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Cristiani ed ebrei. Ciò che unisce e ciò che è diviso. Dopo Auschwitz

Come la Chiesa ha ripensato la questione della natura del giudaismo. “Due comunità divise e tuttavia unite dalla Bibbia in comune”. Il contributo del Papa emerito alla discussione sulla “Nostra Aetate”

4 Febbraio 2019 alle 10:20

Cristiani ed ebrei. Ciò che unisce e ciò che è diviso. Dopo Auschwitz

Benedetto XVI, Pontefice dal 2005 al 2013 (Imagoeconomica)

Nel 2015, in occasione del cinquantenario della dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, sollecitò teologi e pastori a contribuire alla discussione sul documento. Due anni dopo, il Papa emerito inviò al cardinale un testo che rispondeva a tale invito. Un lungo saggio che sarebbe stato pubblicato nel 2018 – ma mai in italiano  – suscitando un vivace dibattito soprattutto nell’ambito cattolico di lingua tedesca. La traduzione italiana, di cui il Foglio anticipa un estratto, sarà pubblicata sul numero in uscita della rivista di Vita spirituale, edita dai padri carmelitani. La traduzione e le Note sono a cura di Elio Guerriero.

  


 

Dai tempi di Auschwitz è chiaro che la Chiesa deve ripensare la questione della natura del giudaismo. Il Vaticano II con la sua Dichiarazione Nostra Aetate ha dato al riguardo delle prime, fondamentali indicazioni. A questo proposito, naturalmente, bisogna anzitutto precisare di che cosa parla il trattato sui giudei. Il famoso libro di Franz Mussner su questo argomento è essenzialmente un’opera sul permanente valore positivo dell’Antico Testamento. Questo è certamente molto importante, non corrisponde, tuttavia, al tema de Judaeis. Con giudaismo in senso proprio, infatti, non si intende l’Antico Testamento che essenzialmente è comune a giudei e cristiani. Piuttosto nella storia vi sono due risposte alla distruzione del tempio e al nuovo, radicale esilio di Israele: il giudaismo e il cristianesimo. In realtà Israele aveva conosciuto già più volte la situazione della distruzione del tempio e della dispersione, ogni volta, però, aveva potuto sperare nella riedificazione del tempio e nel ritorno nella terra promessa. Diversamente accadde nella situazione concreta verificatasi dopo la distruzione del tempio nell’anno 70 d. C. e, definitivamente, dopo il fallimento della rivolta di Bar Kochba’.

 

Nella situazione venutasi a creare, distruzione del tempio e diaspora di Israele dovettero essere accettate almeno per una durata molto lunga. Infine, nello sviluppo successivo, è diventato sempre più chiaro che il tempio con il suo culto non si potrà più ripristinare anche se la situazione politica potrebbe consentirlo. Inoltre si aggiunse per i giudei il fatto che vi fu una risposta alla distruzione e alla diaspora che fin dall’origine considerò tutto questo come definitivo e presupponeva la situazione venutasi a creare come un evento da attendersi a partire dalla fede stessa di Israele. E’ la reazione dei cristiani, che inizialmente infatti non erano ancora completamente staccati dal giudaismo. Al contrario rivendicavano di mantenere la continuità di Israele nella loro fede. Come sappiamo, solo una piccola parte di Israele ha potuto accogliere questa risposta, la grande maggioranza, invece, vi si oppose e dovette trovare una soluzione diversa. Le due vie, naturalmente, non erano affatto chiaramente distinte l’una dall’altra fin dall’inizio e si sono sviluppate continuamente in disputa.

 

Come mostrano gli Atti degli Apostoli, la comunità sorta in continuità con l’annuncio, la vita, la morte e la croce di Gesù di Nazaret inizialmente cercò la sua via del tutto all’interno di Israele. Successivamente, però, essa estese progressivamente la sua predicazione negli ambienti greci ed in questo entrò progressivamente in contrasto con Israele. Significativo di questo modo di procedere è la conclusione degli Atti degli Apostoli. Secondo questo testo, a Roma Paolo iniziò ancora una volta con i giudei che cercò di conquistare con la spiegazione dell’evento Gesù a partire dalla Scrittura. S’imbatté, però, in un rifiuto che trovò predetto in Isaia 6, 9s. Se da una parte ci sembra che si sia qui compiuta la divisione tra le due comunità, questa situazione si è sicuramente protratta molto più a lungo di modo che continuò il dialogo e prima come dopo le due parti sono rimaste in disputa tra di loro.

