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Bel Ami

Un giornalista, una dettatrice, il successo sfiorato. Beato l’Ottocento e i suoi romanzieri muniti di trama

19 Febbraio 2020 alle 06:04

Bel Ami

Fu Balzac – uno che con gli anticipi, i debiti, le speculazioni disastrose aveva una certa familiarità – a raccontare la perfidia degli editori. Si intende, a spese dei poveri scrittori che passavano le notti in bianco per consegnare in tempo le puntate del romanzo. L’editore va a trovare lo scrittore con una proposta d’anticipo, e subito si accorge che l’indirizzo non è propriamente prestigioso. Pensa che qualcosina potrà risparmiare, con uno che non ha i soldi per abitare in un quartiere decente. Entra, e via via che sale le scale l’offerta si riduce a ogni piano. Quando scopre che lo scrittore abita nel sottotetto, in una chambre de bonne, capisce che gli porterà via il manoscritto quasi per niente.

  

Fu sempre Balzac – rivolgendo il suo spirito di osservazione verso il giornalismo – a coniare nel 1843 la parola “rienologue”, per lo scribacchino che noi chiamiamo “tuttologo” (sul perché i francesi parlino di “niente” e gli italiani di “tutto” servirebbe lo strizzacervelli). Il tipo di giornalista che Guy de Maupassant, quasi cinquant’anni dopo, racconta in Bel Ami. Un giovanotto che era stato tre anni con gli ussari in Algeria al suo ritorno trova solo un modesto impiego nelle ferrovie. Passeggiando con pochi soldi in tasca, incontra il suo vecchio commilitone Charles Forestier, caporedattore di La Vie Parisienne. Dall’oggi al domani viene assunto per scrivere i suoi ricordi dell’Algeria, con il non brillantissimo titolo “Ricordi di un cacciatore d’Africa”.

 

Qui comincia il divertimento. Duroy prova a scrivere. Maupassant racconta i tentativi in un pezzo d’antologia (da mettersi accanto al campione di pigrizia russo Oblomov: dopo centocinquanta pagine di romanzo finalmente si alza dal letto, ma non riesce a buttar giù una lettera, subordinate e pronomi si accapigliano, il foglio viene accartocciato e buttato via). “Algeri è una città bianchissima…”, attacca il giovanotto. Pure lui si accorge che come incipit si può far meglio. Cerca comunque di proseguire: “In parte è abitata da arabi…”. Scaraventa la penna sul tavolino, e rinuncia.

 

La crisi ha luogo nella misera casa dove Duroy abita – gradini sporchi e cosparsi di pezzi di carta, mozziconi di sigaretta, avanti di cucina, solo cerini per farsi luce. E viene risolta l’indomani da Forestier. Il caporedattore lo manda dalla consorte, che riceve il giovanotto in vestaglia (sono le dieci del mattino, più o meno) e comincia con un prezioso suggerimento: “Fingeremo che lei riferisca le sue impressioni a un amico, il che le permetterà di dire un sacco di sciocchezze, di essere spontaneo e divertente”. Poi passa alla dettatura dell’articolo. Successone. Il pezzo viene stampato e Duroy sta sveglio la notte per aspettare le copie fresche.

 

Il giorno dopo ci riprova, da solo. Fallendo miseramente. Si ritrova declassato a reporter, non proprio la vita lussuosa che aveva sognato durante il suo primo invito in salotto, sprofondato in una poltrona. Quando aveva indossato un abito da sera per la prima volta in vita sua, e passando davanti a uno specchio non si era neppure riconosciuto. Litigherà con la sua immagine per tutta la sua altalenante, e non sempre onesta, carriera: “Bel-Ami” è il soprannome ricevuto dalla “voce dell’innocenza”: Laurine, figlia di una sua amante, battezza così l’amichetto che spesso gira per casa. Fuori casa, lei si traveste da servetta se ne vanno per bettole a mangiare ciliegie sotto spirito. Vorrebbe che il giornalista si travestisse da operaio, ma lui rifiuta.

 

Seguono peripezie, beato l’Ottocento che premiava i romanzieri muniti di trama. Quando il caporedattore Forestier muore di tisi (il viaggio al sud, in stile Traviata, non è servito), Duroy ne sposa la moglie, che continua la dettatura degli articoli, però in camera da letto. Il giovanotto si firma Du Roy, ma tutti trovano il suo modo di scrivere terribilmente somigliante a Forestier: era la consorte il genio di casa. Tornano gli inviti nei salotti, dove si discorre dei fatti di cronaca “come si parla di una malattia tra medici, o di verdura fra verdurai”.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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