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Natalità

Da quando i bambini nascono in provetta, le nascite in Italia sono crollate. Non è un caso

Roberto Volpi

La procreazione medicalmente assistita ha allargato, a volte troppo, i tempo di fattibilità di un figlio. Un'indagine statistica

La Pma, procreazione medicalmente assistita. Quasi un intrigo. Omologa ed eterologa. Questa seconda con donazione di gameti: maschili, femminili, o entrambi. Con tecniche a fresco e con tecniche di congelamento di ovociti ed embrioni. Di I, II e III livello (scritti così, non primo, secondo e terzo o 1°, 2° e 3°, no, proprio I, II, III). E, sul piano delle variabili osservate: coppie, donne, ma anche cicli di trattamenti, e naturalmente gravidanze, aborti, parti, semplici e gemellari e trigemini, per finire finalmente coi nati vivi. E molto, molto altro ancora. Tanto altro che la relazione annuale al Parlamento sulla Pma consta di 300 pagine fitte, stimo un migliaio di tavole e qualche decina di migliaia di numeri, cifre, dati, statistiche. Semplicemente strepitosa. Ma anche eccessiva, debordante. E’ una relazione che per volere essere esaustiva, per non voler tralasciare una virgola, finisce con l’essere ingestibile – nel senso che per arrivare da cima a fondo occorre un’applicazione fuori del comune e una vista che non si perda, smarrita, nella bulimia quantitativa. E infatti, fateci caso, non uno che ne parli. Le relazioni si susseguono ogni anno nella loro ricchezza da corte del Re Sole senza colpo ferire, avvolte dal silenzio. Si può parlare di fecondazione eterologa, altroché se si può, dal momento che è entrata nel novero delle pratiche/tecniche mentre all’inizio la legge del 2004 che istituiva la Pma più che non prevedere vietava. O di utero in affitto e maternità surrogata, pratiche queste invece ancora in lista di attesa di prendere il proprio posto tra i diritti irrinunciabili nel mentre il governo tenta di appioppargli in esergo il visto di reati universali. Da rimarcare il baratro delle visioni che separa i sostenitori delle due tesi: diritto, reato.

Ma, per concludere sul punto, anche quando si parla di Pma lo si fa senza minimamente considerare o citare le relazioni annuali sulla Pma al Parlamento, che chissà se mai parlamentare ha soppesato veramente, coi suoi dati, le sue tabelle, le sue sterminate statistiche. Peggio per lui. La Pma è straordinariamente concreta, ma per un motivo o per l’altro (una sequela di sentenze del potere giudiziario che passo dopo passo ha smontato e ridisegnato la legge istitutiva del 2004, per esempio) a tal punto entrata nel contenzioso politico, tema ricorrente di diatriba tra i partiti, tra maggioranze e opposizioni, che si è finito per perderne di vista le vere e proprie coordinate di senso. Peccato. Il figlio in provetta – così, prima che si imponesse l’acronimo Pma, veniva assai evocativamente e ben più sinceramente chiamata la pratica – ha cambiato quasi da cima a fondo il modo di guardare al figlio e a momenti neppure ce ne siamo accorti. O, se ce ne siamo accorti, non siamo stati capaci di stabilire il collegamento tra il modo di guardare al figlio, che cambiava, e chissà che non cambi ancora, e la Pma, il figlio in provetta, che a quel cambiamento ha dato la spinta più recente, più decisiva e anche, per dire le cose come stanno, più rovinosa.

La legge, si diceva, è del 2004. Entrata concretamente in vigore nel 2005 si è fatta le ossa nei due-tre anni immediatamente successivi. Una volta a pieno regime le nascite in Italia sono crollate nella catastrofica misura di una su tre precipitando l’Italia nel limbo di una demografia segnata. Un caso? Una coincidenza? Forse. O forse, e ben più probabilmente, no. Si odono già accavallarsi le obiezioni l’una sull’altra. Ma come si fa anche soltanto a ipotizzare un collegamento tra Pma e crollo delle nascite se la Pma consente la nascita di bambini che senza di essa non vedrebbero la luce? Se la proporzione di nati grazie alla Pma non ha fatto che aumentare passando da meno dell’1 a quasi il 4 per cento del totale dei nati in Italia? Se grazie alla Pma tutte le donne, anche quelle infeconde, anche quelle che vivono situazioni irrisolvibili di sterilità di coppia, possono avere un figlio? Il fatto è che corrispondono al vero entrambe queste affermazioni: prima affermazione: la Pma consente la nascita di bambini che altrimenti non nascerebbero; seconda affermazione: da quando c’è la Pma la natalità è letteralmente andata a gambe all’aria. Ciò non significa che sia necessariamente la Pma, o solo essa, responsabile della lunga, estenuante discesa delle nascite che dura ormai da una quindicina d’anni. Ma ci sono elementi che fanno pensare che un legame tra il successo della Pma e il crollo delle nascite ci sia. 

