Ansa
Centro sociale dreaming
La puntata di Report che le partite Iva sconsolate vorrebbero vedere sui centri sociali
Vorrei una telecamerina nascosta che si infili nel palazzone occupato con un reporter che vada a vedere gli eventi performativi e un Dj Set a tema femminista. Magari con una grafica che mostri tutte le autorizzazioni necessarie per aprire un locale in Italia. Mentre il Cs non ha burocrazia: il Grande Sogno Italiano
Negli anni Novanta, ventenni o anche meno, si andava ogni tanto nei centri sociali per il concerto del nostro gruppo punk preferito. Si entrava a sottoscrizione, versando l’obolo “per la Palestina libera, il Chiapas, i compagni ancora nelle prigioni” e altre cose di cui non si sapeva nulla, ma che intanto si agganciavano alla nostra idea di divertimento. Dentro si pagava tutto: birra calda, patatine fritte, panini orripilanti, kebab (c’era anche il “minestrone sociale”) – ma si pagava poco. E pensavi: vedi che bravi i centri sociali! Non c’è mica “’a mercificazione”, diceva quello già iscritto a Lettere.
Poi da grandi, molti anni dopo, diventando nel frattempo una partita Iva triste e solitaria pensavi sconsolato: se rinasco voglio essere un centro sociale (Cs). L’unica startup italiana sostenibile. L’unico modello di business che funziona davvero in questo paese. Perché dei centri sociali qui non interessa la violenza: le scene di Torino sono quelle di una qualsiasi “partita a rischio” finita male. Solo che gli ultrà non godono di un’impunità morale di fondo. I Cs invece “fanno cultura”, “ripensano relazioni”, “praticano rigenerazione urbana” – e finché non menano, che gli voi di’? Sono insomma nel Giusto, almeno secondo gli standard diffusi (così nel Giusto che se sfasciano la redazione di un giornale ci si infilano poi molti “però”: chi altro gode di un trattamento così “exclusive”?). Il problema non è la violenza. Il problema è che i centri sociali sono la dimostrazione che in Italia la legalità è negli occhi di chi guarda.
Tra le puntate di “Report” che vorrei c’è quella sui centri sociali d’Italia, di sinistra, di destra, di tutto, ma – va da sé – soprattutto di sinistra, perché il giochetto funziona meglio: isole di uguaglianza, lotte sociali, antagonismo e sfrenate libertà fiscali. Ecco la telecamera nascosta che si infila nel palazzone occupato. Il reporter va a vedere “Attraversamenti Multipli – evento performativo e Dj Set a tema femminista”. Ingresso “a sottoscrizione”. Non ha contanti ma l’antagonista all’ingresso sfodera il pos di ultima generazione (non siamo mica negli anni Novanta, c’è SumUp, il più amato per il merchandising ai concerti, lo colleghi a un conto e via). Poi va a provare il ristorante, pardon “l’Osteria Resistente”: piatti a chilometro zero, vellutate, vini del territorio. Servizio al tavolo. I centri sociali sono molto migliorati: “Masterchef” è arrivato anche lì. Si torna in studio da Ranucci. La grafica di “Report” spiega: in Italia, per aprire un locale dove si mangia, si beve e si ascolta musica, servono: Scia commerciale, Scia sanitaria, attestato Haccp, planimetria Asl, certificato di agibilità, prevenzione incendi, conformità impianti, nulla osta acustico, autorizzazione Siae, posizione Inps, Inail, estintori, uscite di emergenza, maniglione antipanico, cappa a distanza regolamentare dalla finestra del bagno (mi sto tenendo stretto). Ranucci, ammiccante: “Insomma, voi che fareste?”. Riprende il servizio. Il giornalista chiede informazioni su corsi, workshop, laboratori, “aperipaint” (esiste davvero). Una vasta offerta: zumba, pilates alternativo, ceramica, partite di serie A su Sky – e mercoledì la Champions. Incalza su permessi, certificati, ricevute fiscali. Quelli spiegano che non è un’impresa ma “un modello di resistenza al mercato”. Lui insiste. Lo buttano fuori a pedate.
Ranucci chiosa pensoso: “Si organizzano fiaccolate per la legalità, contro il lavoro nero, contro l’evasione del dentista e della palestra. Si invocano controlli e sanzioni per il bar sotto casa. Ma col centro sociale tutto evapora. Perché?”. La partita Iva a casa sogna. Occupare un capannone in periferia, ma una periferia già in aria di gentrification. Trovare un nome – per esempio, Ssia, “Spazio sociale indipendente dell’autonomia”. Aprire un bar che non è un bar, un ristorante che non è un ristorante, una zona eventi e Dj Set che non è una zona eventi e Dj Set, ma “uno spazio di recupero sociale”. Smettere di essere inseguito da Equitalia, dai Nas, dalla Finanza perché sta “costruendo un’antitopia, sta tracciando controcartografie, sta praticando l’inversione dell’ordine costituito”: la sua birra non è una birra, è un gesto politico, e se ci mette lo scontrino gli ritorna capitalista. Pensa allo scrittore-regista che difende la sua impresa parlando di “fermenti culturali”. Pensa al sindaco che viene a farsi le foto. Pensa alla prima minaccia di sgombero con Elio Germano che si catapulta lì davanti col megafono: “Giù le mani dalla Ssia!”. Pensa all’appello su Rep. Protetto, coccolato (e non schifato) dalla società civile. Senza tasse al 70 per cento. Senza burocrazia. Il centro sociale come Grande Sogno Italiano.