Il senso di questa Pasqua

Angelo Scola

C’è qualcosa che ci può almeno consolare, se non dare spiegazioni, dentro a questo smarrimento? Sì, c’è

Non parlo della Pasqua per dovere d’ufficio o perché è una ricorrenza che, sia pur secolarizzata, segna da sempre il nostro calendario. Anche se quest’anno saremo costretti a rinunciare alla tradizionale gita di Pasquetta. Ne parlo perché questo avvenimento impone inesorabilmente il tema della fine e della mia fine.

 

Tante volte ho incontrato e discusso con persone che stimo da cui mi sono sentito dire che fino al Venerdì Santo, a quel Crocifisso straziato sul palo della croce, potevano arrivare. Dopo no: la resurrezione è impossibile. Pasqua e coronavirus: una mera coincidenza? Si è già parlato tanto della paura, forse per esorcizzarla, ma è impresa impossibile alle risorse dell’umana psicologia. Si dettagliano, con l’aiuto della tecnoscienza, i comportamenti da tenere perché il virus è un nemico sconosciuto, infido e cambia continuamente strategia. Incombe poi la prospettiva economica, giustamente fonte di grande preoccupazione per la decrescita, il lavoro che si perde, la povertà… E si finisce alla politica. Lasciamo perdere il suo uso strumentale che, magari muovendo da una denuncia giusta dei problemi, ne preconizza una soluzione conveniente solo alla propria parte, mentre mai come ora sarebbe necessaria l’amicizia civica.

 

Interventi decisivi che però non spengono la solitudine, il vuoto e il dolore che la morte di una persona cara procura. E non riescono a liberarci dal timore della nostra morte personale. Così come non attutiscono lo sgomento di fronte all’enorme quantità di donne e di uomini morti, ridotti a un puro numero, chiusi in bare accatastate lungo i corridoi d’ospedale o nelle chiese trasformate in hangar. Morti in solitudine, assistiti da instancabili infermieri e medici chiamati a vivere una sostituzione vicaria dei familiari cui è vietato essere presenti…

 

Dal confino del lockdown emerge una frustrazione che chiede una più profonda risposta. C’è qualcosa che ci può almeno consolare, se non dare spiegazioni, dentro a questo smarrimento? Non manca l’iniziativa di sacerdoti, di religiosi e di fedeli perché nella preghiera e nella carità il filo resistente che ci lega a Dio non si spezzi. Ma anch’essa non riesce a sanare del tutto il dolore per la mancanza dei gesti liturgici, soprattutto della Santa messa partecipata dal popolo fedele.

 

Neppure i piani per il risorgimento del paese riescono a scalfire l’impotenza che ci sorprende tutte le volte che scappiamo dal doloroso presente, perché non ce la facciamo a resistergli in faccia, e ci rifugiamo nell’imprevedibile futuro. Di fronte a questa immane tragedia non credo esista persona che possa rassegnarsi al pensiero che la morte è inevitabile. E dubito assai di quanti asseriscono di non aver problemi con la propria morte. Così come non mi convincono quei cristiani che parlano di un evanescente Paradiso cui contrappongono la vanità ultima di questa vita terrena e dell’attaccamento a questo mondo.

 

Non c’è allora una strada per incontrare il senso, come significato e direzione di cammino, con cui vivere questo evento che morde in profondità la nostra carne? C’è. E’ la Pasqua, avvenimento di morte e risurrezione.

 

E’ impressionante rileggere oggi una testimonianza del Papa: “Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore, perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: ‘Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del Tuo sguardo’”.

 

Una Pasqua non ridotta a mero rito, che pure mai perde la sua bellezza, anche nelle più sperdute comunità cristiane incarnate nelle migliaia di culture del mondo. Ma la Pasqua del Cristo vivo, morto e risorto per noi. E non un cadavere rianimato, ma un risorto nel suo vero e definitivo corpo. Questa risposta non mette a nostra disposizione tutta la realtà dell’Aldilà. Eppure, come ci mostra la Sacra Scrittura, non mancano segni che vi alludono, a partire dalle apparizioni del Risorto. 

 

Uno ce n’è che non sfugge a nessuno: l’amore. In quanti modi l’arte dell’occidente, lungo i secoli, ci ha riproposto la Maddalena che il mattino di Pasqua si reca al sepolcro per ungere il cadavere dell’amato Gesù. Chi più presente del Risorto? Tanto più che egli, ancora una volta, ci assicura chiamandoci per nome, “Maria”, cui sollecitamente segue la risposta “Rabbunì” (Maestro).

 

In questo tempo di dolore e di lacrime il Risorto continua a interpellarci a uno a uno, come interpellò la Maddalena. Tutti gli uomini sentono il bisogno di questo appello, riescano o meno a rispondere “Rabbunì”. Certo, il volto di chi è chiamato alla fede dev’essere, come pretendeva Nietzsche, un volto di risorto.

 

Lo descrive bene il Manzoni alla fine del suo capolavoro, commentando il commiato dal lazzaretto di padre Felice: “E, fatto sull’udienza un gran segno di croce, s’alzò. Noi abbiamo potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno, il tema di quelle che proferì davvero; ma la maniera con cui furono dette non è cosa da potersi descrivere. Era la maniera di un uomo che chiamava privilegio quello di servir gli appestati, perché lo teneva per tale; che confessava di non averci degnamente corrisposto, perché sentiva di non averci corrisposto degnamente; che chiedeva perdono, perché era persuaso di averne bisogno. Ma la gente che si era veduti d’intorno quei cappuccini non occupati da altro che di servirla, e tanti ne aveva veduti morire, e quello che parlava per tutti, sempre il primo alla fatica, come nell’autorità, se non quando s’era trovato anche lui in fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che lacrime rispose a tali parole”. Solo testimoni autorevoli possono, alla fine, offrire una risposta di senso alla pandemia che ci ha colpiti. E certo non mancano.

 

Angelo Scola è cardinale arcivescovo emerito di Milano

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