Che sta facendo Trump su YouTube?

Paola Peduzzi

Dati, calcoli e tattiche sul nuovo amore del presidente

YouTube è “l’arma segreta” di Trump 2020, scrive Politico, e la campagna per la rielezione del presidente americano ha già prenotato per la notte elettorale la pagina più costosa e prestigiosa del social network: l’homepage. A meno di due mesi dalle elezioni, stanno riemergendo tutti i fantasmi del 2016, i russi, i troll, le ads su Facebook, e mentre ci accorgiamo di aver parlato e discusso molto, di esserci indignati anche oltremisura, di fatto poco è stato fatto per cacciare via questi spettri, anzi ne sbucano fuori di nuovi. Gli studi organizzati in questi anni mostrano che il dibattito in America si è radicalizzato a tal punto che l’interferenza russa non è quasi necessaria: manipolazione e malainformazione sono un prodotto fatto in casa. Poi ci sono i canali per veicolare i propri messaggi, e sembra che quest’anno la scelta del presidente sia caduta su YouTube, con un ritorno molto alto in termini di iscrizioni e condivisioni. Non che gli altri social siano stati dimenticati: la strategia di attacco ai media tradizionali messa in piedi da Trump fin dal primo giorno – lo avrete letto in questi giorni che ce l’ha con il magazine Atlantic di proprietà della moglie di Steve Jobs: Trump scrive che il fondatore di Apple non sarebbe affatto contento di come sua moglie sta buttando via “i suoi”, di Jobs, soldi – ha portato a una disintermediazione assoluta. 

 

 

Il team di Trump confeziona clip, video e messaggi e li sparge sui social: non ha bisogno di nessun altro veicolo, Trump è editore di se stesso. Su YouTube e Google (c’è solo il dato aggregato) i trumpiani hanno speso 65 milioni di dollari, mentre la campagna del rivale democratico Joe Biden ne ha spesi 33. Il divario è grande e riguarda tutta la strategia digitale dove Trump ha un consistente vantaggio in termini di investimenti, ma i democratici sono indecisi sulla strategia da adottare: inseguirlo e magari superarlo o concentrarsi su altro? (questa è la domanda rilevante un po’ per tutta la campagna elettorale). Pare che ci sia una spaccatura netta, e così ad agosto la campagna Trump ha prodotto 900 video su YouTube, quella di Biden soltanto cento. Questo ha un effetto moltiplicatore stabilito dall’algoritmo di YouTube che segnala e suggerisce di seguire i canali che vengono aggiornati con regolarità. Un consulente dei repubblicani ha sintetizzato la strategia così: “Il nome del gioco con gli algoritmi è ‘inondare tutte le zone’”. Più ci sei più funzioni, e visto che, secondo una ricerca di Pew, 9 americani su 10 della fascia d’età 18-29 anni guardano con regolarità YouTube, il calcolo dell’inondazione è presto fatto – e riguarda soprattutto il voto giovanile. La scelta di YouTube è anche data da altri fattori, soprattutto il fatto che Facebook, il primo amore di Trump, è più controllato e regolamentato rispetto a quanto lo fosse nel 2016, mentre YouTube mostra risultati molto più promettenti in termini di mobilitazione e raccolta fondi. Per questo gli investimenti continuano a salire.

 

Molti democratici sono convinti che in realtà l’efficacia di YouTube non sia comprovata e che anzi la grande attenzione dei trumpiani su questo social serva soltanto come distrazione: un’esca, insomma. I più pragmatici tra i democratici suggeriscono di non cedere a troppi retropensieri e provano a inventare una tattica per esistere anche su YouTube: inseguire non è quasi mai divertente, ma pure fermarsi per supponenza non è mai stato, con il trumpismo, particolarmente efficace.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi