Agli Emmy si è visto che la vecchia tv non è per nulla spacciata, se sa aggiornarsi

Eugenio Cau

Un’ondata di nuovi servizi streaming e una sfida gustosa

Milano. Era il 2013 e Netflix faceva la storia. “House of Cards”, la serie tv con Kevin Spacey, quell’anno fu la prima serie trasmessa in streaming digitale a ricevere nomination agli Emmy – e a vincere perfino un premio per la regia di David Fincher. Si disse che era soltanto l’inizio, che lo streaming digitale avrebbe fatto la disruption, che Netflix era il futuro e gli altri erano il passato. Avanti di sei anni. Domenica notte si è tenuta a Los Angeles la cerimonia degli Emmy e Netflix non ha vinto quasi nulla, almeno tra i premi più prestigiosi. Ora, non è bene giudicare da un’annata soltanto, anche perché Netflix ha comunque preso la bellezza di 117 nomination, ma se aggiungiamo al quadro alcuni avvenimenti recenti si può dire che questo è l’anno in cui le major televisive hanno cercato di riprendersi la tv – e forse ci stanno riuscendo.

 

 

Negli ultimi anni, quando si parla di serie tv, le cose sono andate così: le grandi aziende di streaming digitale, Netflix e Amazon Prime Video (oltre che Hulu negli Stati Uniti) hanno sfornato un successo dietro l’altro, rastrellato premi e dato prova di un certo dominio sui contenuti di qualità, con soltanto Hbo (la casa di produzione di “Game of Thrones”) a tenere loro testa. A un certo punto era sembrato che tutti i migliori attori e i migliori registi avessero un progetto perfetto da mandare in streaming su Netflix, e che la società americana fosse pronta a finanziarli tutti generosamente, grazie al suo budget infinito. Agli Emmy di un anno fa, Netflix ha ottenuto più nomination di Hbo per la prima volta nella storia. Negli ultimi mesi, tuttavia, le cose sono cambiate. Le grandi emittenti televisive americane e le major cinematografiche, anche loro bruciate dallo streaming, hanno deciso di adottare lo schema Netflix, e hanno annunciato tutte un nuovo servizio digitale. Casualità ha voluto che tutti i nuovi servizi saranno lanciati negli Stati Uniti e nel mondo entro la fine dell’anno, o al massimo all’inizio del 2020, e questo significa che un lago con pochissimi predatori si riempirà all’improvviso di squali. Elenchiamo quelli che esordiranno in America, che è comunque il primo mercato mondiale per la maggioranza di queste aziende: AT&T lancia AT&T Tv, nuovo servizio streaming della tv via cavo; Discovery e Bbc si mettono assieme per un nuovo canale streaming a pagamento l’anno prossimo; tra meno di un mese esordisce Disney+, che avrà in esclusiva i cartoni animati celebri, “Star Wars”, il franchise degli “Avengers” e i programmi di Fox come “The Simpsons”; Hbo lancia Hbo Max, che negli Stati Uniti oltre ai contenuti di Warner Bros si è aggiudicato i diritti per “Friends”; NbcUniversal ha da pochissimo annunciato Peacock, il suo servizio di streaming pieno di vecchi classici come “30 Rock”; infine, anche se non fa parte della vecchia guardia, c’è Apple Tv+, il servizio di streaming del produttore dell’iPhone, che ha speso una buona quantità di miliardi per assicurarsi registi e attori di peso. Adottare lo schema Netflix significa anche questo: prepararsi a sborsare un sacco di soldi per competere con contenuti nuovi e di successo.

 

 

Reed Hastings, il cofondatore di Netflix, disse in varie interviste che i veri concorrenti del suo canale di streaming sono il sonno e il videogioco Fortnite, come a dire: i vecchi operatori della tv non li consideriamo neppure. Adesso invece tutti hanno il loro canale di streaming, tutti investono miliardi, e Netflix ha molte più preoccupazioni. Con il campo da gioco livellato, la sfida potrebbe farsi gustosa: meglio il know-how algoritmico di Netflix, Prime e Apple o meglio il know-how dello showbusiness tradizionale di Warner, Nbc e Hbo? Di recente il regista star J.J. Abrams ha rifiutato un contratto stellare con Apple preferendo la Warner, che pagava meno ma dava più garanzie quando si parla di cinema e di gestione delle grandi produzioni.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.