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L'indagine

Il segreto di Lourdes, che resiste in silenzio alla secolarizzazione

Il paradosso è che l'ottimismo si fa largo proprio nella terra che più d'ogni altra è impregnata di un esasperato laicismo. E le guarigioni? Sono pochissime, ma questo non è mai stato un lazzaretto per malati terminali

Matteo Matzuzzi

Nel cuore dell’Europa senza più fede, dove proliferano veggenti che vedono la Madonna moltiplicare gnocchi in pentola, il santuario più celebre al mondo continua ad attrarre milioni di pellegrini. Qui sembrano lontani i rapporti sullo stato crepuscolare del cattolicesimo

La Madonna non è una postina che recapita messaggi su richiesta, ha detto il Papa, figurarsi se trascorre le sue giornate a moltiplicare conigli, gnocchi in pentola e pizza nel forno. La pausa estiva, Deo gratias è il proprio il caso di dire, ha fatto calare il velo sui talk-show mattutini e pomeridiani che per mesi hanno dato spazio alla storia delle presunte apparizioni di Trevignano, sulle sponde del lago di Bracciano, dove la Vergine non solo si sarebbe manifestata alla supposta veggente Gisella, ma avrebbe anche copiato il suo Unico figlio, decidendo dopo duemila anni di prendere spunto dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci per soddisfare l’appetito degli amici della “prescelta” lì convenuti per la cena.

   

Veggenti in televisione, pronte a rispondere a ogni domanda dei salotti ricolmi di trash, tra un succoso dettaglio da rivelare (di solito è sempre il racconto di quanto ha sanguinato la statua della Madonna, anche anni prima, con dissertazioni sulla natura delle tracce ematiche: umane, divine o di maiale?) e una profezia – apocalittica, naturalmente – da condividere con le telespettatrici in quel momento prese dai panni da stirare o dalle masserizie da riordinare. E in tanti ci credono, vedono in quella statuetta, in quella collinetta, in quello spazio di pace e tranquillità, una sorta di consolazione celeste, una figura che comunque sia intercede per l’umana salvezza. Telecamere fisse sulla teca con vista lago, interviste, esperti che mischiano il sacro e il più che profano, che scopiazzano Medjugorje e citano un verso del Magnificat insieme a un passo tratto dal Vangelo, quello che meglio s’adatta al canovaccio televisivo, naturalmente decontestualizzandolo. Chissà cosa penserebbe Bernadette Soubirous, la poverina di Lourdes, se dalla gloria eterna fosse costretta a tornare in questa valle di lacrime.

  

E poi i testimoni, sempre numerosi, pronti a mandare in diretta tv foto di croci nel cielo e bagliori tra le nuvole che subito nella vulgata diventano tante Madonne fluttuanti nell’aere, che poi si scopre essere tutta colpa dell’obiettivo sporco del telefonino. Fenomeni che – assicurano – quando scattato la foto sullo smartphone non c’erano proprio, non si vedeva nulla di strano, né croci ne Marie rotanti nella volta celeste. Solo raramente qualcuno, davanti alle immagini e alle parole commosse di coloro che hanno visto, ha la lucidità e la prontezza di domandare: scusi, ma perché stava fotografando il Cielo se non c’era niente? E la risposta, imbarazzata e balbettante è che ogni tanto capita di fotografare il cielo. Così, non sapendo che fare. Gisella ha detto di aver visto tutti, Padre Figlio e Madonna – “un certo affollamento”, ha notato serafico Bruno Vespa, intervistandola a maggio a “Porta a Porta” – e che tutti le hanno parlato. Gesù è un giovanotto dall’occhio “verde-azzurro” e con il capello lungo: hanno fatto centro, quindi, i grandi produttori hollywoodiani della metà del Novecento, quando collocarono nella Palestina di duemila anni fa questo Cristone scandinavo che indubbiamente deve aver attirato le folle che abitavano sulle sponde del lago di Tiberiade. Dio invece “ha una voce più o meno baritonale”, profonda, perché Dio è Dio, ça va sans dire. Pure Gesù ha una voce forte, ma meno del Padre, dice la veggente. Chissà…  sarà per l’età. La Madonna invece, “che non piange da due anni”, è apparsa “su una nuvoletta”, ha le fattezze di una ragazza di “16-17 anni”, ha “un mantello azzurro” e si rivolge ai “Cari figli”. Certo, ogni tanto se la prende con la falsa Chiesa, dove i falsi sarebbero non si sa bene se il Papa, i vescovi o noi – su questo l’Apparizione non è stata molto chiara, a quanto pare. Gisella ha anche le stigmate che vanno di pari passo con le “conversazioni mensili”, solitamente si manifestano il Mercoledì delle Ceneri e svaniscono il Venerdì santo. A ogni modo, “non voglio paragonarmi alle altre veggenti”, assicura. 

