© Synodaler Weg/Maximilian von Lachner
La Chiesa tedesca è pronta a dare pieni poteri ai laici. Che farà Papa Leone?
A fine gennaio sarà definita la composizione della "Conferenza sinodale". Nei giorni scorsi, il Papa ha incontrato un gruppo di oppositori al Sinodo tedesco: “Ci ha detto che è preoccupato”
Il punto più delicato è l’ormai imminente istituzione della Conferenza sinodale, un organismo formato da ventisette vescovi ordinari, da ventisette laici rappresentanti del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e da altri ventisette cattolici laici scelti in tutta la Germania chiamato non solo a studiare e proporre riforme, ma anche dotato di poteri deliberativi
Roma. Uno dei punti nell’agenda di Leone XIV per questo 2026 è la situazione della Chiesa tedesca, alle prese con la messa in pratica delle scelte sinodali. Il punto più delicato è l’ormai imminente istituzione della Conferenza sinodale, un organismo formato da ventisette vescovi ordinari, da ventisette laici rappresentanti del potente Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e da altri ventisette cattolici laici scelti in tutta la Germania chiamato non solo a studiare e proporre riforme, ma anche dotato di poteri deliberativi. All’assemblea tenuta a Fulda lo scorso novembre, si è stabilito che l’organismo interverrà “su questioni importanti della vita ecclesiale” e su “questioni significative nello stato, nella società e nella Chiesa”. Non solo: potrà assumere decisioni rispetto ai “processi di pianificazione strategica” e al “bilancio dell’Associazione delle diocesi di Germania”. Potrà anche proporre figure “professionalmente idonee che parteciperanno alle commissioni episcopali” con diritto di voto. Naturalmente, discuterà sull’applicazione della Kirchensteuer, la tassa che in Germania ogni battezzato è obbligato a versare. A fine mese si riunirà a Stoccarda l’ultima assemblea sinodale (la sesta), presieduta dal presidente dei vescovi tedeschi, mons. Georg Bätzing, e dalla presidente dello ZdK, Irme Stetter-Karp. All’ordine del giorno, tra le altre cose, c’è proprio l’elezione di alcuni membri della futura Conferenza sinodale, il cui debutto ufficiale è atteso per fine anno. Sempre che da Roma non arrivi l’ennesimo divieto. Lo scorso 12 novembre, in Vaticano, si sono incontrati per la quarta volta in due anni e mezzo i rappresentanti della curia e dell’episcopato tedeschi e in tale occasione, “in un’atmosfera sincera, aperta e costruttiva”, si sono esaminati “vari punti del futuro statuto” della Conferenza sinodale, fra cui la sua natura, la composizione e le competenze. Nel maggio del 2024, quattro vescovi (gli ordinari di Colonia, Ratisbona, Passau ed Eichstätt – quest’ultimo nel frattempo si è dimesso) si erano opposti all’istituzione di un simile organismo, ricordando che la curia romana aveva già chiarito che una Conferenza sinodale, “come era stato previsto e formulato nella decisione del Synodale Weg, non era compatibile con la costituzione sacramentale della Chiesa”. Papa Francesco ribadì per iscritto che l’istituzione di tale struttura “è stata interdetta dalla Santa Sede con lettera del 16 gennaio 2023, da me approvata in forma specifica”.
Qualche giorno fa, il Papa ha ricevuto in udienza Bernhard Meuser e Martin Brüske dell’iniziativa “Neuer Anfang” (“Nuovo inizio”) e la direttrice della rivista cattolica Tagespost, Franziska Harter. Si tratta di media fortemente critici con il percorso sinodale tedesco (Tagespost era uno dei pochi giornali presenti sempre nella mazzetta di Benedetto XVI, anche da emerito). Parlando dell’incontro, i tre hanno riferito che Leone XIV è rimasto “profondamente scosso” da quanto ha sentito da loro, prima di dire: “Sì, condivido le vostre preoccupazioni”. Al Pontefice hanno consegnato un documento di venti pagine che raccoglie quanto “molti cattolici” in Germania hanno scritto a proposito del Cammino sinodale e delle prospettive che si aprono. Non sono posizioni estreme o marginali, ma rappresenterebbero “l’ampio centro della Chiesa: fedeli che desiderano un rinnovamento spiritualmente fondato, una vera sinodalità nell’ascolto dello Spirito santo e una Chiesa di discepoli così come descritta in Evangelii gaudium”. Sul tema, Prevost era intervenuto conversando con i giornalisti di ritorno dal Libano, all’inizio di dicembre. Innanzitutto, aveva fatto una distinzione fra il Cammino sinodale “celebrato” sulle rive del Reno e il Sinodo voluto da Francesco: “Il Cammino sinodale non riguarda solo la Germania: tutta la Chiesa ha celebrato un Sinodo sulla sinodalità negli ultimi anni. Ci sono alcune grandi somiglianze, ma ci sono anche alcune forti differenze tra come il Synodale Weg in Germania è stato portato avanti e come può ben continuare nella Chiesa universale”. Aggiungeva il Papa, di essere “consapevole che molti cattolici in Germania ritengono che alcuni aspetti del Cammino sinodale che è stato celebrato in Germania fino a ora non rappresentino la loro speranza per la Chiesa o il loro modo di vivere la Chiesa. Pertanto, c’è bisogno di ulteriore dialogo e ascolto all’interno della Germania stessa, affinché nessuna voce venga esclusa, affinché la voce di coloro che sono più potenti non zittisca o soffochi la voce di coloro che potrebbero essere molto numerosi ma non hanno posto per parlare e far sì che le proprie voci e le proprie espressioni di partecipazione alla Chiesa siano ascoltate”. Dopo il bastone, la carota: “C’è un processo in corso, per cercare e assicurare che la Via Sinodale tedesca non si stacchi, per così dire, da ciò che dev’essere considerato il cammino della Chiesa universale. Sono sicuro che quel processo continuerà. Suppongo che ci saranno alcuni aggiustamenti da entrambe le parti in Germania, ma sono del tutto fiducioso che le cose si risolveranno positivamente”.
