Tra Maigret e Dio

Edoardo Rialti

Delitti, totem e tabù, colpa e vergogna. Le riflessioni sul giallo di Sciascia, conquistato dal celebre commissario di Simenon

Le regole sono fatte per essere infrante, anche nella letteratura di genere. Ogniqualvolta una costruzione teorica pare stabilita in tutti i suoi aspetti, c’è sempre qualcuno che sa individuare le crepe, le zona d’ombra. Ed è proprio lì che la sua attenzione e curiosità puntano lo sguardo. Nel 1928 Van Dine, stendendo una serie di personali comandamenti-regole sul giallo, affermava che “ci dev’essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore, ma l’intera responsabilità deve gravare su un unico capro espiatorio”. Le indagini poliziesche nei romanzi di Sciascia costituiscono un esplicito contraltare a questa orizzonte immaginativo. Da Il giorno della civetta a Todo modo, parafrasando Rebora, non solo “l’atto è un pretesto”, ma persino l’agente. A ciascuno il suo addirittura si apre con una citazione da Poe (“Ma non crediate che io stia per svelare un mistero o per scrivere un romanzo”) che, in un gioco di specchi, avverte il lettore. Il giallo che si appresta a leggere non è semplicemente un giallo. Ben oltre l’individuazione e l’arresto del colpevole, Sciascia aspira a scrutare e investigare un ambiente, un clima di colpevolezza condivisa.

 

Per questo, intervistato da un giornalista che lo definiva lo Sherlock Holmes della letteratura italiana, Sciascia rispondeva che “Sherlock Holmes è troppo, troppo rigoroso, troppo tecnico. In compenso, però, mi pare di avere qualche tratto di Maigret; il colpevole non mi interessa, ma mi interessa invece studiare una situazione, un “contesto”. E poi, come dice Simenon, Maigret è un tipo che sbircia sempre un po’ nel futuro”. E’ la medesima consapevolezza che lo aveva portato ad affermare altrove che “Maigret è non soltanto un personaggio, ma un modo di scrivere, una concezione dello scrivere”. Le sue riflessioni sul poliziesco sono adesso raccolte in un bel volume (Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Adelphi, a cura di Paolo Squillacioti, 191 pp., 13 euro) che ripercorrono la storia del genere stesso, con una serie d’intuizioni sottili sui singoli autori e le dinamiche complessive di questo tipo di narrazione moderna e contemporanea.

 

Oggi non c’è ateneo italiano in cui non si analizzino Fruttero e Lucentini o Camilleri, ma non era certamente così nel dopoguerra, nonostante il grande successo del poliziesco nazionale e internazionale. Mondadori aveva creato i “Gialli” già sul finire degli anni Venti, e il fascismo aveva applicato griglie (i criminali dovevano essere sempre stranieri) e censure (dopo una

Maigret, diceva lo scrittore siciliano, è non solo un personaggio, ma un modo di scrivere, una concezione dello scrivere

rapina a opera di due giovinastri che sostenevano di essere stati “istigati” dai libri che leggevano. Niente di nuovo sotto il sole, visti gli appelli che esplodono a ondate regolari sulla presunta pericolosità di libri, giochi, film). Tuttavia il poliziesco restava comunque un genere, apprezzato o dispregiato, considerato perlopiù un gradevole prodotto di consumo, un cruciverba narrativo, anche da suoi avidi lettori come Auden o Montale. Sciascia invece tenta di studiarlo percorrendo un doppio binario. Alla prospettiva storica, che ripercorre la perennità di momenti investigativi (Sciascia ricorda il biblico Libro di Daniele, con l’interrogazione separata di due testimoni, per farli cadere in contraddizione, anche se è significativo che egli non rammenti Edipo, primo detective che scopre di essere anche il colpevole), egli assomma un affondo concettuale sui moti profondi che si agitano nella narrativa popolare. Ed è un’espressione di Vittorini (“le perdute soddisfazioni irrazionali date dal sacro”) che gli consente di leggere il giallo come un genere essenzialmente metafisico o in cui almeno riecheggia il vuoto lasciato dal metafisico stesso in un mondo secolare. L’indagine poliziesca è dunque una traduzione laica della “Grazia illuminante” della dottrina cattolica ed è davvero una finezza richiamarsi alla santa Lucia dantesca, patrona della luce e degli occhi e, per questo, “nimica di ciascun crudele”, di ogni peccatore e criminale, “figlio delle tenebre”, come direbbe il Vangelo, e delle opere che delle tenebre hanno bisogno.