 

La comunità dei cristiani espresse la sua identità negli scritti del Nuovo Testamento che ebbero fondamentalmente origine nella seconda metà del primo secolo. Ci volle però un certo tempo finché essi crebbero a formare un canone che rappresenta poi il documento determinante per l’identità cristiana. Questi scritti, però, non stanno per sé ma si riferiscono di continuo all’“Antico Testamento”, vale a dire alla Bibbia di Israele. Il loro senso sta nel mostrare l’autentica spiegazione degli scritti antico testamentari negli eventi attinenti Gesù Cristo. Il canone cristiano, dunque, consiste di sua natura in due parti: l’Antico Testamento, la Scrittura di Israele ed ora del giudaismo, ed il Nuovo Testamento che illustra autenticamente la via della spiegazione dell’Antico a partire da Gesù. Alle due comunità restano, dunque, comuni gli scritti antico testamentari, anche se interpretati dalle due parti in modo diverso. Inoltre presso i cristiani la traduzione greca dei libri dell’Antico Testamento effettuata approssimativamente a partire dal terzo secolo a. C., la cosiddetta Settanta, venne in pratica riconosciuta come canonica accanto e con la Bibbia ebraica. In questo modo il canone dei cristiani divenne più esteso di quello dei giudei. Inoltre tra il testo della Settanta e il testo ebraico vi sono delle divergenze non del tutto trascurabili. Da parte sua il giudaismo nel tempo della graduale reciproca esclusione ha dato una configurazione definitiva al testo ebraico. Inoltre nei primi secoli dopo Cristo nella Mishnah e nel Talmud ha formulato in modo determinante il suo modo di leggere la Sacra Scrittura. Tutto questo, però, non modifica il fatto che ad ambedue le parti è comune un unico libro santo.

 

Nella seconda metà del secondo secolo però Marcione con il suo movimento cercò di rompere quest’unità di modo che giudaismo e cristianesimo sarebbero diventate due religioni contrapposte. A partire da questa sua visione Marcione creò un canone che era in netta contrapposizione con la Bibbia di Israele. Il Dio d’Israele (Antico Testamento) e il Dio di Gesù Cristo (Nuovo Testamento) sono due divinità diverse, contrapposte.

 

Il Dio dell’Antico Testamento sarebbe un Dio di una giustizia senza grazia, al contrario il Dio di Gesù Cristo sarebbe un Dio della misericordia e dell’amore. Di conseguenza Marcione formò un canone del Nuovo Testamento costituito unicamente dal Vangelo di Luca e da 10 lettere di san Paolo.
Naturalmente questi scritti dovettero essere rielaborati per servire allo scopo prefissato. Già dopo una breve attività, Marcione venne scomunicato dalla Chiesa di Roma e la sua religione venne esclusa come non appartenente al cristianesimo. La tentazione di Marcione, tuttavia, persiste ancora e si ripresenta in determinate situazioni della storia della Chiesa.
A questo punto teniamo fermo che giudaismo e cristianesimo si sono sviluppati l’uno dall’altro in un processo difficile e si sono formati in due comunità diverse. Nonostante, però, gli scritti autoritativi in cui è formulata l’identità propria a ciascuno, con il comune fondamento dell’Antico Testamento come Bibbia ad essi comune essi restano uniti tra di loro. A questo punto si pone la domanda di come le due comunità divise e tuttavia unite dalla Bibbia in comune si giudicano tra di loro. Ha così origine il trattato De Iudaeis che spesso si chiama Adversus Judaeos ed aveva indirizzo polemico. I giudizi negativi contro i giudei che rispecchiano anche i problemi politici e sociali della convivenza sono noti ed hanno portato ad attacchi contro gli ebrei. D’altra parte, come abbiamo già visto in precedenza, con l’esclusione di Marcione nel secondo secolo la Chiesa di Roma ha messo in chiaro che cristiani e giudei adorano lo stesso Dio e i libri santi di Israele sono anche i libri santi della cristianità. La fede di Abramo è anche la fede dei cristiani, Abramo è anche per loro “padre nella fede”. In questa fondamentale comunanza è naturalmente compreso anche il conflitto delle interpretazioni.
1. Per i giudei è chiaro che Gesù non è il Messia e per questo i cristiani a torto si richiamano alla loro Bibbia, l’“Antico Testamento”. Il loro principale argomento è che il Messia porta la pace. Cristo, invece, non l’ha portata nel mondo.
2. Cui i cristiani oppongono l’argomentazione che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d. C. e di fronte alla situazione di diaspora di Israele, di cui non si riusciva a vedere la fine, la Scrittura, l’“Antico Testamento”, doveva essere reinterpretato e nella sua forma vigente non poteva più essere vissuto e compreso. Nella sua espressione del tempio distrutto e riedificato in tre giorni Gesù aveva previsto l’evento della distruzione del tempio ed annunciato una nuova forma di culto di Dio, al cui centro doveva essere l’offerta del suo corpo. In questo modo e nello stesso tempo, l’alleanza del Sinai veniva portata alla sua forma definitiva, diveniva la nuova alleanza. In questo stesso modo, peraltro, il culto veniva esteso a tutti i credenti e veniva conferito il suo senso definitivo alla promessa della terra. Per i cristiani era perciò evidente che la predicazione di Gesù Cristo, la sua morte e la resurrezione significavano la svolta del tempo data da Dio stesso e, di conseguenza, la spiegazione delle sacre Scritture a partire da Gesù Cristo era come legittimata da Dio stesso.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    04 Febbraio 2019 - 14:02

    I Sacerdoti del Tempio, guardiani dell'ortodossia e dei loro interessi, erano Ebrei. In teologia è un dato incancellabile. Il tempo passa ma Teo resta.

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