   
Nulla di nuovo, sia chiaro. Oggi ci sono le telecamere che mandano in diretta ogni istante – e in esclusiva, per di più! – dei presunti miracoli, dei fenomeni mistici e soprannaturali. Basta poco per premiare la suggestione, individuale o collettiva. Ma già un secolo e mezzo fa c’era chi alzando lo sguardo vedeva Madonne anche quando si trattava d’altro. Scrive il più grande mariologo del Novecento, René Laurentin (1917-2017), che due mesi dopo la prima apparizione a Massabielle, si verificò la cosiddetta “epidemia delle visionarie”. Cinque donne, “nell’agitazione che aumenta col fervore”, si recano alla grotta e “dopo aver fatto qualche metro sotto la volta bassa, si rialzano e che cosa vedono? Una forma bianca, verticale, luminosa, con la testa... senza testa... Ciò che colpì la loro vista, non era che una stalattite bianca, ancora visibile oggi per chi si avventura nella stessa spedizione speleologica. La forma è quella di una statua decapitata posta su uno zoccolo. Per le devote, l’emozione, le fiammelle vibranti dei ceri, il gioco delle ombre e dell’immaginazione hanno fatto il resto. Hanno creduto di vedere anche loro la santa Vergine”, chiosa Laurentin.

 

Lì tutto iniziò nel 1858, in un giorno di febbraio, quello in cui la Francia festeggiava la protettrice santa Genoveffa. Bernadette Soubirous era andata a prendere legna per non sentir più borbottare il padre in quell’umida ex prigione dove abitava e di colpo vide “quella cosa” in una cavità della grotta di Massabielle. Lourdes da allora attira milioni di pellegrini, che lì vanno per cercare qualcosa. E non è scontato, nell’Europa di oggi preda della secolarizzazione e in una Francia dove il numero dei battesimi ha raggiunto il minimo storico, con la religione ridotta sempre più a fatto privato, a cosa da riservare alla cerchia ristretta dei parenti o degli amici, preferibilmente al chiuso della stanza senza manifestare pubblicamente il proprio credo. Il dogma della laïcité che tutto vince, insomma. Non è una novità, anzi.

  

 LaPresse
  

Nell’Ottocento di Bernadette, le autorità francesi fecero di tutto per annullare il “fenomeno Lourdes”. L’ispettore sempre alle calcagna della ragazzina semianalfabeta che non sapeva neppure bene come era organizzato il calendario con i giorni della settimana e i mesi, i procuratori imperiali che stendevano rapporti e mandavano rinomati medici a esaminarla con il sospetto che fosse una ritardata o una matta da spedire in qualche manicomio. Per non parlare dei preti e delle suore, primi avversari della Soubirous, che le chiedevano sempre di più sulle sue diciotto “visioni”, tentando di farla cadere in contraddizione e suggerendole di imporre dei diktat alla misteriosa apparizione (far fiorire un roseto in pieno inverno e fornire le proprie generalità). Per Lourdes – e per Bernadette – ciò è stato una fortuna: non v’è fenomeno religioso legato ad apparizioni che possa contare su una così ampia e rigorosa documentazione. Verbali datati e protocollati, interrogatori, dubbi delle autorità civili e clericali, ritratti psicologici della veggente. C’è tutto, parola per parola. Sappiamo perfino come era vestita, il colore della sua gonna lisa e del fazzoletto annodato alla bell’e meglio sul capo. E a Lourdes non vi fu alcuna moltiplicazione di cibarie in casseruola, solo poche frasi dette da quella che si sarebbe solo alla fine detta Immacolata concezione. Niente sangue grondante da statue, niente pianti o minacce di calamità imminenti sul mondo corrotto. Solo, e Bernadette lo dirà sempre e su questo insisterà, tanti sorrisi. Pure tre segreti, ma quelli la ragazzina se li è portati nella tomba – “non sono niente di terribile”, osservò comunque –, non centellinandoli per le masse che accorrevano sul Gave né soddisfacendo la morbosa curiosità degli atei impenitenti à la Zola che erano convinti fosse tutta una montatura dei preti ma intanto chiedevano che Bernadette dicesse tutto – ma proprio tutto – quel che aveva visto e udito. Quella di Lourdes è una Madonna che ride. Ride quando la quattordicenne le tira addosso acqua benedetta per accertarsi che non fosse il Diavolo, ride quando le porta penna e carta ingiungendole di scrivere il suo nome, ché altrimenti nessuno le crede e nessuno verrà lì in processione e costruirà la cappella tanto desiderata. Finalmente una Madonna che non è piagnona!, esulta il teologo servita Alberto Maggi, che alla poverina ha dedicato Bernadette. La vera storia di una santa imperfetta (Garzanti, 2022).