 

Il detective, dilettante o membro effettivo delle forze dell’ordine, possiede una tecnica e soprattutto una capacità intuitiva che “ne fanno un eletto”. V’è certamente una dimensione sociale nella fascinazione per le vicende che riguardano il crimine e la giustizia (“Se per un momento ci fermiamo, più che sulla qualità dell’offerta, sulla natura della richiesta, il fenomeno ci appare tale da dover chiedere a Freud, prima che a Marx, la chiave per intenderlo. L’interesse delle classi non al potere nei riguardi dell’amministrazione della giustizia; il discredito di cui, presso le classi popolari, ha sempre goduto la polizia ufficiale che, con la figura dello sbirro, ha riscosso in ogni tempo il disprezzo più assoluto; e quindi il successo dei poliziotti privati che

Le intuizioni di Maigret: sa cogliere nella vibrazione di una voce, nell’esitazione di un gesto, più verità che nelle impronte digitali

sistematicamente battono e discreditano la polizia organizzata, espressione della classe dominante – queste ragioni, soltanto superficialmente spiegano la diffusione popolare del giallo”) ma è soprattutto tale sfondo religioso, in cui si declinano ancora una volta le dinamiche ancestrali di totem e tabù, colpa, vergogna, e il fascino al tempo stesso della condanna e della trasgressione, coinvolgono a sua volta il lettore. “E’ senza dubbio vero che un delitto, in quanto atto rivolto contro la società, a romperne l’equilibrio, la sicurezza e quella forma di religio che va assumendo per l’uomo moderno, risveglia nel nostro inconscio sentimenti ambivalenti: da un lato una superstitio totemica per cui ci scostiamo da colui che ha osato delinquere e chiediamo che mura e sbarre lo separino da noi, lo facciano tabù nel senso della impurità; dall’altro un senso di ammirazione, appunto perché ha osato infrangere il divieto, che fa il delinquente tabù nel senso del sacro. Questo giuoco di ambivalenze è certo la principale attrattiva del ‘giallo’: il delinquente e il poliziotto sono i due termini del giuoco; e il timore che il delinquente venga scoperto è nel lettore pari alla esigenza che il poliziotto lo scopra. Non è vero, se non superficialmente, che le simpatie del lettore vadano al detective. Il poliziotto vince, e deve vincere: e il lettore è anche, inconsciamente, un amico del vincitore. Rovesciata infatti la formula, il delinquente imprendibile terrà il posto dell’imbattibile detective”.

 

Un gioco di ambivalenze che è la principale attrattiva del giallo: “Il delinquente e il poliziotto sono i due termini del gioco”

Lo stesso Sciascia notava come questi ruoli possano intrecciarsi. E’ il caso del “delinquente che si trova dalla parte della legge”, che sarà espresso da tanti poliziotti corrotti o investigatori privati del noir alla Ellroy. Talvolta questi archetipi sono così potenti da agire sul lettore anche in presenza d’una loro realizzazione artisticamente debole. Tale è Sherlock Holmes, campione d’un credo positivistico (“come i santi hanno la visione di Dio, come don Chisciotte vede nei mulini a vento giganti terribili, Sherlock Holmes vede in una traccia di polvere, nella cenere di un sigaro, nel cuoio di una scarpa i dati che, assunti in un processo razionale, rivelano l’assenza del mistero”) che però “si carica di quei significati che la mente indubbiamente mediocre del suo autore, sir Arthur Conan Doyle, allora non concepì”.

Ci sono però anche i capolavori veri e propri, opere di “grandi scrittori che, per divertimento o congenialità, hanno scritto dei ‘gialli’. Greene, appunto. Bernanos, J. L. Borges. E Carlo Emilio Gadda”.

