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Perché non possiamo non dirci crepuscolari

Ogni cosa, appena la afferriamo, è già obsoleta, e ogni sentimento che sperimentiamo sembra l’ombra di una sua versione più autentica e inafferrabile. Le poesie di Marino Moretti

1 Marzo 2020 alle 06:22

Perché non possiamo non dirci crepuscolari

Nell'Eternità, di Paul Schad-Rossa

Tra i primi poeti italiani integralmente moderni, nati quasi tutti intorno al 1880, molti esaurirono la parte più rilevante della loro vicenda artistica entro i trent’anni. Per alcuni l’“interruzione di carriera” coincise con la morte per malattia o in trincea, per altri con una svolta religiosa, e per altri ancora con il ritorno all’ordine del Dopoguerra, che li indusse al silenzio o a una revisione neoclassica della propria opera. C’è poi chi cambiò genere, come Marino Moretti e il suo amico geniale Aldo Palazzeschi, che si diedero alla narrativa tornando ai versi in vecchiaia.

 

Con una introduzione di Renzo Cremante, La nave di Teseo ripropone oggi le “Poesie 1905-1914” in cui Moretti, nel 1919, chiuse il suo primo ciclo letterario antologizzando le “Poesie scritte col lapis”, le “Poesie di tutti i giorni” e “Il giardino dei frutti”. E’ passato un secolo, eppure non siamo usciti dal clima esistenziale che le ha ispirate. Queste liriche hanno saputo fissare una condizione che da allora è cambiata solo in superficie: la condizione nella quale ogni cosa, appena la afferriamo, è già obsoleta, e ogni sentimento che sperimentiamo sembra l’ombra di una sua versione più autentica ma ormai inattingibile. Ci sentiamo ancora postumi a tutto, infantili e senili; siamo ancora bamboleggianti e soavemente crudeli, e ancora ci forgiamo una sofisticata corazza autoironica per non fare i conti con le nostre zone più vulnerabili. Non possiamo, insomma, non dirci crepuscolari. Si pensi ad autori del tardo ’900 come Sanguineti e Giudici, o anche all’ultimo Montale, di cui non pochi poeti giovani continuano a mimare le pose. Il crepuscolarismo originario, invece, mise cornici ironiche o finto-naïf ai quadri degli ultimi vati: nacque da un rovesciamento del D’Annunzio eroico, o da un prolungamento del “Poema paradisiaco” e delle pascoliane “macchinette per lacrime”. Agli estremi del suo spettro troviamo le nenie sfatte di Corazzini e il rictus metrico-parodistico di Gozzano, tra i quali si collocano esiti molto diversi come il manierismo caleidoscopico di Govoni e il grado zero dell’inafferrabile Palazzeschi. Grigio, polito, artigianalmente “sanza errori”, Moretti è il minimo comune denominatore della famiglia. La sua “prosa-poesia” è in un certo senso il rovescio della poesia-prosa dei vociani. 

 

temi sono noti: stazioni di provincia, convitti, conventi, beghine, tristezze domenicali, maestre, madri, signorine ingenue e incolte, prostitute sfiorite e riviste nostalgicamente con l’occhio del bambino che le alonava di mistero… Altrettanto nota è la virtuosistica esibizione di una metrica citata come un reperto, in cui si alternano terzine di endecasillabi, alessandrini, canzonette in quartine di ottonari o settenari, rime sdrucciole liberty o ingegnosamente costruite con parole straniere, e nei poemetti più lunghi un piccolo teatro a strofe e voci miste. L’incipit morettiano più famoso, che riecheggia Rodenbach, resta il “Piove. E’ mercoledì. Sono a Cesena / ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena…”; ma a chi volesse farsi subito un’idea della sua poetica consiglio d’iniziare dall’inappuntabile manifesto di “Io non ho nulla da dire”. Nelle “Poesie”, letteratura e vita vengono elevate al quadrato e insieme ridotte alle misure lillipuziane di una miniatura, di una medaglietta, di un’oleografia polverosa appesa nel corridoio di un hotel dove prepara i suoi scherzi innocui un Gian Burrasca malinconico. Riassumendo così bene i caratteri tipici di quest’arte minore, Moretti a volte si distingue appena dalle parodie che ne fecero Luciano Folgore (“Sono piccino, sai, sono infantile! / Lo dico al babbo se mi fai dei torti! / Bisogna coi fanciulli esser gentile / quando hanno ancora i calzoncini corti!”) e Paolo Vita-Finzi (“Piove. E’ mercoledì. Siamo a Cesena, / dov’è Marino, il piccolo Marino / (oh, quarant’anni, quarantuno, appena...)”). Negli anni Venti, come si diceva, imboccò la via della narrativa, scrivendo volumi pallidamente ottocenteschi. Tuttavia, qua e là, i suoi personaggi miti e arresi al male escono dal bozzetto. Si veda ad esempio il romanzo “I puri di cuore”, del 1923, che oscillando tra naturalismo, parabola cristologica e indagine psicoanalitica richiama perfino Tozzi. Sarebbe utile ristampare anche questo Moretti: per restituire ai lettori un buon libro, certo; ma anche per ricordare, a chi celebra un nuovo “tempo di edificare” romanzesco, che quel libro emerge da una produzione collettiva sostanzialmente mediocre, e comunque molto meno importante sia della “prosa-poesia” sia della “poesia-prosa” travolte dalla guerra, dalla restaurazione antiavanguardista e dal fascismo.

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