Una proporzione rivelatrice: una coppia su tre-quattro ricorre alla Pma. L’ultima relazione sulla Pma presentata al Parlamento è quella relativa all’anno 2020, resa nota a fine novembre 2022. Dall’anno pandemico per eccellenza, il 2020, non possiamo che aspettarci dati inattendibili, non corrispondenti alla realtà delle cose degli anni normali, e dunque inservibili per descrivere il fenomeno della Pma? Per un verso senz’altro sì. Ma anche le forti e improvvise deviazioni dalla normalità che i dati documentano possono risultare significative, se sapute interpretare. Per esempio. Le coppie che si sono rivolte alla Pma nel triennio pre-pandemico 2017-2019 sono state mediamente 78.164 l’anno mentre nel 2020 sono scese a 65.705: 12.459 coppie in meno pari a una contrazione del 16 per cento rispetto al triennio non pandemico. Una coppia su sei ha rinunciato nel 2020 a sottoporsi alla Pma; cinque su sei hanno continuato a farlo. Tanto? Poco? Chiediamoci piuttosto se ci suggerisce qualcosa questo primo dato sulla Pma. Se pretendiamo di interpretarlo tutto all’interno della Pma ci dice in effetti piuttosto poco. Rimaniamo nell’incertezza. Possiamo provare a confrontarlo con il dato sui matrimoni celebrati nel 2020. I matrimoni hanno una vicinanza demografica, culturale e ideale coi figli sin troppo evidente – anche con quelli che vengono dalla Pma of course – dunque il confronto è tutt’altro che artificioso. Ora, nel 2020 sono stati celebrati 96.841 matrimoni, mediamente il 49 per cento in meno della media annua dei matrimoni del triennio 2017-2019. Una coppia su due ha rinunciato a sposarsi nell’anno della pandemia. Dall’altra parte ha rinunciato a sottoporsi alla Pma una coppia su sei. Detto diversamente: la Pma ha avuto una contrazione pari a un terzo di quella che hanno subito i matrimoni. Conclusione: nell’anno pandemico 2020 il matrimonio è crollato mentre la Pma se l’è cavata dignitosamente. 

Chi se l’è cavata ancora meglio è stata la fecondazione eterologa. Mentre le coppie che ricorrevano alla fecondazione omologa sono diminuite del 18 per cento nel 2020 rispetto al 2019, quelle che sono ricorse alla fecondazione eterologa hanno perso appena l’1,7 per cento nel 2020 rispetto al 2019: erano 8.188 nel 2019, sono scese a 8.048 nel 2020, appena un’oscillazione, per giunta contenuta – anche se si deve tener conto che nel 2020 la prepotente ascesa della fecondazione eterologa dei tre anni precedenti ha subito uno stop. Ed ecco allora la graduatoria dell’anno 2020: crollano i matrimoni che perdono quasi il 50 per cento, tiene la Pma nel suo complesso, che arretra del 16 per cento, non subisce perdite degne di nota la fecondazione eterologa, che nel 2020 si mantiene praticamente sullo stesso livello del 2019. Trattasi di graduatoria illuminante. Nell’anno della pandemia di Covid il matrimonio si dimostra rimandabile, assai poco rimandabile si dimostra il ricorso alla Pma, per niente rimandabile quello alla fecondazione eterologa. Nell’anno della pandemia le coppie che sono ricorse alla Pma hanno raggiunto la punta straordinaria, dettata dalle circostanze ma pur sempre formidabile, dell’84 per cento delle coppie che si sono sposate in quello stesso anno. Proporzione impensabile. Nel triennio 2017-2019, non toccato da eventi straordinari di sorta, le oltre 78 mila coppie che annualmente sono ricorse alla Pma hanno rappresentato il 41 per cento delle coppie che si sono sposate in quello stesso triennio. Considerando anche le coppie di fatto, e pur tenendo presente che le coppie che ricorrono alla Pma si sono formate in anni precedenti, non si sfugge alla conclusione che qualcosa come una coppia su tre-quattro coppie finisca in Italia per ricorrere alla Pma. Si tratta di un dato che dà oggettivamente il segno di quanto la propensione al figlio si sia spostata e ancora si vada spostando sul piano concreto della sua realizzazione dalla naturalità alla artificiosità. E di quanto e sempre più frequentemente si lasci trascorrere il tempo della naturalità della riproduzione umana proprio confidando nell’artificiosità della Pma.

