Il mondo non va a picco, è solo complesso

L’ultimo libro del grande statistico Hans Rosling, “Factfulness”, a suon di numeri smonta uno per uno tutti i luoghi comuni sulle disastrose condizioni in cui viviamo

27 Maggio 2018 alle 06:00

Il mondo non va a picco, è solo complesso

Foto Pixabay

E’ morto poco più di un anno fa, Hans Rosling: medico, accademico e statistico svedese. E solo il Foglio, in Italia, lo ha ricordato. Da poco è uscita per Rizzoli la traduzione italiana del suo ultimo libro, “Factfulness”, quasi nessuno sembra essersene accorto, a parte la Fondazione Ottimisti&razionali. Ma se si scorrono le pagine del libro, la ragione dell’ostinato silenzio è evidente. A suon di numeri infatti Rosling smonta uno per uno tutti i luoghi comuni sulle disastrose condizioni del mondo. Il divario fra paesi ricchi e paesi poveri aumenta sempre più? Falso: oggi la maggior parte dell’umanità – 5 miliardi su 7 – vive in stati che si collocano nella fascia media dei redditi, mentre solo un miliardo sta nell’estremo inferiore, e un altro in quello superiore. E la tendenza globale, da mezzo secolo in qua, è di costante spostamento verso l’alto. Sarà, ma comunque i più poveri aumentano… Falso: la percentuale di chi vive in povertà estrema – meno di due dollari al giorno – era del 50 per cento dell’umanità nel 1966, del 29 per cento vent’anni fa; oggi è il 9 per cento. Oggi il 90 per cento delle bambine, al livello mondiale, riceve un’istruzione primaria, contro il 92 per cento del maschi: esiste ancora un divario, ma negli ultimi vent’anni si è quasi annullato. E così via.

 

Certo, non viviamo nel mondo perfetto. Nel 2016 i bimbi morti nel primo anno di vita sono stati 4,2 milioni. Un dato terribile. Ma – osserva Rosling – “non lasciate mai e poi mai un numero da solo. Se ve ne offrono uno, chiedetene sempre almeno un altro con cui confrontarlo”. Scoprirete così che nel 2015 i piccoli morti erano stati 4,4 milioni, 4,5 nel 2014. Nel 1950 il dato era 14,4. Uno degli errori che facciamo, prosegue, è contrapporre “grave” e “migliore”. Invece i due termini non si escludono: una situazione può essere ancora grave, e tuttavia migliore che in passato. Si tratta di un punto cruciale. Perché “quando le persone credono erroneamente che nulla stia migliorando, possono concludere che gli accorgimenti adottati finora non funzionano, perdendo così la fiducia in misure che in realtà sono efficaci”. Così finiamo per perdere le speranze o per invocare rivoluzioni, quando si tratta di proseguire sulla strada intrapresa.

 

Particolarmente istruttiva la riflessione dedicata all’aumento della popolazione. Tutti sanno infatti che gli abitanti del pianeta negli ultimi quarant’anni sono raddoppiati, da 3,5 a 7 miliardi, e che nel 2100 arriveranno a 11. Pochi, pochissimi sanno però che a quel punto la popolazione – lo dice l’Onu – si stabilizzerà. Perché? Perché il numero di figli per donna a livello mondiale è stato, nel 2017, di 2,5, ed è in calo costante in quasi tutti i paesi. L’aumento della popolazione che ci attende dipende dunque dall’aumento del tasso di sopravvivenza di chi è venuto al mondo negli ultimi decenni, e non a una crescita inarrestabile delle nascite. E a che cosa si deve invece la contrazione di queste ultime? C’è una correlazione strettissima fra diminuzione del tasso di natalità, aumento del reddito, diffusione dell’assistenza sanitaria di base, crescita della scolarizzazione femminile. Solo nei paesi in cui la mortalità infantile è ancora alta e le prospettive di istruzione basse si continuano a fare tanti figli. Altrove, tutti – a prescindere, altro dato controintuitivo e interessante, da cultura e religione – preferiscono fare pochi figli e darsi da fare per assicurare loro una carriera scolastica.

 

Contro l’istinto della negatività

Se questa è la realtà, perché è così poco nota? Perché tutti i gruppi a cui Rosling somministra il proprio questionario sui dati dello sviluppo mondiale, compresi i dirigenti delle maggiori banche e imprese del pianeta, credono che le cose vadano molto peggio di come stanno in realtà? Non diamo la colpa – afferma Rosling – alla cattiveria dei giornalisti o a loschi interessi politici. Semplicemente, tutti sottostiamo ad alcuni istinti base dell’umanità, come l’istinto della negatività, fa più notizia un aereo caduto di 40 milioni che arrivano a destinazione. Nella prospettiva singola, è più semplice immaginare una sola causa di tutti i mali, e l’accusa: scopriamo il colpevole e risolveremo il problema. Il fatto è che la realtà è complessa, e per comprenderla bisogna avere la pazienza di indagarla a fondo. “Non c’è un unico elemento – non il Pil pro capite, non la mortalità infantile, non la libertà individuale e neppure la democrazia – il cui miglioramento garantisca quello di tutti gli altri. Il mondo non si può capire senza numeri né soltanto con i numeri. Un paese non può funzionare senza governo, ma il governo non può risolvere ogni problema. La risposta non è sempre il settore pubblico o sempre il settore privato. Non è o… o. E’ sia… sia e caso per caso”. Per cui “siate umili riguardo alla vastità delle vostre competenze. Siate curiosi verso le nuove informazioni discordanti. Anziché parlare solo con persone che concordano con voi, confrontatevi con individui che vi contraddicono, considerandoli una risorsa per capire il mondo”. Un’eredità scomoda e preziosa, la lezione di Hans Rosling.

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Commenti all'articolo

  • manfredik

    27 Maggio 2018 - 13:01

    Però, 11 miliardi, non è proprio "pochini"; è sempre un 57% in più di adesso. E già oggi ci sentiamo strettini.

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