   

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E’ qui, in questa cittadina di sedicimila abitanti ai piedi dei Pirenei che la gente accorre, ancora oggi. Non è più il villaggio dimesso dell’Ottocento, dove la vecchia Pigoune faceva uno strano bucato al Ponte Vecchio: budella violacee, che sporcano l’acqua del Gave (“E’ il maiale del signor Clarens”, tranquillizzò), ha dopotutto la seconda ricettività alberghiera di Francia dopo Parigi. Resta però una specie di isola nel grande mare secolarizzato e distratto. Ci sono turisti, certo, che attendono il proprio turno per farsi il selfie davanti alla Grotta e per controllare incuriositi se quell’acqua sorgiva davvero aiuti un po’ il corpo e lo spirito. Ma c’è soprattutto gente che cerca qualcosa di indefinibile. Lourdes attira ancora oggi, nonostante il mondo offra tanto altro, piaceri e consolazioni immediate nonché divertimenti. Ci sono i malati, anche se di celebri treni bianchi se ne vedono sempre meno, ma si notano per lo più uomini e donne alla ricerca di se stessi, di una “ricarica”.

 

“Potremmo dire che si cerca qui di guarire il proprio cuore inquieto”, scherza ma non più di tanto un confessore che da molti anni percorre le vie del Santuario. “Questo è come un pezzo di paradiso. La gente arriva e in tanti casi si ritrova”, aggiunge. E’ vero, chi ci è stato lo sa: la cittadina è invasa da negozietti che vendono paccottiglia d’ogni tipo, taniche per l’acqua miracolosa di ogni formato e dimensione, rosari per tutti i gusti, perfino riproduzioni a grandezza naturale della statua posta nella nicchia (quella che a Bernadette non piacque perché “né abbastanza esile né abbastanza giovane né abbastanza sorridente”). Ma appena si varcano i due cancelli, la porta di Saint-Michel e quella di Saint-Joseph, di tutto questo non resta nulla. Nel Santuario non c’è neppure uno di quei café che si trovano nei musei, dove l’espresso costa quasi quanto un diamante e un toast prosciutto e formaggio non ne parliamo. A Lourdes si scorgono solo box che vendono i ceri da far ardere nella Cappella della luce, le torce per la fiaccolata serale, bottigliette mignon per l’acqua. E una libreria, appartata e all’ingresso, con libri religiosi per nicchie elette (il turista cui interessa arricchire solo il proprio album fotografico di certo non si porterà a casa il Messale in francese, ultima edizione, ben esposto nel bookshop).

   

Dentro, insomma, c’è spazio solo per sé stessi, richiamati dalla Grotta. Semplicità, ecco l’evento centrale di questo luogo, che non ha bisogno di aggiunte, di spettacoli acchiappa turisti, di ospiti memorabili da ritrarre su poster e manifesti.

 
Padre Nicola Ventriglia, da undici anni a Lourdes, responsabile dei cappellani italiani, è noto per guidare la recita del Rosario, ogni sera alle 18, con diretta televisiva su Tv2000 e record assoluti di ascolto. “Quando si entra qui è come entrare in un altro mondo. Un mondo dove ci sono le stesse persone che sono fuori, ma che è diverso”, ci dice mentre fuori dal suo ufficio si sentono i rintocchi dell’Ave Maria suonati dal campanile che sormonta la Basilica dell’Immacolata. “Quando entri qui qualche parolaccia in meno la si dice o non la si dice proprio, si è più gentili, attenti. Direi più rispettosi. Ecco, si comincia da qui. E poi se si entra nella grazia del Vangelo, si passa dall’educazione a qualcosa di più”. 