Il tempo in più che si prendono coppie e donne che ricorrono alla Pma. La Pma ha nell’ultimo ventennio ridisegnato alla radice, con la sua sola presenza, l’idea del figlio. Nel tempo della grande possibilità del figlio, che la Pma dilata, la fattibilità del figlio si è paradossalmente fatta meno concreta e ravvicinata, allontanandosi. Per capirlo occorre guardare all’età in cui le donne entrano in un ciclo di trattamenti di Pma. Le relazioni al Parlamento lamentano l’aumento dell’età delle donne che ricorrono alla Pma. Si tratta per un verso di un rilievo dovuto: le tecniche di Pma sono infatti più efficaci ad età ancora riproduttivamente giovanili delle donne. Per l’altro, invece, non coglie nel segno, giacché tutto delle coppie tende a spostarsi in avanti: età al matrimonio o alla convivenza, età alla gravidanza, età al figlio, cosicché lo spostamento in avanti anche del ricorso alla Pma non è che una conseguenza in società come quella italiana del ritardo dei processi che portano alla riproduzione. L’età media delle 65.705 donne che hanno effettuato cicli di trattamenti di Pma nel 2020 è stata di 36,7 anni, e più precisamente di 36,1 anni quella delle donne che sono ricorse alla fecondazione omologa e di 40,5 anni quella delle donne che sono ricorse alla fecondazione eterologa (circa un ottavo delle donne che sono ricorse alla fecondazione omologa). Per poter ragionare su questi dati occorre tener presente che l’età media della donna al figlio è stata in quell’anno pari a 32,4 anni. E’ immediato verificare, pertanto, che l’età media delle donne che ricorrono alla fecondazione omologa è di 3,7 anni superiore all’età media della donna al parto; mentre è di 8,1 anni superiore all’età media delle donne al parto quella delle donne che ricorrono alla fecondazione eterologa. Questo consistente divario tra 8,1 e 3,7 anni ci suggerisce, intanto, che il ricorso alla fecondazione eterologa è ben più sentito come ultima spiaggia dalle coppie di quanto non lo sia quello alla fecondazione omologa. Il passo verso la fecondazione eterologa è il più difficile e problematico da compiere, le coppie che lo fanno devono pensarci bene. E ci pensano, infatti, perché laggiù dove c’è una cosiddetta “donazione” di ovociti (ovvero nella grande maggioranza dei casi di fecondazione eterologa) le donne che ricorrono alla Pma hanno un’età media che sfiora i 42 anni. Ma si deve aggiungere che nonostante la difficoltà, non solo psicologica, di questo passo la fecondazione eterologa è balzata da poco più di 200 coppie nel 2014 alle oltre 8 mila coppie trattate negli anni 2019 e 2020. Un successo che ha due ragioni: (a) chi vi ricorre sa, o crede di sapere, di non avere altro tempo e possibilità che quella (b) le donne che si sottopongono alla fecondazione eterologa sono premiate dalla nascita di bambini in una proporzione di oltre il 27 per cento, ben superiore a quella del 17 per cento delle donne che si sottopongono alla fecondazione omologa.