Il Papa sa bene di cosa sta parlando, perché da prefetto dei Vescovi faceva parte del ristretto gruppo cardinalizio incaricato di incontrarsi con i vertici dell’episcopato tedesco al fine di cercare una soluzione che evitasse fratture o, addirittura, scismi. Robert Prevost fu tra i firmatari della durissima Nota che nei primi mesi del 2024 ribadiva il divieto di istituire il Consiglio sinodale. L’altolà era arrivato già un anno prima, quando il Vaticano chiarì che “né il Cammino sinodale né alcun organismo da esso istituito né alcuna conferenza episcopale hanno la competenza di istituire il Consiglio sinodale a livello nazionale, diocesano o parrocchiale”. Della delegazione vaticana faceva parte anche l’allora prefetto del dicastero per l’Interpretazione dei testi legislativi (prima Pontificio consiglio), mons. Filippo Iannone, che Leone XIV avrebbe poi scelto come proprio successore alla guida del dicastero per i Vescovi, segno di enorme fiducia. Iannone non è una figura marginale nella “trattativa” con l’episcopato tedesco: innanzitutto perché è uno dei pochi curiali chiamati a rapportarsi con il problema, e poi perché mons. Iannone è il primo firmatario di un parere sugli intenti e le procedure del Synodale Weg in totale antitesi ai desiderata tedeschi. Nel 2019, quindi all’alba del processo sinodale, scrisse al cardinale Reinhard Marx che poiché i temi oggetto del confronto “non toccano solo la Chiesa in Germania, ma la Chiesa universale”, “non possono essere oggetto di deliberazioni e di decisioni di una Chiesa particolare”. Aggiungeva, Iannone che “si ha l’impressione che la Conferenza episcopale e lo ZdK siano pari tra loro: mandano un numero uguale di partecipanti, appartengono di pari diritto alla presidenza, hanno voto deliberativo ecc. Questa parità tra vescovi e laici non può sussistere ecclesiologicamente”. La Chiesa, si precisava, non è “strutturata democraticamente”. La conclusione del parere era una domanda, per quanto retorica: “Come può un’assemblea di una Chiesa particolare deliberare su temi della Chiesa universale e come può una Conferenza episcopale lasciarsi determinare da un’assemblea di cui la maggioranza dei membri non sono vescovi?”.
Il 10 novembre del 2023, Papa Francesco scrisse una lettera alle teologhe Katharina Westerhorstmann e Marianne Schlosser, alla filosofa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz e alla giornalista Dorothea Schmidt. Tutte e quattro avevano fatto parte del Cammino sinodale tedesco in qualità di delegate, salvo abbandonare i lavori dopo aver intuito la deriva. Di questo avevano avvisato, sempre tramite lettera, il Pontefice. Nella sua risposta, Bergoglio si disse preoccupato “per gli ormai numerosi passi concreti con cui grandi porzioni di questa Chiesa locale continuano a minacciare di allontanarsi sempre più dal cammino comune della Chiesa universale”. In questo primo scorcio di pontificato, Leone XIV sta dedicando tempo e attenzione all’evoluzione della sinodalità tedesca. A fine novembre, quindi dopo l’assemblea di Fulda, ha ricevuto in udienza proprio la teologa Katharina Westerhorstmann, fortemente critica del Synodale Weg. E in otto mesi ha ricevuto diversi vescovi provenienti dalla Germania, l’ultimo dei quali – sabato scorso – è stato l’ordinario di Ratisbona, mons. Rudolf Voderholzer. Uno dei quattro che fin dal principio si sono opposti agli altri ventitré confratelli. Dal Palazzo apostolico sono passati anche mons. Bätzing e dopo l’estate i vescovi di Paderborn, Amburgo, Treviri, Augsburg, Passau e Hildesheim. Diversi, poi, gli incontri con il cardinale Reinhard Marx che, anni fa, giurava in conferenza stampa che “non sarà Roma a dirci cosa dobbiamo fare in Germania”. La situazione della Chiesa tedesca è critica. Stando alle statistiche pubblicate alla fine di marzo del 2025 riferite all’anno precedente, per la prima volta il numero dei cattolici è sceso sotto la soglia dei venti milioni. Gli abbandoni (cioè la disiscrizione dai registri) sono stati 321.611 a fronte di 1.839 ingressi e 4.743 riammissioni. La partecipazione alla messa domenicale è pari al 6,6 per cento dei cattolici registrati. In dieci anni, la perdita netta è stata di quattro milioni di fedeli. Nel 2024 sono stati ordinati, in tutto il paese, solo 29 preti. Erano stati 35 nel 2023 e 33 nel 2022.