La resistenza anonima

“Mr Nobody Against Putin” e la morte russa per asfissia

Micol Flammini

Il documentario premio Oscar mostra dall'interno la Russia che soffoca tra propaganda e paura. Nelle scuole, dove il Cremlino fabbrica il futuro del paese e forgia la società di guerra, la ribellione è silenziosa, quotidiana, affidata a uomini e donne senza nome

La battaglia in Russia contro Vladimir Putin è una questione di anonimato, la combatte un manipolo di signori e signore nessuno, che spesso fra loro neppure si conoscono. A lottare contro il regime del Cremlino non sono più nomi importanti, oppositori famosi, volti noti. La resistenza è piccola, è quotidiana, millimetrica. E’ una battaglia continua contro la mostrificazione della società, contro la restrizione delle libertà. La Russia o marcia come un plotone di zombi o soffoca e la storia verissima raccontata nel film che ha vinto l’Oscar come miglior documentario, “Mr Nobody against Putin” di David Borenstein, è l’osservazione di un soffocamento lento. Si guarda il film e si ha la sensazione di assistere a una morte collettiva per asfissia.   Il documentario nasce dalle riprese che Pavel Talankin ha realizzato in diversi anni di lavoro all’interno dell’Istituto numero uno di Karabash, nell’oblast di Chelyabinsk. Karabash è una città nata per essere brutta, ha la fama di essere uno dei posti più inquinati della Russia. Non c’è immagine che mostri un angolo gradevole di Karabash, eppure, da Karabash, Talankin non se ne sarebbe mai andato se non fosse  stato per il 24 febbraio del 2022. 


Il documentario inizia e il protagonista esprime tutta la sua felicità per vivere in un posto che vuole incarnare tutti gli stereotipi di una città industriale creata per produrre e abitata soltanto per necessità. Talankin è il coordinatore di eventi della scuola numero uno, le sue riprese fanno parte del suo lavoro. Filma di  tutto: lezioni, recite, feste, confessioni degli studenti, riunioni degli insegnanti. Talankin vive per Karabash, per la sua scuola, per il suo lavoro. Forse stava già soffocando, come Karabash, come i suoi studenti e i suoi insegnati, e forse non si sarebbe mai accorto di soffocare se non fosse per l’accelerazione imposta dal Cremlino dopo l’inizio dell’“operazione militare speciale” contro l’Ucraina. Da quel momento, l’inquinamento di Karabash diventa mancanza d’aria e Talankin inizia a sentirsi solo, oppresso, è una particella sfuggita alla macchina che opprime. Nella sua cinepresa rimangono incastrate le prime parate imposte agli studenti, le lezioni dei professori propagandisti che insegnano come l’Ucraina sia stata spinta contro la Russia dall’occidente. Rimangono incastrate le lacrime delle prime feste per salutare chi si arruola non per convinzione, ma perché in preda all’asfissia è difficile sapere cosa fare della propria vita. Rimangono incastrate le prime lapidi, le confessioni dei ragazzi ancora troppo giovani per andare in guerra  ma che non sanno che fine abbiano fatto i  fratelli o i padri. 


Talankin per sfuggire al soffocamento vuole licenziarsi, poi ha un moto di ribellione e crede che, rimanendo all’interno dell’istituto numero uno che un tempo aveva fatto  la sua felicità,   avrebbe  un posto privilegiato per cambiare le cose, per salvare qualcuno. Vede le “Z”, lettera simbolo dell’invasione,  che invadono le aule, vengono disegnate sulle finestre; vede  bambini vestiti da soldato; sente la pressione delle delazioni; osserva Karabash mentre viene invasa da zombi che marciano sospinti da una nostalgia di guerra. Allora capisce che non può più cambiare nulla, che è tardi, che la sua città non la salverà, ma può salvare se stesso e fugge portandosi dietro le ore infinite di riprese, la testimonianza di cosa avviene in Russia. Talankin si è trovato nella fabbriche della Russia che Putin vuole per il futuro: la scuola. Nella manifattura del paese che dovrà combattere altre guerre, cresciuto con l’odio e la paura dell’occidente, pronto a dire sì, in modo entusiasta, a ogni conflitto. La fabbrica del materiale umano della guerra è iniettata di propaganda, viene incattivita a piccolo dosaggio, entra in contatto con il conflitto, simpatizza con i fucili prima ancora di capire a cosa servano. La scuola numero uno di Karabash è un esempio, ce ne sono infinite in tutto il territorio della Russia, piccole e grandi fabbriche della società di guerra. Bisogna guardare al loro interno per capire i cambiamenti voluti da Mosca. L’occhio che ci ha offerto Talankin serve a noi, è un privilegio. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)