Ciò premesso, si deve considerare che per le donne che ricorrono alla Pma si tratta di età di ingresso. Al momento di entrare in un percorso di Pma quelle donne devono mettere nel conto che, se pure tutto andasse bene e completassero quel percorso con un figlio, dovrebbero comunque aspettare pressoché un altro anno prima di arrivare a questo risultato. Si è dunque portati a concludere che le donne che partoriscono con la Pma accusano un ritardo rispetto a quelle che partoriscono normalmente che oscilla, mediamente, tra i cinque anni di quante hanno un figlio con la fecondazione omologa e i nove anni di quante hanno un figlio con la fecondazione eterologa. Questa, che pure è una conclusione inappuntabile, nasconde un non detto non così secondario. Le donne che hanno un figlio con la Pma sono in realtà quelle che accusano i minori ritardi rispetto alle donne che hanno un figlio senza la Pma. Perché  non così poche delle donne che non hanno avuto successo nel primo accesso alla Pma arrivano ad avere un figlio ancora dopo, in ulteriore ritardo: o in quanto si sottoporranno nuovamente alla Pma o in quanto faranno un figlio proprio quando, dopo aver rinunciato anche alla Pma, finiranno per “incapparci” insperatamente (e non sono pochi i casi in cui, libere ormai da ogni calcolo, le coppie riescono nell’intento del figlio quando più non lo cercano) o in quanto troveranno altre strade per il figlio, come per esempio l’adozione. 

La Pma ha insomma aggiunto tempo, e non poco, al tempo per fare un figlio, nel senso che ha per un verso dilatato questo tempo, per l’altro ritardato il momento in cui ci si pone concretamente, fattivamente il problema di fare un figlio. Quel momento arriva paradossalmente tardi proprio perché il tempo per fare un figlio gode oggi di un’aggiunta, un prolungamento che si chiama Pma grazie al quale il tempo della fecondità può essere sfruttato per intero anche nel senso di rimandare il momento del figlio proprio all’ultimo momento utile. La Pma ha portato un’aggiunta di tempo laggiù dove, prima, il tempo si prendeva la sua rivincita sulle eterne giovinezze decretando l’inizio dell’ultimo atto per la riproduzione. Un ultimo atto che si inscrive, oggi, nell’orizzonte, e sotto l’egida, della Pma. Il punto è esattamente questo: sapere che c’è un approdo salvifico o quasi dell’ultimo atto, prima così confidenzialmente affidato alla biologia della riproduzione umana, alla vita sessuale di uomini e donne di età dal punto di vista riproduttivo specialmente per la donna declinanti, non dispone all’utilizzo di quel tempo, di quell’ultimo atto nei modi più congrui, ed efficaci, per avere un figlio. Buona parte di quel tempo scorre in una sorta di inavvedutezza che si ritiene, quanto consciamente o inconsciamente poco importa, legittimata proprio dalla presenza, sul limitare della fecondità, di un insieme di pratiche/tecniche pronte a entrare in azione proprio per mettere riparo a quella inavvedutezza. 

L’ultimo atto della riproduzione sessuale umana visto nell’ottica della Pma. Con la Pma siamo entrati in una fase del, chiamiamolo pure così, gioco della riproduzione non già più equo, come d’acchito sembra perfino ovvio pensare, ma senz’altro più spregiudicato. E’ come al casinò. E’ stato aggiunto un tavolo, con un nuovo gioco, altre regole, ulteriori possibilità di vittoria e sconfitta. Giocare appare comunque favorevole – ma non è detto che lo sia davvero. La Pma infatti non è un campione di probabilità. Ad oggi dalle 78 mila coppie annue in media del triennio 2017-2019 si sono avuti con la Pma 14 mila nati annui che però se si considerano i parti gemellari vanno a premiare grosso modo 13 mila donne, che usciranno dal casinò della Pma con almeno un figlio: meno del 17 per cento, una donna su sei di quante tentano la fortuna al tavolo della Pma. Che si rivela dunque una pratica non particolarmente vincente, anche se come abbiamo visto c’è un divario assai pronunciato tra fecondazione omologa e fecondazione eterologa sul piano dei risultati – risultati dei quali la fecondazione eterologa presenta, del resto, un conto più salato consistente nelle maggiori difficoltà, per la coppia, di crescere un figlio nato con gameti non della coppia. Che la Pma abbia raggiunto quasi 80 mila coppie e 100 mila cicli annui di trattamenti nonostante percentuali di successo tutto sommato deludenti svela, intanto, ne abbiamo accennato parlando di inavvedutezza, il desiderio di sfruttare tutto il tempo possibile della vita feconda della donna prima di mettersi nell’idea, nella prospettiva di fare un figlio –  nell’illusione, peraltro, che una volta che ci si decida per il figlio, il figlio non mancherà di arrivare in tempi più o meno canonici; illusione che fa presto a gettare nel panico la coppia nella quale la donna viaggia per i 40 se già non li ha superati. 

