cerca

Prima di almanaccare sul clima impazzito, fatevi una passeggiata nel Foro, vicino al fuoco di Vesta

Il clima intorno a noi è anche una condizione psichica modellata dall’insieme dei nostri pensieri, delle nostre proiezioni emotive, amori, odii, attese, sospensioni e svuotamenti dell’anima.

1 Dicembre 2015 alle 06:26

Prima di almanaccare sul clima impazzito, fatevi una passeggiata nel Foro, vicino al fuoco di Vesta

Aedes Vestae nel Foro romano

A ognuno di noi sarà capitato di pronunciare una frase tipo questa: oggi qui c’è un brutto clima; qui in famiglia, qui al lavoro, qui fra gli amici. Certe locuzioni sono più profonde di quanto si pensi. Sull’attuale clima terrestre non ho certezze speciali, a parte l’evidenza empirica che è in perpetua mutazione e che a volte questi cambiamenti procedono per scarti, rotture improvvise, rivoluzioni o catastrofi. Altre volte no, c’è un lento progressivo incamminarsi delle condizioni atmosferiche verso assetti nuovi, rispetto ai quali l’uomo è protagonista attivo e passivo, un po’ come i sapienti dinosauri che precedettero di parecchi eoni l’incarnazione antropica. Ma non mi riferisco alle emissioni di gas serra o a cose simili, mi basta riconoscere con il buon senso antico che le città puzzano e l’aria buona sta in campagna e sulle vette montane. Conviene restringere la visuale, il risultato non è meno interessante.

 

Il clima intorno a noi è anche una condizione psichica modellata dall’insieme dei nostri pensieri, delle nostre proiezioni emotive, amori, odii, attese, sospensioni e svuotamenti dell’anima. In una vecchia erboristeria arredata in legno (accumulatore energetico privilegiato) si potrà percepire un clima che definirei “asclepiade”, da Asklepios, nume solare che risana: un misto di pazienza e intensa serenità, la sensazione che il ritmo della guarigione obbedisce alla capacità di ripristinare un equilibrio interiore in accordo con presenze benefiche macrocosmiche, distillate nella molteplicità delle erbe, ciascuna delle quali ha una sua personalità, un suo pianeta di riferimento. In una palestra all’aperto si può intuire la somma algebrica degli agonismi atletici, una intelligenza muscolare che si accompagna alla nudità dell’astuzia: un dèmone mercuriale. Nella sala di un cinema male areato, sopra tutto di sera, si mescolano invece le coagulazioni necrotiche dei vissuti belli e brutti, delle gioie e dei malanni di chi va lì a concludere la giornata: non tutto ma di tutto, perciò prima di dormire è consigliabile un lavacro accurato che porti via con sé le contaminazioni.

 

Negli alberghi in disarmo, nei luoghi storici e in alcuni particolari siti archeologici è sempre possibile trarre buone lezioni intorno al “clima”. In Bulgaria mi è capitato di rifuggire stanze nelle quali fortissima, quasi claustrofobica era l’impronta triste del sovietismo. Lungo la pianura di Farsàlo, nella Tessaglia sud-orientale, aleggiano ancora le furie sitibonde della guerra civile tra Cesare e Pompeo che proprio lì trovò il suo culmine risolutivo. Nella baia di Azio, invece, il mare sempre placido ha inabissato le spoglie dei partigiani di Marco Antonio e Cleopatra: ogni mattina riceve un raggio aurorale augusteo e il paesaggio tutt’intorno è ancora modellato da una pace verdeggiante, faticosa ma durevole. Immaginatevi dunque che cosa si possa percepire, per chi abbia sensi interiori allenati, nel Foro romano.

 


                                         Vesta (disegno di Eleonora Stella)


 

Fate una prova, recandovi presso il santuario di Vesta, la dea-custode della fiamma eterna romana, richiamata nel mondo fenomenico da Romolo insieme con il sabino Tito Tazio. L’ultimo grande archeologo ad aver scavato da quelle parti è Andrea Carandini, lo scopritore delle mura di fondazione dell’Urbe, un professore emerito dalle indubbie qualità sottili.

 

Dopo tanti anni di costante frequentazione del luogo, Carandini ha appena pubblicato un libro che si intitola “Il fuoco sacro di Roma. Vesta, Romolo, Enea” (Laterza). Se non fosse per certe sue scappatelle profane con le teorie demitizzanti sulle origini troiane di Roma e della Gens Iulia (un po’ di rispetto!); se non fosse per una certa senile rassegnazione verso l’illusorio egualitarismo delle religioni di salvezza, direi che questo libro è il degno coronamento di una straordinaria carriera. Anzitutto è un atto d’amore verso la purezza, la cura e la casta pietas nei confronti dei fuochi gentilizi e famigliari che si uniscono nella fiamma impersonale e sovrana dell’Urbe. Dal focolare palatino di Caca, vetusta divinità ignea pre-civica, fino alla immacolata Vesta, dea regale, vergine fecondatrice e pronuba le cui sacerdotesse alimentavano il fuoco urbico andando spose al Genio fallico di Roma, derivante da Marte e personificato nel rex-pontifex. Carandini conosce ogni più arcaico strato, ogni andito di quei luoghi, dai primordi capannicoli fino all’ultima versione marmorea. E a forza di starci dentro mostra di aver assimilato qualcosa d’importante, un clima, appunto, che per legge d’analogia si può sempre richiamare, rendere presente e santificare con i propri famigliari o, dilatando il cerchio magnetico, con i propri sodali, i propri concittadini: “… il fuoco antico e profumato che brucia legna in un focolare o in un camino e che dà senso di stabilità all’abitazione, alla famiglia, alla casata. Il fuoco – scrive Carandini – è il rovente ombelico che ci lega alle origini, a un corpo familiare, a una comunità”. E ancora: “… il trono del fuoco, cioè il camino, sta come quello di una ininterrotta dinastia e rimanda immancabilmente agli avi, propri o altrui: alla catena umana di cui siamo parte… Non ho mai conosciuto un fuoco pubblico capace di commuovermi, come quello dell’Altare della Patria”. E infine: “Invidio gli Indiani induisti che tutt’ora pregano Agni, il dio che arde”. Perché invidiare altrove, sia pure fra i parenti hindu, quel che mai ha smesso di palpitare perfino nella fiamma d’una candela in cera d’api, imago sensibile della scintilla divina che alberga nel cuore, e che l’avo primigenio ci ha trasmesso lungo il ciclo delle generazioni? Illuminato dal fuoco inestinto di Vesta, il vir romano ha scolpito la storia dei secoli assegnati alla civiltà degli eroi. La notte sopraggiunta ottenebra ancora il comune bipede moderno che, orfano di un focolare, muta e rivolge o sconvolge il clima intorno a sé senza radici né coscienza, attira piogge fangose, aridità desertica e disordine (ora sì, possiamo allargare un po’ la visuale). Ma chi lo sa se in una sala d’armi, invisibile ai più, uomini risvegliati alla luce conservano il clima delle origini? Vesta è la loro anima rischiarata, Marte il loro fiammeggiante coraggio, Triumphe! il canto alto e felice.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi