Gira la Rota

Roberto Volpi
Ascoltare il duro rumore dei dati per capire che il matrimonio religioso in Italia non esiste più

Del crollo, all’interno di una più generale caduta, del matrimonio religioso abbiamo già detto più volte. Ma c’è crollo e crollo. E quello del matrimonio religioso non è solo tragico per le dimensioni (ha perso quasi i tre quarti della sua consistenza tra la fine degli anni Sessanta e oggi, passando da 400 a poco più di 100mila l’anno pur in una popolazione più numerosa di quasi 8 milioni di abitanti rispetto ad allora), ma anche per la qualità. Il matrimonio religioso, infatti, praticamente non esiste più in tutto il centro-nord, limitandosi a sopravvivere nel Mezzogiorno. In un paese, l’Italia, con un clamoroso deficit di nuzialità rispetto all’Europa (appena 3,2 contro 4,5 matrimoni annui ogni mille  abitanti), succede che l’apporto dato alla nuzialità dal matrimonio religioso sta diventando progressivamente irrilevante proprio nelle aree e nelle regioni trainanti sotto tutti gli aspetti, da quello economico a quello culturale. Ed è precisamente questo ciò che più dovrebbe preoccupare la chiesa, se soltanto ascoltasse il duro, e alle sue orecchie pure stridente, rumore dei dati.

 

Nella provincia di Milano, dove il tasso di nuzialità è ai minimi termini mondiali, essendo appena la metà di quello europeo (2,2-2,3 matrimoni annui ogni mille abitanti), si celebrano in chiesa, tenetevi forte, 0,8 matrimoni all’anno ogni mille abitanti. Nella più grande diocesi del mondo è come se il matrimonio religioso fosse entrato in terapia intensiva, senza che nessuno sappia che fare per rianimarlo. Né va molto meglio negli altri centri nevralgici del paese. Si celebrano 0,9 matrimoni religiosi l’anno ogni mille abitanti  nella provincia di Bologna e 1, dicasi uno, in quelle di Firenze e Roma. No, dico, se ne accorgono o no, da quelle parti, che nessuno più entra in chiesa per sposarsi?

 

Dove c’è reddito non ci si sposa in chiesa

 

I matrimoni religiosi rappresentano meno del 40 per cento in Liguria, Friuli Venezia Giulia, Emilia e Toscana, dove non ci si sposa, ma in compenso superano l’80 per cento in Basilicata e Calabria, dove almeno un poco ci si sposa ancora. Nella classifica delle province secondo la percentuale dei matrimoni religiosi al primo posto troviamo Vibo-Valentia (con ben l’87,4 per cento di matrimoni religiosi), seguita da Potenza (85,9 per cento), Reggio Calabria (83,3 per cento) e Avellino (82,7). Agli ultimi posti, dopo gli exploit di Trieste e Livorno, Bologna (34,5 per cento), Milano (35,7), Firenze (36,3) e Roma (39,2). Chiaro il concetto?

 

E dunque i dati dicono per prima cosa che la geografia della nuzialità è esattamente opposta a quella del reddito individuale e famigliare, essendo  la prima più consistente dove lo è meno il secondo e viceversa (o non  dovrebbe essere il contrario, a sentire quanti pensano ch’è tutta e solo una questione di crisi economica?). Ma dicono, ancor più distintamente, che dove i matrimoni sono sprofondati la colpa è soprattutto del matrimonio religioso, anche se pure quello civile si limita galleggiare – e non senza imbarcare acqua.

 

[**Video_box_2**]E, infine, che il matrimonio religioso sta perdendo (ma dovrei meglio dire: ha perduto) ogni  capacità di attrazione proprio nelle aree, province e regioni del paese a maggiore concentrazione industriale e manifatturiera, con livelli di reddito individuale e famigliare più alti, con più lavoro e minore disoccupazione, con consumi, specialmente culturali, più evoluti e differenziati. Non si tratta di un semplice segnale, considerando che questa tendenza si va vieppiù consolidando da un bel po’ di anni a questa parte, ma di un potentissimo monito rivolto alla chiesa, alle gerarchie ecclesiastiche, allo stesso papa Francesco. Perché, parliamoci chiaro, finiti che siano i matrimoni religiosi in occidente (ed è questa la china) la chiesa è destinata a un’involuzione che la rinchiuderebbe nel terzo mondo –  sempre che per allora ancora esista, il terzo mondo. Una prospettiva che potrebbe aver avuto il suo peso sulla riforma del processo matrimoniale di Papa Francesco, con la possibilità da parte delle coppie sposate in chiesa di ottenere un pronunciamento sulla nullità del loro matrimonio più rapido, gratuito, affidato al vescovo e fondato su un solo grado di giudizio.