 
“Perché gli ammalati vengono qui e si trovano bene? Tutto è nel messaggio di Lourdes: Bernadette disse infatti ‘mi tratta come nessuno mi ha mai trattato’. Qui i malati sono trattati da persone, non da malati”. Ma perché questo luogo, tra la spianata e Massabielle, attira come una calamita così tante persone ancora oggi? “C’è una crisi di autenticità, di cose vere e belle. E in questa confusione evidente, tra tante incertezze, Lourdes resta un luogo dove qualcosa – molto più di qualcosa – c’è. E’ il luogo della grazia, nella quale si è liberi di entrarci o no”, aggiunge padre Ventriglia. Semplicità, appunto. Diciotto apparizioni, poche parole. Basta entrare nella vecchia basilica per avere la sintesi estrema del “fenomeno”, senza chissà quali misteri o necessità interpretative. A differenza di Fatima, ad esempio, la cui complessità ancora oggi interroga teologi e mariologi. No, a Lourdes servono ben poche parafrasi. “Aquerò (come Bernadette definiva l’apparizione, che in occitano significa ‘quella cosa là’, ndr) non si è mai preoccupata di far capire chi fosse. Le chiedevano di farsi dire chi fosse, lei rispondeva ‘mi sorride e non me lo dice’. Alla Vergine, che solo alla fine si definirà Immacolata concezione, turbando il burbero parroco Peyramale, importava altro, voleva far fare a Bernadette un’esperienza che nel suo villaggio non aveva mai fatto, quella di sentirsi rispettata e accolta, voluta bene. Tant’è che la ragazzina dirà che l’apparizione la faceva sentire importante. Dobbiamo immergerci in quella vicenda – aggiunge il cappellano – e ricordarci che Bernadette Soubirous era ‘la petite merdeuse’, la figlia del ladro, che non andava a scuola né a catechismo, se non saltuariamente, quando l’asma glielo permetteva. Non sapeva né leggere né scrivere, era quella che non valeva niente. Si tratta insomma di entrare in questo luogo di grazia, lo conosciamo ma dobbiamo viverlo per capirlo. Qui c’è una grazia con i piedi per terra, che ti rispetta. Non importa se si viene qui perché si crede o se si vuole fare una passeggiata. Intanto si viene”. Nell’immaginario comune, quando si pensa a Lourdes si pensa ai miracoli, alle guarigioni inspiegabili. In realtà sono pochissime, 70 in 165 anni, molte delle quali riconosciute all’inizio di questa storia. E con il vaglio severissimo del Centro medico, che quanto a composizione non è una congrega di adoratori del Santissimo sacramento. Le vere guarigioni sono quelle dell’anima, qualcuno le definirebbe psicologiche, ma poco cambia.

 

Lourdes, Francia (foto di Jean-Baptiste D. via Unsplash)
   

“Paolo VI diceva che i santuari sono le cliniche dello spirito, io dico che ci sono delle cliniche che esternamente sono bellissime ma al cui interno a volte i dottori non sono bravi. Facciamo allora in modo che i dottori nelle nostre cliniche dello spirito siano all’altezza e che i malati si trovino bene. Ecco la sete di autenticità”, dice il cappellano, che racconta: “Una volta, una decina d’anni fa, un uomo si trovò per lavoro a passare sui Pirenei, vide il cartello Lourdes e decise di venire qui. Era demoralizzato, a terra. Finì nella Cappella delle confessioni e poi da me. Tre quarti d’ora a parlare, con il capo sempre chino. Poi alle 18 al Rosario, anche perché io non potevo ritardare quell’appuntamento. Alla fine decise di restare tre giorni, per sua scelta. Se ne andò radioso, mi ringraziò e io gli dissi che doveva ringraziare Lei, indicando la Grotta. Ribatté che Lei si era servita di me. Questo episodio ci fa capire che la cappella richiesta dall’Apparizione siamo noi, siamo noi le pietre vive della costruzione”. Torna di nuovo la caratteristica fondamentale e fondante di Lourdes, l’estrema semplicità: “Voler caricare questo luogo di cose straordinarie significa aggiungere qualcosa di non necessario”. Tanti accorrono alla Grotta per il miracolo, per sé o per le persone care, “ma non capiamo che il vero miracolo è che siamo qui. Io sono convinto che questo luogo – prosegue padre Ventriglia – ci dica come devono essere i rapporti tra di noi. La Madonna non dice subito a Bernadette ‘Io sono l’Immacolata concezione, quindi la prossima volta stai attenta a come ti comporti, vestiti bene e impara le preghiere’. No. La Madonna fa sentire Bernadette una persona. Non è importante che lei sia la Madonna, ma che noi possiamo fare un’esperienza, che è quella di un incontro non interessato né manipolato. Non c’è alcun intento possessivo, poteva dirle ‘fai quello che ti dico’, invece la lascia libera, non legandola a sé. L’ultima apparizione è disarmante: tutti aspettano il miracolo, fenomeni straordinari. Bernadette arriva, ci sono diecimila persone, sono le dieci di sera. Alla fine, la gente le chiese se la Madonna sarebbe ritornata e lei rispose ‘Non me l’ha detto e io non gliel’ho chiesto. Io le sorridevo e lei mi sorrideva’. Ecco, che cosa porta l’incontro con una persona? Niente. Ci si trova bene, non ci sente giudicati, non interessa altro. Un rapporto in cui nessuno cerca di manipolare l’altro”. 


