Gli auguri del Papa alla curia: "Ecco la mia riforma, le resistenze malevole sono ispirate dal demonio"

Matteo Matzuzzi

Francesco sferza i cardinali riuniti in Vaticano per la consueta udienza pre-natalizia: "Il personale cambierà, non è un lifting per abbellire l'anziano corpo curiale". Il demonio si rifugia anche "nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità".

Roma. “Ho scelto come argomento di questo nostro incontro annuale la riforma della curia romana”. Esordisce così, Papa Francesco, nella consueta udienza pre natalizia con la curia. Si tratta non solo di rendere l’amministrazione vaticana “conforme alla Buona Novella”, ma anche di far sì che essa sia “conforme ai segni del nostro tempo e a tutto ciò che di buono l’uomo ha raggiunto, per meglio andare incontro alle esigenze degli uomini e delle donne che siamo chiamati a servire”. Al tempo stesso, però, si tratta di rendere la curia “conforme al suo fine, che è quello di collaborare al ministero proprio del Successore di Pietro”.

 

“E’ necessario ribadire con forza – ha sottolineato Francesco – che la riforma non è fine a se stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale, e nemmeno come una operazione di chirurgia plastica per togliere le rughe. Cari fratelli, non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie!”. In tale prospettiva, dunque, “occorre rilevare che la riforma sarà efficace solo e unicamente se si attua con uomini rinnovati e non semplicemente con nuovi uomini”.

 

 

"La riforma della Curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità lo sforzo funzionale risulterebbe vano”.

 

Molto duro è stato il Papa quando ha parlato delle resistenze, che sono di tre tipi: aperte, nascoste e malevole. Queste ultime, ha detto, “germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare tutto sul personale senza distinguere tra l’atto, l’attore e l’azione”. A ogni modo, ha aggiunto Francesco, l’assenza di reazione è segno di morte! Quindi le resistenze buone – e perfino quelle meno buone – sono necessarie e meritano di essere ascoltate, accolte e incoraggiate a esprimersi.

 

 

"Tutto questo sta a dire che la riforma della curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera, con profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà, con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza; ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno”.

 

Quindi il Papa ha elencato i dodici criteri che ispireranno la riforma: individualità (conversione personale), pastoralità (conversione pastorale), missionarietà (cristocentrismo), razionalità, funzionalità, modernità (ossia la capacità di leggere e di ascoltare i segni dei tempi), sobrietà (semplificazione e snellimento della curia, accorpamento o fusione di dicasteri), sussidiarietà (cioè riordinamento di competenze specifiche dei diversi dicasteri), sinodalità, professionalità (è “indispensabile che ogni dicastero adotti una politica di formazione permanente del personale, per evitare l’arrugginirsi e il cadere nella routine del funzionalismo). Su questo punto, Francesco ha aggiunto che è “indispensabile l’archiviazione definitiva della pratica del promoveatur ut amoveatur”. Infine, l’ultimo criterio è la gradualità, “frutto dell’indispensabile discernimento”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.