facili all’immedesimazione e scarsamente permeabili dalle idee altrui. Il segreto del successo degli scrittori che hanno sempre ragione è identico a quello dei libri delle celebrità: sta nel pubblico, illuso che lo scrittore di categoria sia uno scrittore vero perché lo sente simile a sé e trascina, per mezzo di un’adesione emotiva, la letteratura alla portata di tutti.

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