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Selvaggio Zen. L'esperimento di Palermo oggi ha il volto di una tragica illusione

Riccardo Lo Verso

Tutto è diventato tollerato e dunque lecito, a condizione che il crimine legalizzato restasse nel recinto dei padiglioni. Come nella Las Vegas del modello americano dove il gioco d’azzardo, confinato nello scintillio dei casinò, è diventata una forma di intrattenimento. Vecchi boss, giovani incontrollabili e una scia di sangue senza fine

In principio l’errore fu illudersi che un’idea potesse prendere vita senza essere risucchiata nel destino di una città. Che un progetto potesse funzionare nel passaggio dall’inchiostro di china di un architetto alla realtà. Perché mai l’esperimento dello Zen avrebbe dovuto rappresentare un’eccezione nella storia di Palermo, segnata dall’arroganza mafiosa e dall’incapacità amministrativa?

 

Oggi, che i tempi per certi versi sono diventati ancor più bui, cresce l’indignazione. C’è quella sincera, mossa dal dolore per i giovani morti ammazzati nelle notti di malamovida e alimentata da una comune sensazione di insicurezza. E c’è quella perniciosa di coloro che hanno disatteso il compito di rimboccarsi le maniche, di intestarsi la crescita culturale delle periferie. Rappresentano la borghesia di una città, la stessa che in passato si è arricchita andando a braccetto con i mafiosi e che oggi annovera un esercito di individui che ingrassa la criminalità mettendosi in fila per comprare la droga. Per lo più sono professionisti, impiegati e commercianti con una ricca tradizione ereditaria. Dovrebbero essere il ceto sano di Palermo e invece sotto il mantello del prestigio sociale ci sono sacche maleodoranti.

 

La strada della ghettizzazione era segnata sin dalla scelta del nome. Fino a quando lo Zen è stato il confino di una certa umanità relegata nella Zona Espansione Nord l’indifferenza ha prevalso. Il degrado era una questione di chi viveva tra i padiglioni in cemento armato, squadrati e disposti in sequenza. Fatti loro, insomma. Il problema è iniziato a diventare un’emergenza collettiva quando i figli dello Zen si sono spostati verso Sud, nel centro storico e nelle strade dei locali alla moda, gli stessi frequentati dalla borghesia. Prima si sono fatti notare con gli atteggiamenti chiassosi, le barbe lunghe, i vestiti e le collane pacchiane, poi con le risse e il rumore sordo delle pistolettate. Uno, due, tre, quattro funerali. Giovani ammazzati per uno sguardo o una parola di troppo per mano di coetanei fuori controllo che hanno il minimo comune denominatore di essere cresciuti allo Zen. E allora non c’è più stato spazio per l’indifferenza.

 

Ora che il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha stilato l’ultimo cronoprogramma dei pannicelli caldi, ora sì che è arrivato il momento di guardarsi in faccia e gettare la maschera dell’ipocrisia. La reazione basata esclusivamente sulla repressione ha fallito, altrimenti non ci si ritroverebbe a discutere dell’emergenza sicurezza in un quartiere dove i blitz delle forze dell’ordine hanno la cadenza del caffè a colazione. Gli ultimi sono stati organizzati dopo che qualcuno ha preso a fucilate e pistolettate la parrocchia di San Filippo Neri dove don Giovanni Giannalia predica amore e rispetto nel deserto di una comunità. E’ accaduto anche questo, che a un certo punto Leoluca Orlando, il Sindaco di Palermo, decidesse di cambiare nome al quartiere. Non più Zen, ma San Filippo Neri. Votarsi a un santo prima della resa. La Primavera di Orlando non è sbocciata nell’inverno dello Zen. E’ stato un fallimento, ma non servivano chissà quali capacità divinatorie per comprenderlo.

 

