Cosa non torna sulle mascherine tarocche acquistate dalle Dogane

Massimo Solani

I dispositivi di protezione (non a norma), l’affidamento diretto, due bonifici a Malta e in Malesia e l’indagine della procura

Roma. Saranno pure “suggestioni giornalistiche per screditare l’operato dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli” (Adm) come ha tuonato il direttore generale Marcello Minenna per mettere un tappo alle polemiche sulle 100 mila mascherine “tarocche” acquistate dall’Adm e pagate con due anticipi su conti in Malesia e a Malta, ma nelle ricostruzioni ufficiali affidate ai giornali c’è molto che non torna. Anche a giudizio dei magistrati della procura di Roma, che hanno aperto un’indagine originata proprio dall’informativa presentata dall’Agenzia per segnalare le anomalie della procedura d’acquisto dei dispositivi (rivelatisi poi non a norma) da tre ditte: Zannini Group Inc di Bruno Farnesi, Mio Plantation-Med Investment Operation Ltd, società maltese riconducibile a Daniel Azzopardi, e Catcolne Group dell’olandese Peter Dubbeld. “Non conoscevo Farnesi e gli altri imprenditori – ha spiegato Minenna al Fatto quotidiano, lo scorso 21 maggio – Quando sono iniziati i ritardi, ho presentato denuncia. Alla fine le mascherine sono arrivate, ma non abbiamo completato il pagamento per le scorrettezze e i ritardi subiti”.

 

Resta da capire però come le aziende, a partire da Zannini Group che della vendita è stato promotore, siano entrate in contato con Adm posto che quell’acquisto è stato fatto con affidamento diretto, senza avvisi o pubbliche. “La procedura negoziata è consentita dal codice degli appalti per ragioni d’urgenza e non prevede la pubblicazione di un bando, ma di invitare imprese selezionate sul mercato”, spiegano dall’ufficio stampa dell’Adm. Resta da capire, allora, chi e con quali criteri abbia selezionato le aziende poi denunciate per tentata truffa. C’è poi la questione relativa agli anticipi pagati dall’Agenzia, il primo di 21.600 euro versato alla Mio alla stipula del contratto con bonifico su un conto presso la banca Cimb di Kuala Lumpur in Malesia. Nonostante il ritardo nelle consegne e quando già erano iniziate le contestazioni da parte dell’agenzia guidata da Minenna, infatti, Adm pagò un secondo acconto da 14.400 euro bonificandoli alla Bank of Valletta. “Gli accordi presi da Adm – spiegano all’ufficio stampa Adm – hanno invece previsto fin dall’inizio il versamento del solo 50 per cento del prezzo in due fasi: la prima al momento dell’ordine, la seconda al momento della spedizione. Questo ha permesso ad Adm di controllare la qualità della merce all’arrivo e, rilevata la differenza con quanto ordinato, di non procedere al pagamento del saldo”.

 

C’è poi la questione dei pagamenti fatti su istituti di credito con sede in paesi a fiscalità (e opacità) agevolata. “Sinceramente non lo sapevo, sono cose che riguardano gli uffici”, ha spiegato Minenna a Repubblica il 23 maggio. Salvo poi precisare in una nota che non si è trattato di pagamenti su istituti situati in paradisi fiscali ma nel “luogo di produzione e nel luogo dove risiede la società venditrice, tramite un conto corrente della Banca d’Italia, con operazioni a normali condizioni di mercato”. Secondo la versione dell’Adm le mascherine tarocche sarebbero state prodotte in Malesia e spedite dalla Cina da una società maltese. “E’ evidente che la nostra rigorosa determinazione nei controlli su un giro di affari di centinaia di miliardi sta creando difficoltà ai tentativi di raggiro al sistema pubblico”, dice Adm in una nota in cui sembra gridare al complotto. Come se la questione non riguardasse l’uso di denaro pubblico e l’azione di un ente che il 10 aprile scorso ha siglato con Consip un protocollo “per il contrasto delle frodi nelle procedure di acquisizione di apparecchiature e dispositivi e connessi all’emergenza sanitaria Covid-19”. Ad Adm spetta il compito di analizzare “le informazioni con le proprie banche dati, al fine di verificare la qualità e la professionalità dei soggetti partecipanti e valutarne i profili di rischio”. Speriamo lo facciano meglio di come hanno scelto i soggetti a cui affidarsi per acquistare le mascherine ai propri dipendenti.