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Buone ragioni per andare a vedere “Notti magiche” di Paolo Virzì

Sotto il titolo calcistico si nasconde un film con altissime barriere d’entrata. Resta aperta la questione. Come mai quei cinematografari cialtroni lavoravano con più profitto di quelli d’oggi, che si sentono artisti?

9 Novembre 2018 alle 17:32

Buone ragioni per andare a vedere “Notti magiche” di Paolo Virzì

Erano litigiosi, si rubavano le idee, sfruttavano i ghost writer (scusate l’anacronismo, in un cinema che l’inglese non sempre lo masticava, ma “negri” non si usa più neppure come termine tecnico). Passavano da un genere all’altro – e da una sceneggiatura all’altra – cambiando stanza e a volte neppure quella. Spettegolavano in trattoria e alle feste (“maldicenze” sarebbe più adatto, i colpi bassi non mancavano). Allungavano le mani sulle attrici (a volte pure le sposavano). Oppure le portavano a vedere l’alba (più o meno con lo stesso esito, carriera e matrimonio).

   

  

Era il cinema italiano come lo racconta Paolo Virzì in “Notti magiche”, ambientato nell’anno del Mondiale 1990 (da giovedì scorso nelle sale). Ritratto fedele, che mette alla prova gli spettatori ignari della materia con una cascata di nomi senza cognome. Ettore, Ennio, Suso, Mario, Citto, “la magnifica Lina”, Piero, Furio, Dino, Leo, Amedeo & company: sotto il titolo calcistico e canzonettaro si nasconde un film con altissime barriere d’entrata. Resta aperta la questione. Come mai quei tizi dipinti come cialtroni, goderecci, industrialmente organizzati, lavoravano con più profitto dei registi e sceneggiatori d’oggi, che si sentono artisti, pure tormentati e forniti di messaggio, e producono storie che pochi hanno voglia di vedere?

    

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C’è un film interessante dentro la cornice di “Notti magiche”. Funziona come studio d’ambiente – tra la vecchia e vecchissima guardia, irrompono tre giovani sceneggiatori in gara per il Premio Solinas. Più faticoso il poliziesco che vorrebbe essere: un’indagine sul produttore finito nel Tevere con la sua Maserati, mentre gli italiani guardavano i rigori della partita mondiale Italia-Argentina. “Volete fare gli sceneggiatori ma non sapete fare gli spettatori, non sapete osservare”: così il commissario rimprovera i tre aspiranti cinematografari (lo spettatore, tra un nome e l’altro, pensa che certi discorsi tra vita e arte bisognerebbe lasciarli fare a Woody Allen).

   

I tre finalisti al premio – madrina Ornella Muti, signora in rosso senza mutande – ripropongono i difetti del cinema italiano d’oggi. Lo sceneggiatore siciliano che ha fatto il liceo classico, il suo copione si intitola “Olio - La vita vera e sognata di Antonello da Messina” (tifiamo per il produttore che vuole aggiungere un po’ di gnocca, e Mickey Rourke protagonista). La sceneggiatrice romana ricca di famiglia, genere “sabato sera non posso, devo suicidarmi”. Il proletario di Piombino che si fa raccomandare dai compagni delle acciaierie ai registi comunisti. Corrono per i vicoli di Trastevere, come in “Bande à part” di Jean-Luc Godard, ma lì era il Louvre.

  

Menzione specialissima a Marina Rocco, ragazza coccodè che “mi si spaciuga il trucco”, e non osando dir “pompino” cerca la parola nobile: “Fa rima con Lazio”.

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