A Lourdes la botta della pandemia s’è sentita, i primi mesi del 2020 hanno lasciato tracce sull’esplanade, l’erba che cresceva incontrollata, il silenzio ancora più solenne di quel che già s’avverte percorrendo i viali. Di pellegrini non se ne sono visti fino alla fine dell’estate, quando i primi, timidi e un po’ spaventati, hanno ripreso a varcare i cancelli. Da allora è un crescendo: italiani e francesi su tutti, poi irlandesi e americani, polacchi. Gli ucraini con le loro bandiere, l’est europeo. E l’Asia, India e Sri Lanka. L’universalità della Chiesa che si percepisce la sera, quando la processione con le fiaccole è accompagnata dai canti e dalle preghiere in tante lingue, alcune incomprensibili anche per l’orecchio più affinato e attento. E la grande messa internazionale della domenica mattina, nella basilica sotterranea dedicata a san Pio X, brutta nel suo essere uno scafo rovesciato di cemento armato ma capace di contenere migliaia e migliaia di persone che lì cantano e pregano in latino e francese, in italiano e spagnolo, in inglese e tedesco, seguendo la celebrazione sui maxischermi.

 

Uscendo da lì si è un po’ confortati sullo stato del cattolicesimo e anche i periodici rapporti sulla sua agonia in Europa, sul suo essere minoranza come tante altre, mai più incisivo sulla scena pubblica, assumono contorni e importanza diversa. Il paradosso, che poi è anche una consolazione per il credente, è che tale sguardo ottimista sorge proprio in una terra impregnata di un laicismo così esasperato che, come sempre accade, provoca laceranti divisioni e reazioni. Il nord secolarizzato che guarda alle lande desolate del cattolicesimo belga e olandese, l’est sensibile al canto delle sirene tedesche, il sud cuore pulsante degli orientamenti più conservatori che sovente guardano al tradizionalismo. Quella che un tempo era la figlia prediletta adesso fa i conti con il crollo: l’Ifop, la grande e seria società di inchieste demoscopiche, solo un anno e mezzo fa documentava che più della metà dei francesi dichiara di non credere in Dio. Dieci anni prima lo sosteneva il 44 per cento. Alla fine della Seconda guerra mondiale, quando pure il cardinale Suhard già vedeva i prodromi del crepuscolo, i credenti erano il 66 per cento della popolazione. Un fuoco di paglia è stata pure l’onda di emozione collettiva seguita al rogo di Notre-Dame, a Parigi: quella notte, mentre il fumo s’alzava ancora dal tetto della cattedrale, centinaia di giovani s’inginocchiavano al di là della Senna in preghiera.

 

