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In politica e in amore vince il segreto. Se si sgarra, meglio una foto che la “Twitter diplomacy”

1 Dicembre 2015 alle 06:18

Capisci che la guerra è inevitabile, e forse anche la fine del mondo, quando inizi a leggere articoli sempre più seri sulla “Twitter diplomacy”. Il bello delle relazioni internazionali è sì quel che vediamo, le conferenze stampa dei leader mondiali organizzate con quella perfetta finzione che lascia intendere che in realtà, in privato, s’è discusso dell’esatto contrario, le foto di gruppo in cui ognuno cerca di fare la faccia più credibile che sa con esiti talvolta imbarazzanti. Ma il bello delle relazioni internazionali – e delle relazioni politiche e dei matrimoni – è soprattutto il mistero, la segretezza, il non detto, gli scatti rubati che fanno intuire alchimie e dissapori altrimenti indicibili (avete visto la foto della stretta di mano tra Barack Obama e Vladimir Putin ieri a Parigi? Obama altissimo guarda verso il basso lo zar con aria da duro, lo zar guarda oltre il braccio di Obama con fare sfuggente, gli occhi non si incrociano, e noi ancora siamo qui a favoleggiare sulla collaborazione “fattiva” tra Russia e America), i piccoli dettagli sparsi qui e là, che trapelano quasi per caso, e se li metti insieme – se riesci a metterli insieme – ti restituiscono l’immagine di un mondo. Nulla ha spiegato meglio la guerra di Barack Obama in Siria di un articolo sul New York Times che raccontava quanto fosse visibilmente annoiato il presidente americano alle riunioni del suo staff di sicurezza nazionale in cui si discuteva – per ore, per anni – come e se e quando armare i ribelli contro il regime di Damasco. Nulla ha spiegato meglio il rapporto tra Barack Obama e l’ex leader dei repubblicani al Congresso, John Boehner, del libro in cui Bob Woodward raccontava l’inconciliabilità tra il presidente tutto Nicorette e tè freddo e il repubblicano tutto sigari e whiskey.

 

La diplomazia su Twitter è l’opposto, e di solito finisce con goffaggini che proprio non ci meritiamo, ci piace pensare che i nostri leader stiano facendo la storia. L’ultimo esempio è lo scambio cinguettante tra il premier greco, Alexis Tsipras, e il suo collega turco, Ahmet Davutoglu. Mentre l’Europa puntava sulla Turchia per farsi aiutare nella crisi dei migranti, mentre il Cremlino annunciava ritorsioni economiche contro quella stessa Turchia legittimata dopo “l’incidente” della settimana scorsa – i turchi hanno abbattuto un jet russo – i due premier si punzecchiavano su Twitter. “Fortunatamente i nostri piloti non sono volubili come i vostri nei confronti dei russi”, ha scritto Tsipras, commentando poi: “Quel che sta accadendo nell’Egeo è offensivo e incredibile”, “stiamo spendendo miliardi in armi: tu per violare spazi aerei, noi per intercettarti”, “abbiamo il sistema militare aereo più moderno eppure, sul terreno, non riusciamo a prendere trafficanti che fanno affogare innocenti”. Il premier turco Davutoglu ha risposto soltanto al primo cinguettìo, con fare paterno: “I commenti sui piloti da parte di Tsipras non sono sintonizzati sullo spirito della giornata. Alexis: concentriamoci sulla nostra agenda ottimista”.

 

Le analisi geopolitiche sono subito partite incontrollate, Putin usa Tsipras per intimidire i turchi, la Grecia si metterà di traverso sulla questione dei migranti (come se la Grecia avesse qualche margine di manovra), i russi invaderanno la Turchia, e altre amenità simili. Nel frattempo Tsipras ha cancellato i tweet soltanto in lingua inglese – in greco no – e la Turchia ha ricevuto tre miliardi di euro per mettere a tacere i sensi di colpa europei sulla malagestione dei rifugiati. Forse Tsipras e Davutoglu si sono anche incontrati, visto che stavano partecipando allo stesso incontro #EuTurkey, ma questo non lo sapremo mai, a noi tocca la “Twitter diplomacy”, chissà se ce la meritiamo.

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