Nella mente del suo ideatore, l’architetto Vittorio Gregotti, il quartiere doveva essere un insediamento urbano per rispondere all’esigenza abitativa del dopoguerra. Con due decenni di ritardo lo Zen era stato pensato negli anni Sessanta per il proletariato di una città in cui, però, lo sviluppo industriale neppure è iniziato. Allora si è pensato di trasferirvi gli sfollati del centro storico, che in certe zone portava – e porta ancora oggi – i segni della distruzione bellica. Non c’erano luce né acqua, ma almeno c’era un tetto sotto cui ripararsi, in una pericolosa logica del ribasso che ha dato la stura all’occupazione abusiva ancora prima che venisse completato il progetto Zen. Niente servizi, niente spazi ricreativi e di condivisione, nessun luogo di lavoro. La periferia polifunzionale è rimasta un miraggio. L’obiettivo era traslare in un contesto moderno lo scorrere antico del vissuto di prossimità tipico del centro storico. E’ diventato il luogo del degrado che si presenta oggi agli occhi di chi vi si avvicina superando paure e pregiudizi. E’ il posto dove vivono “quelli dello Zen” e poco importa che nella categoria del disonore ci finisca dentro anche chi non lo merita e chi nei padiglioni c’è rimasto per necessità. Una umanità a perdere descritta in una canzone di Edoardo Bennato e studiata dall’antropologo Ferdinando Fava. Quasi 2.500 alloggi, di cui solo poco più di 400 assegnati regolarmente dall’Istituto autonomo delle case popolari, circa 20 mila residenti, una grossa fetta dei quali non paga l’affitto e manco i consumi di luce e acqua, almeno 500 assegnazioni già certificate come irregolari ma soltanto perché la restante parte non è stata censita. La sola strada percorribile sarebbe lo sgombero di massa, ma bisognerebbe presentarsi in assetto da guerra. Le cifre sono fumose poiché lo Zen è popolato da persone che sfuggono alle regole e ai controlli dello stato e persino della mafia.

 

All’inizio furono i boss di Cosa Nostra a sopperire alle carenze strutturali imponendo quella che Francesco Stagno, uno dei tanti arrestati nella pesca a strascico dei recenti blitz antimafia, definiva la “quota condominiale”. Perché “ci deve essere sempre chi pensa a certe cose, chi pulisce il padiglione, chi mette l’acqua, ripara il motore, ti mette le luci”. L’acqua era arrivata per merito del boss Salvatore Lo Piccolo, ergastolano dal 2009. Il capomafia “aveva fatto i lavori” e per recuperare i soldi era stata imposta una piccola tassa ai residenti. “In automatico è rimasta una cultura”, diceva Stagno rassegnando alle intercettazioni la più grande delle verità.

 

A regolare la vita e l’assegnazione abusiva delle case con tanto di pagamento – 15 mila euro per occuparne una – è stata la mafia. Nel frattempo gli scantinati sono diventati centri per modificare le armi utilizzate prima dalle batterie di rapinatori e ora dai giovani che si sentono potenti, officine per smontare macchine e moto rubate, laboratori per confezionare la droga da spacciare in mezza città. Tutto è diventato tollerato e dunque lecito. A una condizione, che il crimine legalizzato restasse nel recinto dei padiglioni dello Zen. Come nella Las Vegas del modello americano dove il gioco d’azzardo, confinato nello scintillio dei casinò, è diventata una forma di intrattenimento. Il male è lì, ma imbellettato fa meno impressione e chi vuole può starne alla larga. Si può continuare a guardare cosa accade con distacco, come se si assistesse alla proiezione di un film hollywoodiano. Con le dovute proporzioni è andata più o meno così anche allo Zen, come se la tv creasse una barriera fra noi e le immagini di una realtà che sembra lontanissima, nonostante sia a una manciata di chilometri dalla nostra comfort zone.

 

Ci pensavano i mafiosi a tenere ben strette le maglie dei confini. Il punto è che il concetto di quartiere “senza” ha travolto persino Cosa Nostra. Oggi lo Zen è senza capimafia in grado di richiamare all’ordine le squadre dei giovani terribili. Gli equilibri, già precari, sono saltati. Si assiste a un’escalation di violenza. Gli ultimi boss arrestati pochi mesi fa nel mandamento di San Lorenzo, che include lo Zen, sono stati i fratelli Nunzio e Domenico Serio. Da allora, e non è una coincidenza, cani sciolti hanno conquistato spazi e potere. Giovanni Cusimano, settantenne mafioso di Partanna Mondello, dava voce allo smarrimento di una generazione di anziani di fronte alle nuove leve: “Ora ci pensa lui”, diceva riponendo fiducia in uno degli scarcerati eccellenti. Il suo autista gli dava corda: “Lo deve sistemare se è capace questi cani con la barba, un quartiere perso, ci vogliono cento cannoni per sistemare là”. Le avvisaglie di un ammutinamento c’erano state. Accadde che qualcuno rubò il quad al nipote dei Serio e fu massacrato a botte in strada affinché tutti vedessero cosa rischiano i ribelli; che una banda di ragazzini bloccasse la moglie di un altro boss della vecchia guardia, Michele Micalizzi per rubarle la macchina. Anche allora fu commissionato un pestaggio come ritorsione.

