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Consigli (minacciosi) a Donald Trump per aggiornare la playlist elettorale

Dopo Neil Young, anche i R.E.M chiedono di non usare le loro canzoni per "stupide campagne elettorali". E’ come se Orbán trasmettesse con gli altoparlanti sopra il suo filo spinato “C’era un ragazzo che come me”. S’incazzerebbe pure Gianni Morandi.

10 Settembre 2015 alle 16:32

Consigli (minacciosi) a Donald Trump per aggiornare la playlist elettorale

Donald Trump

E’ anche vero che “rock and roll can never die”, mentre le rockstar spesso invecchiano incazzose, ma la playlist di Donald Trump dev’essere più vintage della mia. E’ un problema. Perché per scegliersi “It’s the end of the world as we know It (And I feel fine)” – ispirata com’è a Orson Welles e ai disastri delle guerre fra i mondi – come sound-track di un comizio contro il deal iraniano, bisogna essere dadaisti, o molto fessi. Vuoi che i R.E.M., quel che resta dei R.E.M., stessero a guardare?

 

Loro, vecchi liberal che scrissero una canzone contro la guerra di George W. Bush, loro che parteciparono al Vote for change, il tour contro la rielezione di Dubya (sempre lui)? Hanno preso carta e penna, chitarre non ancora, per intimare non solo a Trump, ma a tutti i politici che non gli stanno simpatici, di “smettere di usare le nostre canzoni per le vostre stupide campagne elettorali”. Del resto non sono i soli. Un altro vecchio leone del rock, che se gli dici liberal forse s’offende, lui è proprio un hippie degli anni che furono, insomma Neil Young, qualche settimana fa aveva deposto per un attimo la chitarra (lui ancora la imbraccia come un mitra) e tramite avvocato aveva fatto sapere che “Donald Trump non è stato autorizzato a usare ‘Rockin’ in the free world’ durante la sua campagna elettorale”, perché lui, “cittadino canadese” (testuale), “è sostenitore di Bernie Sanders”.

 

[**Video_box_2**]Ci risiamo: va bene il dadaismo, ma quello è proprio l’inno ufficiale anti-globalizzazione delll’irriducibile Loner, fuckin’ the free world, come si permette il maledetto riccastro? E’ come se Orbán trasmettesse con gli altoparlanti sopra il suo filo spinato “C’era un ragazzo che come me”. S’incazzerebbe pure Gianni Morandi. Ora, è vero che persino Ricky Martins e Shakira hanno sputazzato Trump, ma quelli sono due sòle, non mostri sacri. Il fatto è che Trump, come tutti, è uno che una volta è stato un’altra cosa. Ma forse è venuto il momento di aggiornare gli amori musicali alle nuove idee. Perché “rust never sleeps”, ma i vecchi guerrieri non arrugginiscono mai.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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