Oggi, il 79 per cento degli interpellati ammette che l’incendio non ha risvegliato in loro proprio nulla, né un afflato religioso né uno spirituale. Nulla. In questo, la Francia di oggi è profondamente diversa da quella della metà del XIX secolo, dove pure i preti non godevano di grandi simpatie e i refoli rivoluzionari ancora si facevano sentire. Ma allora di religione in casa si parlava, c’era il catechismo che era quasi un imperativo categorico, i sacramenti da onorare, gli altari fioriti in onore di Maria da abbellire durante il mese di maggio. Oggi, di religione si parla in circa il 38 per cento delle famiglie, preferendo posticipare ogni decisione circa la fede e la “affiliazione” confessionale al raggiungimento della maturità dell’individuo: quando è adulto, deciderà, dicono sempre più spesso i genitori. A tale quadro, però, si contrappone l’identitarismo proprio di un cattolicesimo tradizionale, quello delle processioni antiche – il pellegrinaggio di Chartres, cuore della cristianità francese, anche lo scorso maggio ha visto partecipare migliaia di fedeli, lì convenuti per tre giorni di marcia e cento chilometri da fare a piedi, tra preghiere e canti e penitenza. Il tema dell’ultima edizione, tanto per capire di cosa si sta parlando, era “l’Eucaristia, salvezza delle anime”. Segno di una presenza viva che combatte contro il vento contrario, insomma. Lo spiegava al Foglio, tempo fa, il quarantenne Pierre-Hervé Grosjean, prete in talare convinto che non si possano “cancellare in un colpo solo millecinquecento anni di storia cristiana”. La ricetta è semplice, in fin dei conti: comunicare, farsi sentire, parlare. Perché “una minoranza che non comunica è condannata a morire. Quando si è minoranza si è tentati di diluirsi o di rinchiudersi in se stessi e in un caso come nell’altro significa rinunciare a essere presenti”.

 

Lourdes rappresenta un’oasi in tutto ciò, la meta di una fuga per chi è alla ricerca di pace, interiore innanzitutto. Vi è infatti un grande fraintendimento quando si parla del grande santuario arroccato sui Pirenei: che sia un grande ospedale, una sorta di lazzaretto per malati incurabili. Le piscine, le acque, la Grotta, le dame bianche che spingono carrozzine e lettighe. E a fronte di tutto ciò, delle taniche riempite della fredda acqua sgorgante da Massabielle, guarigioni inspiegabili che si contano quasi sulle dita di una mano: pochissime, se rapportate al mezzo miliardo o forse più di persone che dal 1858 sono passate di lì. Cifre inoppugnabili, che tra l’altro – come ricordava Vittorio Messori, tra i massimi esperti del fenomeno Lourdes – sono in fase discendente e probabilmente destinate ad azzerarsi. Ha allora ragione il razionale Piergiorgio Odifreddi quando disse che “è una media inferiore a uno su un milione, di gran lunga più bassa della percentuale delle remissioni spontanee dei tumori, che è dell’ordine di uno su diecimila”.

  

Pure Emile Zola ironizzava beffardo che a Lourdes “si vedono tante stampelle ma nessuna gamba di legno”. Il problema è che le guarigioni sono soprattutto spirituali, come s’è visto e come ha voluto sottolineare padre Nicola Ventriglia. Lourdes non va analizzato per il numero di miracolati che escono dalle sue piscine, ma per quanti si convertono, per coloro che fiaccati o devastati ritrovano lì una ragione o un senso per alzare la testa. Bernadette non ha mai voluto essere considerata una santona, una dispensatrice di miracoli. Neppure quando le facevano toccare santini e rosari, abbracciare la ragazzina cieca e bambini che non parlano e non camminano. Lei ha sempre rifiutato, sdegnata, ogni forma di venerazione nei suoi confronti. E quando qualche dama della buona società le faceva scivolare in tasca qualche soldo o un monile prezioso, lei se ne accorgeva subito e restituiva tutto. Per la disperazione dei genitori, che le ricordavano – e non bonariamente – quanto bene sarebbero stati lei e i fratellini se solo si fosse mostrata un po’ più disponibile nei confronti delle donazioni. Una prova incontestabile dell’atteggiamento di Bernadette lo si ebbe quando rifiutò il rosario d’oro che il vescovo di Montpellier, mons. Thibault, le voleva regalare (le propose uno scambio, a me il tuo e a te il mio): “No, signor curato, preferisco il mio. Il vostro va bene per voi. Io vi ringrazio molto”. A Trevignano forse sono sfuggiti tali particolari e non è necessario leggere uno dei cento, rigorosi, libri di René Laurentin per capire la differenza che passa tra la testimonianza di fede di una ragazzina semianalfabeta dei Pirenei e le ricostruzioni misticheggianti dell’agro laziale. “Per fare del bene si deve investire”, ha detto in tv il marito della veggente Gisella (“Porta a Porta”, 11 maggio), sciorinando numeri e bilanci, parlando di personalità giuridica, di società no profit davanti alla moglie che a mani giunte teneva il rosario e ricordava quando aveva visto volteggiare Dio, Gesù e la Madonna sul lago di Bracciano. A Lourdes, il 16 luglio 1858, l’ultima apparizione. “Che cosa ti ha detto?”, domandarono a Bernadette. “Niente”, rispose tutt’altro che delusa. Rivederla le era bastato.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.