Sergio Castellitto (foto Ansa)

l'intervista

Sergio Castellitto: "Il materiale emotivo è il mio omaggio a Ettore Scola. Ora smetto con la regia"

Gianmaria Tammaro

Parla l'attore e regista, che torna al cinema dal 7 ottobre: "Metto in scena i nostri segreti e la nostra mediocrità. Ho dimostrato a me stesso di essere in grado di dirigere. Ma questo lavoro non fa più per me"

Il materiale emotivo di Sergio Castellitto, al cinema dal 7 ottobre, scritto da Margaret Mazzantini e tratto da Un drago a forma di nuvola di Ettore Scola, Furio Scarpelli e Silvia Scola, è un film estremamente intimo. È ambientato in una libreria parigina illuminata di blu, piena di neon e di scaffali, ricca di calore e di carta, con una colonna sonora perpetua di rumori e suoni. Racconta la storia di un padre, interpretato dallo stesso Castellitto, e di sua figlia, interpretata da Matilda De Angelis.

È un film piccolo, fatto di oggetti e di dettagli. Un film contenuto tutto in una stanza, in una stradina del centro, e comunque enorme e infinito, perché gioca con i sentimenti e con i ricordi. È anche l’ultimo film di Ettore Scola. “Quello che non ha mai realizzato”, dice Castellitto. “Ettore era in una fase particolare della sua vita. Non di rinuncia, no. Ma in qualche modo aveva deciso di non misurarsi più con la messa in scena e con il cinema. E infatti, poi, ha fatto un fumetto con questa sceneggiatura. E secondo me si è divertito molto”.

Perché?
“Il disegno è sempre stata una delle sue più grandi passioni. E nel fumetto, in Un drago a forma di nuvola, si riconoscono anche i volti di Gerard Depardieu e di Massimo Troisi”.

Quando ha deciso di girare questo film?
“Tre anni fa, prima della pandemia. Mi hanno fatto leggere le sessanta pagine del trattamento. Ed è stato una coincidenza incredibile. Ho lavorato con Ettore in due film; credo di essere stato un amico e un allievo per lui”.

In che senso?
“Lo invitavo alle proiezioni dei miei film. A volte era estremamente affettuoso con i suoi commenti, altre un po’ più ruvido – diciamo così. Era un uomo straordinario, un maestro con il quale conversare, una persona capace di insegnare tantissime cose rimanendo sempre leggero”.

Da dove è partito per Il materiale emotivo?
“Ho chiesto a Margaret di riscrivere la sceneggiatura, e lei mi ha regalato questa meravigliosa metafora del teatro. Il personaggio di Yolanda (interpretato da Bérénice Bejo, ndr) è un’attrice, una Madame Bovary di periferia. A un certo punto dice: non sarò mai una protagonista; resterò per tutta la vita una passante”.

Questo è un film profondamente radicato nel teatro.
“Ero ossessionato dai rumori, dal tappeto sonoro. Ho ripetuto continuamente a tutti che i rumori devono avere un loro odore, una loro riconoscibilità. E il teatro può essere evocato così. Tutto in questo film è finto: ma è il cinema, in generale, ad essere finto. Non è un caso se Il materiale emotivo si apre e si chiude con un sipario. Volevo stringere un patto con il pubblico. Anche certe emozioni sono state controllate. Non c’era spazio per sbavature o per eccessi. Ho quasi disegnato i sentimenti”.

E poi c’è la Francia.
“La dimensione parigina è più vicina a quest’idea intima che c’è di appartarsi. Il riferimento di Ettore, se non sbaglio, era Shakespeare and Company, la libreria che si trova sul lungosenna. E a proposito di rumori: sono stato molto attento nel ricostruire i suoni della materia e della carta, dei passi, qualcosa in netta contrapposizione con la nostra nuova realtà, così immersa nel digitale. Il mio è stato un atto d’amore anche nei confronti di Jacques Rivette. La Francia entra ne Il materiale emotivo in tanti modi”.

E cioè?
“Durante la preparazione, che è una zona enorme della produzione, in cui fai lo sforzo continuo di immaginare quello che sarà, ho rivisto Jean Renoir, e ho rivisto tutto quel mondo del realismo poetico dove si ha il coraggio di dire battute quasi pretenziose, per negare il linguaggio spicciolo e sommario della vita di ogni giorno”.

I libri, in questo film, sono fondamentali.
“I libri sono sempre decisivi; e sono decisivi, paradossalmente, sia quelli che leggiamo che quelli che non leggiamo. Quando decidiamo di non leggere un libro, ci interroghiamo sul perché e finiamo per pensarci costantemente. Io, poi, ho sposato una donna che scrive: mangiamo pane e parole”. 