Ma svela anche, sia pure in modo indiretto, l’aumento dell’infertilità di coppia – un altro aspetto, questo, delle accresciute difficoltà della vita di coppia oggi. 
Ancora una volta sono i dati a parlare. La coorte di donne nate nel 1950 è rimasta senza figli all’11,2 per cento, quella del 1976, praticamente le figlie delle donne del 1950, è rimasta senza figli in una percentuale di quasi il 23 per cento, il doppio. Ci si metta pure la contrazione della natalità nel frattempo intervenuta, ma in questo divario c’è indiscutibilmente l’accresciuta infertilità di coppia. Infertilità che si tende ad attribuire anche ai più fantasiosi motivi pur di distogliere lo sguardo dalla sua causa più di fondo. La popolazione è un organismo biologico, se una funzione così decisiva di questo organismo come quella riproduttiva non viene adeguatamente e neppure sufficientemente esercitata quella funzione tende a perdere efficacia, a contrarsi, a indebolirsi. E’ ciò che sta succedendo alla fecondità, in quanto (a) nelle età maggiormente fertili tra i 20 e i 30 anni il numero dei rapporti sessuali s’è inabissato tra ieri e oggi in conseguenza del fatto che prima le donne di questa età erano in buona parte sposate, e dunque avevano rapporti sessuali assai frequenti, mentre oggi  non lo sono che in modesta parte, anche nella forma delle coppie di fatto, cosicché hanno rapporti sessuali rapsodici intervallati da periodi anche lunghi di astinenza (b) l’indirizzo della sessualità e dei rapporti sessuali ha teso sempre di più a distaccarsi dal figlio e dalla riproduzione.

La Pma si presenta dunque come antidoto all’infertilità di coppia, in quanto può consentire di bypassarla permettendo alle coppie che ne soffrono di arrivare al figlio, sia pure con una probabilità persistentemente bassa che da quando esiste la Pma non sembra schiodarsi da una donna su sei – indice evidente da un lato di limiti intrinseci alle tecniche di Pma e, dall’altro, della resistenza della biologia umana, che non si lascia forzare così facilmente. Ma non offre alcun aiuto a curarla e si ha anzi motivo di credere che non faccia che incrementarla. Il perché, per chi abbia seguito tutto il ragionamento sin qui svolto, è presto detto: la Pma si risolve, a conti fatti, in una pratica dilatoria della riproduzione sessuale umana, di indebolimento della propensione al figlio delle donne e delle coppie proprio perché offre un di più di tempo in quota non tanto a questa propensione quanto al prolungamento di una giovinezza con prospettive comunque posticipate, quando ci sono, di famiglia e di figli. E così il quadro si completa. La Pma è l’aggiunta dei tempi supplementari in una partita che si chiude con quella che è detta, definizione che sembra coniata apposta per la Pma, la lotteria dei rigori. Dà l’illusione di un tempo di fertilità che può essere percorso per intero, e al quale si può chiedere un figlio anche all’ultimo minuto, perfino fuori tempo massimo. E quindi anche l’altra illusione, alla prima collegata strettamente, di una sessualità femminile capace di trattenere in sé una fecondità che per quanto declinante per l’effetto degli anni che passano può sempre raggiungere il traguardo del figlio. La verità è che tutto congiura, anche la Pma, nella vita d’oggigiorno a farci dimenticare che la sessualità ha il suo punto di maggiore congiunzione con la fecondità nelle età giovanili della donna e che la natura non ha ancora disposto il miracolo di una fecondità che matura e migliora col trascorrere degli anni della donna una volta che essa abbia oltrepassato il capo dei trent’anni. Trattasi di verità scomoda, che proprio la Pma, e in ciò sta il suo capolavoro culturale di taglio psicologico, chissà se voluto o non semplicemente stratificatosi grazie ai suoi successi, oscura e nasconde nel momento stesso in cui ci assicura di concederci il tempo per il figlio. