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La forza di una mamma siriana che dice ai suoi figli: anche chi ci bombarda un giorno si stancherà

8 Marzo 2016 alle 06:24

Un giorno stavo impastando il pane nell’orario della preghiera del mattino. Prima dell’alba ho svegliato mia figlia, le ho chiesto di aiutarmi a fare il pane, perché a quest’ora il pilota che guida l’aereo da combattimento è impegnato a bersi un Nescafé. Dovevamo impastare intanto che lui beveva il caffè, perché non avevamo più pane. E se non venivamo uccisi dai bombardamenti, saremmo morti di fame. Mentre stavamo facendo il pane, è sorto il sole.

 

Mia figlia, che ha sette anni, si è stufata di fare il pane: non riesce a maneggiare il mattarello come un’adulta. Le ho detto: ‘Figlia mia, sii paziente. Continua a lavorare così riusciamo a finire prima che il pilota salga sul suo jet’. Quando abbiamo finito, ho preparato la colazione ai bambini, insieme abbiamo preparato una piccola borsa e ci siamo incamminati verso il nostro rifugio. Ma quando eravamo a venti metri dal rifugio, il Mig è apparso nel cielo. Ha iniziato a volare sopra al nostro villaggio, c’era un albero tra noi e il rifugio. Un albero di bacche. Mi sono seduta sotto l’albero assieme ai bambini, e abbiamo iniziato tutti a piangere. I bambini hanno chiuso gli occhi, si sono coperti il volto con le mani. E’ caduto un missile, alcuni frammenti hanno colpito l’albero. Ma io sentivo che quel tronco sottile e rinsecchito ci avrebbe protetto.

 

Quando gli aerei bombardavano il villaggio di notte, mentre eravamo nelle nostre case, dicevo ai miei bambini: ‘Ragazzi, non abbiate paura. Sicuramente si stancheranno’. Loro mi rispondevano: ‘Davvero, mamma?’. E io dicevo: ‘Certo, esattamente come noi ci stanchiamo e vogliamo dormire’. Allora i bambini iniziavano a contare, fino a cento, a volte fino a un milione, finché non si addormentavano. Non so se i piloti dei jet o i cecchini fanno una pausa per il Nescafé o no. Non so se i ragazzi che guidano i carri armati o lanciano i razzi contro di noi si stancano o no, dormono o no. L’ho detto ai miei figli per lavar via la paura dalle loro menti e dai loro cuori.

 

E’ così che abbiamo vissuto per due anni e mezzo. Eravamo fattori, avevamo due mucche. Una delle mucche è stata uccisa dalle bombe lanciate da un aereo mentre stava partorendo un vitellino. Così siamo rimasti con una mucca soltanto. Alla fine ho detto a mio marito: ‘Non ce la faccio più, sono stanca, e ancor più lo sono i bambini. Non ce la faccio più. Dobbiamo lasciare la nostra casa e lasciare la Siria’. Lui ha detto: ‘Ok’. Ho aggiunto: ‘Vendiamo la mucca, è meglio venderla prima che venga uccisa o che un nostro figlio venga ucciso. Partiremo con quel che abbiamo’. Mio marito ha venduto la mucca, abbiamo usato quei soldi per venire in Libano”.

 

Questo racconto è stato pubblicato da The Caravan LB, un progetto che mette insieme le voci dei rifugiati siriani che arrivano in Libano: ha un canale su YouTube, lo sfondo è nero, si sente la voce in arabo dei testimoni, compare il testo in inglese, e nelle pause ci sono i rumori della guerra, i cani che abbaiano, i jet che volano, le esplosioni. The Caravan ha già raccolto settanta testimonianze, sta registrando e pubblicando storie di discriminazione, di di umiliazione, di morte e di amore, ci sono anche i bei ricordi, fissati lì perché non possano essere cancellati. Parlano molte donne, ma anche gli uomini hanno deciso di raccontare le loro storie: ora tocca ai bambini, con le loro voci tintinnanti che vincono sul nero e sulle bombe.

 

L’Europa fa i conti della propria resistenza al flusso dei migranti, fissa numeri, alza barriere, si affida agli inaffidabili per disperazione. Dal 27 febbraio è in vigore in Siria un cessate il fuoco deciso dalla comunità internazionale. In una settimana, secondo le ong siriane, ci sono stati 134 morti. Eppure i titoli dei giornali e i leader politici rassicurano: la tregua regge, stiamo andando bene.

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