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Dieci cose da imparare da Sylvia Beach e dalle sue avventure di editore di Ulisse

Anniversari. Cento anni di Shakespeare & Company

6 Gennaio 2019 alle 06:15

Dieci cose da imparare da Sylvia Beach e dalle sue avventure di editore di Ulisse

La Shakespeare & Company sul Lungosenna

I pellegrini che affollano la Shakespeare & Company sul Lungosenna talvolta ignorano trattarsi della sede sbagliata: l’originale della libreria che ha cambiato la storia della letteratura fu aperto cent’anni fa da Sylvia Beach all’8 di rue Dupuytren salvo trasferirsi nel 1921 al 12 di rue de l’Odéon, dove rimase fino all’occupazione nazista. Figlia di ricchi statunitensi, sognava in realtà una libreria francofona a New York, venendo condotta dal cambio favorevole ad aprirne una anglofona in Francia (“Prego spedire soldi”, telegrafò alla mamma); le sue memorie, uscite nel 1959 e riproposte ora da Neri Pozza, possono essere lette come decalogo di editoria estrema. La Shakespeare & Co volle infatti diventare casa editrice di un solo libro, l’“Ulisse” di Joyce, la cui pubblicazione a puntate era stata sospesa per oscenità prima sulla rivista britannica The Egoist poi sull’americana Little Review. Ecco cosa s’impara leggendo Sylvia Beach oggi.

 

1. L’editore deve pensare in grande. Mentre Joyce proponeva di stampare tutt’al più una dozzina di copie, e a prezzo popolare (una follia: svendere un prodotto di nicchia), la Shakespeare & Co ne pianificò subito mille, di cui cento su carta extralusso firmata dall’autore. Seguì un decennio di ristampe e nuove edizioni.

 

2. L’editore non vende un oggetto ma un’idea. La pubblicazione fu annunciata per l’autunno del 1921 ma, fra le lungaggini tipografiche, gli imbarazzi delle dattilografe e la certosina compulsione di Joyce nel dilatare le bozze, il libro uscì il 2 febbraio del 1922 in due sole copie: una per il compleanno dell’autore, l’altra per la vetrina. Le restanti arrivarono mesi dopo ma erano già andate esaurite da tempo: nonostante l’abbondanza di libri, tutti desideravano quello che non esisteva ancora.

 

3. Il pubblico considera la cultura un prodotto metafisico, estraneo alle leggi dell’economia. Sapete perché, dei mille lettori che avevano anticipato il finanziamento per prenotare le copie di questo romanzo che tardava sempre più, nessuno osò chiedere un rimborso? Perché avevano pagato non con soldi ma con vaghe promesse.

 

4. La tendenza a non pagare per la cultura è più diffusa fra gli alti intellettuali: l’unico a pagare la Shakespeare & Co sempre in contanti era Hemingway, che era povero.

 

5. L’editore, per quanta cura possa metterci, deve presupporre che il mercato culturale non sia al riparo dall’incompetenza altrui. Uno dei motivi per cui aprì la propria libreria fu che, quando Sylvia Beach cercava a Parigi i racconti di Sherwood Anderson, i librai cercavano di rifilarle le fiabe di Andersen. La seconda edizione riveduta e corretta dell’“Ulisse” conteneva tre refusi lasciati dal proto già nella prima pagina. Un lettore, entrato alla Shakespeare & Co per comprare un romanzetto sporco, si era lasciato convincere che “Piccole donne” celasse pagine lubriche.

 

6. L’editore connotato da un genere ne rimane vittima. Dopo avere pubblicato un romanzo celebre per i propri intoppi con la censura, Sylvia Beach venne raggiunta dalle proposte di decine di autori che volevano pubblicare opere erotiche. Alcuni le leggevano direttamente i passi più piccanti, certi che incontrassero i suoi gusti.

  

7. L’editore che non vuole connotarsi per un genere ne rimane vittima. Tra i romanzi censurabili di cui rifiutò la pubblicazione, indirizzandoli verso marchi più adatti, Sylvia Beach si lasciò sfuggire “L’amante di Lady Chatterley” di D. H. Lawrence e “Tropico del Cancro” di Henry Miller.

 

8. L’editore deve cavalcare le novità offerte dall’evoluzione della cultura a lungo termine. Nel 1922 lo chef di Maxim’s propose a Sylvia Beach di pubblicare le proprie memorie, presentandogliele come l’evento editoriale del secolo. Se avesse accettato, oggi magari sarebbe ricordata per questo.

 

9. L’editore che si fa un amico si fa contemporaneamente almeno un nemico. Pubblicare l’“Ulisse” costò a Sylvia Beach il legame con Gertrude Stein che, indispettita dall’uscita di un romanzo che disprezzava, decise di passare alla rivale della Shakespeare & co, l’American Library sulla Rive droite.

 

10. L’editore non deve fidarsi degli autori. Sylvia Beach fece di tutto per soddisfare le esigenze di Joyce, le sue fisime e le sue mattane, incurante del rosso che causavano nei conti. Prosperavano invece le case dove aveva indirizzato cuochi e sessuomani, non ultima la Random House cui Joyce, all’improvviso, vendette i diritti dell’“Ulisse” dimenticando che appartenevano alla donna che l’aveva pubblicato. Le fece comunque mandare una copia omaggio.

Antonio Gurrado

Nato nel 1980. Vive a Pavia (è ghisleriano) dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Napoli, Modena e Oxford. Scrive di religione, editoria, illuminismo, calcio e Inghilterra; anche su Tempi e su Quasirete della Gazzetta dello Sport. Libri: Voltaire cattolico (Lindau) e Ho visto Maradona (Ediciclo).

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