 

Cosa volete che ne sapesse il ragazzino sfacciato che aveva mancato di rispetto nientepopodimeno che alla figlia di Saro Riccobono. Don Saro, uno dei vecchi padrini palermitani spazzati via dall’avanzata corleonese. Faceva freddo quel 30 novembre del 1982 quando lo ammazzarono. Fredda era l’acqua del torrente che scorreva di fianco alla villa della riunione, in contrada Dammusi, nelle campagne di San Giuseppe Jato. Doveva essere una mangiata, divenne una carneficina. La bassa temperatura rallentò l’azione corrosiva dell’acido. Che era maledettamente poco per sbarazzarsi dei corpi di Saro Riccobono e delle altre vittime. Ne uccisero quattordici in un solo giorno. Totò Riina divenne il signore della città e dell’intera Cosa nostra.

 

Nel 1982 i ragazzi terribili di oggi non erano nati. I vecchi boss, alcuni dei quali tornati in circolazione, si sono turati il naso. La mafia, fiaccata da decenni di arresti, ha bisogno di ricostruire un esercito. Servono soldi e i soldi si fanno con il traffico di droga e le scommesse clandestine. Per controllare le piazze di spaccio e gestire le puntate sulle piattaforme on line ci vogliono gli uomini. Coltivare nuove leve, anche tra i ragazzini a cui la barba neppure cresce, è una primaria esigenza. I malacarne sono serviti a ingrossare i portafogli, ma ora controllarli è una missione impossibile. Impugnano le pistole, se ne vanno in giro in sella a potenti e costosi scooter, sparano e uccidono. Balordi che neppure la mafia riesce a fermare anche solo per evitare di ritrovarsi tra i piedi poliziotti e carabinieri che rovinano gli affari sporchi. Cosa Nostra ha perso il controllo del territorio che esercitava un tempo. Un tempo che non esiste più, spazzato via dalle indagini, che resiste nell’immagine surrogata delle fiction televisive. Prendete Gaetano Maranzano, picciotto cresciuto allo Zen a pane e mafia. Dopo avere ucciso un ragazzo di ventuno anni con un colpo di pistola alla nuca in un pub di fronte il teatro Massimo è tornato a casa e ha postato la sua fotografia su TikTok. Aspettava di essere arrestato e nell’attesa pubblicava, spocchioso, il dialogo del Capo dei Capi televisivo. Lui che di quella mafia nulla sa. Sappiamo invece che la sua famiglia occupa abusivamente una delle case dello Zen. La notte in cui ha ucciso a bruciapelo il giovane Paolo Taormina è passato a salutare la madre e un amico a cui ha consegnato le sue collane d’oro che assieme alla lunga barba nera rappresentano un tratto distintivo, un marchio identitario.

 

Nelle loro case allo Zen sono pure rientrati i tre assassini ventenni che hanno sparato ad altezza d’uomo contro la folla uccidendo tre giovani in quella che è tristemente ricordata come la strage di Monreale. Una scia di morte che ha svegliato Palermo dal torpore in cui è stato comodo vivere, mentre sparuti gruppi di residenti, uomini di fede e buona volontà, provavano a resistere nella trincea dello Zen. Chi può andare oggi in loro soccorso? Di sicuro non ci si può affidare a quei figli della borghesia palermitana che negli anni passati si è arricchita aprendo i salotti ai mafiosi e che oggi disprezza “quelli dello Zen” dai quali però compra le droghe che accendono notti che altrimenti sarebbero monotone. E’ l’ipocrisia di una città che disprezza ma compra. A chi affidarsi dunque? Davvero non resta che la strada della repressione che coltiva l’estrema ratio della decadenza della potestà genitoriale per strappare i figli alle famiglie dei mafiosi e farli crescere in ambienti più sani? Verrebbe facile guardare al mondo della scuola, dove però la speranza di non imbattersi nei cattivi maestri è stata tradita. E’ successo anche questo allo Zen, che una preside sventolasse il vessillo dell’antimafia per nascondere le malefatte. Daniela Lo Verde era quasi felice dopo l’ennesimo raid dei vandali alla scuola del quartiere intitolata a Giovanni Falcone: “Per un cornuto, un cornuto e mezzo, gli ho detto. Ci stanno arrivando soldi da tutte le parti”. Lei, la preside “coraggio”, sapeva come gestirli i danari. Si portava a casa pure il cibo della mensa e il materiale per i corsi extrascolastici che nessuno o quasi frequentava. Li finanziava l’Europa senza farsi troppe domande, senza conoscere la realtà a cui erano destinati i progetti calati dall’alto e da troppo lontano. Proprio come il progetto delle case della Zona Espansione Nord, figlia di un’idea che è andata a sbattere contro la realtà.

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