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Un caldo sinistro

I conservatori che cambiano idea sul global warming e i liberal che si sentono persi senza catastrofismi

13 Giugno 2015 alle 06:00

Un caldo sinistro

“Un liberal ha bisogno dei suoi draghi. Può vivere solo combattendo per delle cause" (nell'immagine, un particolare di un dipinto di Dino Buzzati)

Che la lotta al riscaldamento globale sia tema eminentemente politico e solo secondariamente ambientale si capisce guardando a come viene affrontato dai due principali partiti americani, quello democratico e quello repubblicano. Il primo è lo schieramento di Obama – presidente “verde”, almeno a promesse elettorali – e di Al Gore – ex vicepresidente riciclatosi paladino del clima a livello planetario, con conseguente successo mediatico ed economico. Il secondo, quello dei conservatori, i cui elettori sono stati fotografati così da un recente sondaggio di Gallup: il 59 per cento di loro non crede che sia in atto un innalzamento globale delle temperature e, se anche fosse, per il 70 per cento non è colpa delle attività umane. Per questo negli scorsi giorni in America ha fatto notizia l’annuncio di Jay Faison, uomo d’affari repubblicano della North Carolina, che investirà 175 milioni di dollari per promuovere le energie pulite e la lotta al cambiamento climatico, con il dichiarato intento di far mutare idea al suo partito sul tema. Impresa ardua, anche se il politicamente corretto sembra farsi strada pure tra i conservatori. L’idea di Faison è stata salutata con entusiasmo da Bob Inglis, ex deputato repubblicano della South Carolina che per aver cambiato idea sul global warming ha perso il posto. Faison non è l’unico conservatore a investire sulla lotta ai cambiamenti climatici: uno dei più attivi sostenitori di Jeb Bush, Andrew Sabin, ha donato 3,5 milioni di dollari per una legge sul clima. “Ci sono sempre più segnali di repubblicani facoltosi che hanno deciso che il clima è un problema significativo – ha detto Faison al Washington Post – Il partito dovrà cambiare linea”.

 

Ma se dietro a una (ancora lontana) conversione del Grand Old Party sul clima ci sono soprattutto affari e convenienza politica, dietro alle posizioni catastrofiste dei democratici c’è qualcosa di più. Lo ha ben descritto il commentatore libertario Steven F. Hayward su Forbes qualche giorno fa, spiegando che “la sinistra ha bisogno del climate change”. Dietro a molte battaglie liberal c’è “il bisogno di credere in se stessi come parte di una agenzia per la salvezza dell’umanità”, cosa che accomuna la sinistra e gli ambientalisti, tanto da aver trasformato “le loro ossessioni una religione laica”. Ma “l’umanità non ha bisogno di salvezza se non c’è peccato – continua l’opinionista di Forbes – ecco perché gli uomini devono per forza essere peccatori, bisognosi di essere redenti dalla sinistra”. I democratici in particolare, e la sinistra più in generale, sono come i cacciatori di draghi del Medioevo, che hanno continuato a cacciare draghi anche quando era evidente a tutti che questi non esistevano più: “Un liberal ha bisogno dei suoi draghi. Può vivere solo combattendo per delle cause: la gente, i poveri, gli sfruttati, gli oppressi dal colonialismo, i diseredati e sottosviluppati”. Ora però che molti di questi grandi draghi si stanno estinguendo o sono più difficili da trovare, il guerriero di sinistra ne cerca di sempre più piccoli. Fuor di metafora, per fare un esempio: passato il mito della bomba demografica, che avrebbe dovuto prosciugare tutte le risorse del pianeta già da qualche anno secondo le previsioni, ora c’è quello del riscaldamento globale.

 

[**Video_box_2**]Quella ecologica, spiega Hayward, è una dipendenza che fa vivere ondate di euforia alternate a dolorose astinenze, ma l’ambientalista sa che potrà sempre riprendersi con nuove sostanze: il fracking, la deforestazione, la scomparsa delle api, la siccità… L’attivista liberal ha continua necessità di una Grande Causa per cui lottare, e a cui solo lui può porre rimedio. Molti attivisti, se domani fossero certi che il global warming non esistesse, si dispererebbero, perché perderebbero la loro Grande Causa, annota Hayward. Una Grande Causa che oltretutto ha come orizzonte il futuro più lontano: quando si parla di clima si hanno come obiettivi il 2050, il 2080, la fine del secolo. Ma se è vero che alcuni conservatori stanno diventando più sensibili all’ambientalismo, alcuni liberal cominciano a capire l’assurdità di certe battaglie. In tal senso è utile rileggersi il lungo saggio di Jonathan Franzen pubblicato ad aprile dal New Yorker, in cui il celebre scrittore ambientalista si chiede se non sia meglio concentrarsi sul presente invece che investire risorse ed energie per abbassare le temperature tra 50 anni. Si potrebbe cominciare da qui.

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