 

Com’è nato il personaggio del professore cleptomane?
“È quasi in contrapposizione con il personaggio dell’attrice. Lui ruba i libri pur di leggere. L’attrice, invece, non legge. O se legge, legge cose brevi, veloci. E invece per il mio personaggio i libri sono tutto. Sono i suoi amici, sono la sua vita. L’attualità, dice, ci uccide; la letteratura, invece, ci permette di resistere, di continuare a immaginare, di scappare dalla gabbia della quotidianità”.

 

Qual è l’attualità del cinema italiano?
“Oggi c’è di nuovo il tentativo di costruire qualcosa. E non parlo solo degli attori. Se pensiamo alla generazione di Scola, di Comencini, di Monicelli e di Marco Ferreri, dobbiamo parlare anche di grandi scenografi e di grandi costumisti, di grandi produttori e di grandi critici. In quegli anni si è sviluppato un mondo intero. Poi c’è stato un periodo di figure straordinarie e, in qualche modo, egoriferite. E adesso, con questa nuova generazione di cui fa parte anche mio figlio Pietro, c’è l’intenzione di fare di nuovo gruppo. È qualcosa, insomma, in cui avere fiducia”.

Il materiale emotivo è un film abbastanza inusuale: perché è piccolo, e non ha paura di questa sua semplicità.
“Sono estremamente fiero di averlo girato, e lo sono proprio per questo motivo. Il materiale emotivo non si impone, non è aggressivo; sta lì, in maniera quasi affettuosa. Una persona mi ha detto: questo film mi ha dato conforto. Quando ho visto Il materiale emotivo a Bari, con il pubblico in sala, mi sono sentito quasi in imbarazzo per la reazione degli spettatori. Ho capito di non aver sbagliato facendo questo film così: con dialoghi pieni di parole e senza l’ossessione del ritmo”.

Questa sarà davvero la sua ultima regia?
“Penso di sì. C’è un tempo per tutto, come si dice. E io non credo di essere portato. Per me non è un fallimento. Lo dico davvero, sinceramente. Ho sempre provato a collaborare con i registi che mi hanno diretto. A me piace l’opera, non la performance. Mi piace sapere dove sono, dove mi trovo. È faticoso, fare il regista. Ci sono troppe tensioni, troppi problemi”.

Con chi?
“Diciamo che i ricordi migliori sono quelli legati ai set e alle persone straordinarie con cui ho lavorato. Ma dopo è tutto un inseguire, difendersi e spiegare. Non fa più per me”.

Quindi è sicuro.
“Si può fare altro. Arriva sempre il momento in cui passare la mano, e fare un passo indietro non è una cosa così negativa. Non è un gesto nobile, intendiamoci. Nell’I Ching c’è un segno che si chiama ritirata, ed è un gesto di strategia, non di codardia. Ho fatto sette film; mi sono divertito come un matto, ho dimostrato a me stesso di essere in grado di dirigere e sono stato in trincea con gli attori”. 

 

(foto LaPresse)

Il suo primo film come attore è stato Tre fratelli di Francesco Rosi, nel 1981.
“Era solo una posa. Facevo il terrorista; dovevo uccidere il magistrato interpretato da Phillipe Noiret nel suo sogno. Feci quella scena senza sapere dove mettermi. Rosi o l’aiutoregista mi dissero che cosa fare e io, semplicemente, bestemmiai. Nel film, poi, venni ridoppiato”.

Rosi, però, fu contento.
“Non per la bestemmia, ovviamente. Era una bestemmia – ecco – di stupore, non cattiva, assolutamente innocente; era la bestemmia di un giovane attore che pensa: sto rischiando la carriera prima ancora di averne una. Però ricordo l’espressione di Rosi, ed era un’espressione convinta, soddisfatta. Fu il mio battesimo”.

È rimasto in contatto con Rosi?
“Non ci siamo rivisti per molti anni, ma quando ci siamo rivisti gli ho ricordato questo momento e lui ha riso molto”.

Il materiale emotivo è un film di incontri. Quali sono stati i più importanti per lei?
“Certamente quello con Ettore Scola. Ma anche quello con Marco Ferreri, una variante impazzita di questo mondo. Poi c’è stato l’incontro con Mastroianni, e quello con Jacques Rivette, così diverso dal microcosmo della commedia italiana. Più recentemente ho conosciuto Edoardo De Angelis. E poi, centrale nella mia vita, c’è l’incontro con Margaret”.

Che incontro è stato questo?
“Per me è impossibile separare l’affettività dalla vita creativa che abbiamo vissuto e costruito. Siamo come una famiglia di operai specializzati: parliamo di tutto, e parliamo di tutto sempre insieme, sempre con complicità”.

Alla fine che cos’è il materiale emotivo?
“È tutto ciò che viene rappresentato e messo in scena; sono i nostri segreti, le nostre occasioni mancate, è la nostra mediocrità. Anche l’emotività ha un corpo. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcun altro cinema. È come il mare di notte, così difficile da rappresentare sul grande schermo: è una cosa che ci inquieta profondamente”.

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