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Più di novemila firme per rimuovere “Thérèse Dreaming”

La petizione che chiede al Metropolitan Museum of Art di non esporre il quadro di Balthus ha quasi raggiunto diecimila sostenitori. Ma per il momento il quadro resta al suo posto 

6 Dicembre 2017 alle 17:43

Più di novemila firme per rimuovere “Thérèse Dreaming”

Il quadro di Balthus oggetto della petizione

Ha già superato le novemila firme la petizione che chiede al Metropolitan Museum of Art di rimuovere “Thérèse Dreaming” dell’artista Balthus. L’opera, un olio del 1938, presente da tempo nella collezione permanente del polo newyorkese, raffigura una ragazza adolescente in una posa scomposta che ne lascia osservare la biancheria intima.

  

Sul sito thepetitionsite.com, su cui è stata lanciata la petizione che ha ottenuto immediatamente un certo seguito, la promotrice, Mia Merril, scrive che "considerato l’attuale clima di molestie sessuali[…] Il Met sta romanticizzando il voyeurismo e l’oggettificazione dei bambini”. La questione rientra così nel “clima di molestie” che ha stravolto innanzitutto Hollywood e il mondo del cinema e ha poi monopolizzato il dibattito pubblico attorno a hashtag come #metoo. Ma si parla anche, più in generale, di una vera e propria accusa di promozione della pedofilia rivolta a un’istituzione pubblica. Da qui, la polemica.

     


 

“Thérèse Dreaming” di Balthus (1939)  

 


    

Balthus, artista francese di origine polacca morto nel 2001, era già stato uno dei tanti nomi di artisti controversi, provocatori, e legati a doppio filo allo scandalo perenne. Era successo già in Germania, a Essen, dove Tobia Bezzola, all’epoca direttore del Folkwang Museum, era arrivato ad annullare una mostra di sue polaroid ritraenti una giovanissima modella in pose ammiccanti, una musa degli ultimi anni di vita del pittore, il periodo in cui scopriva la fotografia che gli permetteva di sopperire alla sopraggiunta debolezza senile. All’epoca si era parlato di autocensura per “sospetta pedofilia”. Disse Bezzola: “Abbiamo preferito evitare conseguenze giuridiche”. Si trattava di una difesa preventiva visto che già prima dell’apertura dell’esposizione sulla Zeit, il giornalista Hanno Rauterberg, parlò addirittura di “avidità pedofila”.

   

Questa volta la risposta dell’istituzione museale è arrivata quasi immediata attraverso le parole di Ken Weine, il responsabile della comunicazione del Met, precisando che non rimuoverà il dipinto raffigurante la Thérèse sognante. La motivazione è che l’opera in questione "appartiene alla storia della pittura europea" e il ruolo del museo è proprio quello di "studiare, preservare e mostrare" le opere di tutte le epoche e di tutte le culture. "Momenti come questo offrono l'opportunità di confronto e di riflessione sul passato e sul presente", ha aggiunto Weine. Insomma, se ne parla, ma per ora nessuna rimozione.

  

La Francia, patria dell’artista, al secolo Balthasar Kłossowski de Rola, è entrata nella polemica con Amaury Giraud di Le Figaro, che polemizza con la promotrice della petizione in tono relativista: "Se sembra legittimo mettere in discussione le inclinazioni pedofile di Balthus nel suo lavoro, si possono esprimere dubbi sull'opportunità di una petizione che ha come fine la censura dei suoi dipinti – si domanda Giraud – È questo il metodo adatto a discutere criticamente di storia dell'arte e dei suoi aspetti più oscuri?".

     

La produzione di Balthus considerata “scandalosa” non si limita a “Thérèse Dreaming”, o alle già citate polaroid autocensurate dal museo tedesco nel 2014. Hanno già fatto discutere in occasioni precedenti “Young Girl in a White Shirt”, ritratto raffigurante una giovane dai seni scoperti, e "Girl with Cat", attualmente esposta all'Art Institute di Chicago. Opere ammiccanti, ma certamente non “pornografiche” come ha dichiarato Mia Merril in un’intervista concessa al Daily Mail.

  

Il caso è chiuso, per ora, ma nei magazzini museali in cui non è finita la Thérèse sognante di Balthus rischiano comunque di finirci molte altre opere “scandalose” già relegate all’oblio. E prima o poi, chissà, bisognerà aprire un museo per contenerle tutte.

 

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