 

E’ interessante notare come Sciascia ammiri e citi anche autori assai diversi, per stile e ideologia, dal suo sguardo diverso di ateo e volterriano. Eppure su tutti spiccano comunque Simenon e il suo Maigret. Questo perché “è un personaggio e non un tipo. Un personaggio che ha avuto un’infanzia, che ha dei ricordi, che ha il cruccio di non aver figli, che ha fatto carriera, che va in pensione”. Ed è al commissario parigino che Sciascia tributa un omaggio che è come un bozzetto schizzato per via, mentre l’altro ci passa davanti, fumando la pipa: “Il metodo di indagine del commissario Maigret non procede per indizi materiali, per deduzioni positive, come quello di Sherlock Holmes; né attraverso la cerebrale algebrica ricostruzione del crimine, come quello di Poirot. Con un’aria di massiccia ottusità, Maigret è un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni: e sa cogliere nella vibrazione di una voce, nell’esitazione di un gesto, nell’arredamento di una stanza, più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche. Non è un fanatico della legge: qualche volta lascia persino che il colpevole non paghi nella misura della legge; gli basta sapere che pagherà nella misura del rimorso. E’ un francese della provincia, con qualità contadine di testardo buon senso e di astute intuizioni; una specie di Bertoldo impastato di ingenuità e di malizia, di antica saggezza e di lenta tenacia. La sua ricostruzione di un delitto avviene come per pennellate giustapposte: tinte neutre, grigie, mortificate; la noia delle giornate di provincia, gli interni piccolo-borghesi, le stagnanti passioni da cui improvvisamente scattano i delitti mediocri”.

 

Altre due gemme sono il “requiem” meta-letterario di Dürrenmatt (“La promessa è la storia di un poliziotto sconfitto: le sue deduzioni sono logiche, ma non sono ragionevoli. Se tutto ciò che è reale è razionale, è appunto la ragione a sconfiggere la logica”) e, soprattutto, Gadda, “che ha scritto il più assoluto ‘giallo’ che sia mai stato scritto, un ‘giallo’ senza soluzione, un pasticciaccio. Che può anche essere inteso come parabola, di fronte alla realtà come nei riguardi della letteratura, dell’impossibilità di esistenza del ‘giallo ” in un paese come il nostro: in cui di ogni mistero criminale molti conoscono la soluzione, i colpevoli – ma mai la soluzione diventa ‘ufficiale’ e mai i colpevoli vengono, come si suol dire, assicurati alla giustizia”.

 

Un genere essenzialmente metafisico. L’indagine poliziesca traduzione laica della “Grazia illuminante” della dottrina cattolica

In Italia, nota sarcasticamente Sciascia, agisce infatti una ribaltata “Grazia obnubilante”, che non permette mai davvero di districare il concorso di responsabilità. E chi riesce a penetrare l’oscurità delle nostre vicende giudiziarie e criminali si può trovare a fissare soluzioni diverse. Da una parte, spesso la realtà pare a conti fatti imitare assai più i prodotti letterari scadenti, ed è interessante notare il nostro desiderio e oscuro convincimento che invece si debba puntare su un’altra soluzione. Alla morte di Calvi, Penelope Wallace, figlia del celebre scrittore poliziesco, sentenziò che il suicidio sarebbe stato un “brutto thriller” a differenza dell’ipotesi d’omicidio: “allora sì che è un bel giallo”. Sciascia fu colpito da questa notazione e si mise a elencare i pro e i contro d’entrambe le soluzioni. “Ma quel che urge è questa domanda: perché in Italia si vuole il bel giallo invece che il cattivo thriller? Inquietante, molto inquietante domanda”.

 

In altre occasioni, invece, si ha la sensazione che enigmi incomprensibili celino al loro fondo qualche tragica e sinistra beffa, già prefigurata da alcune bizzarre e grandi opere del poliziesco stesso. “Un romanzo di Chesterton – L’uomo che fu Giovedì – penso possa in questo momento servire come una specie di dimostrazione di come la maggioranza degli italiani vede le Brigate rosse”. Nella storia d’inizio ‘900, un poliziotto infiltrato tra pericolosi anarchici scopre che tutti gli altri membri della setta sono poliziotti sotto copertura come lui. “Ecco: nell’opinione pubblica – quella che circola al di sotto della carta stampata e delle reti radiofoniche e televisive – si viene formando una convinzione molto simile alla scoperta che il giovane Syme, detto Giovedì, fa nelle ultime pagine del romanzo. La convinzione cioè, che al vertice delle Brigate rosse siedano delle persone che, una dopo l’altra, possono, come nel romanzo di Chesterton, tirare fuori la tessera, se non della stessa organizzazione, di organizzazioni che hanno in comune lo scopo immediato, anche se diverso è lo scopo lontano”.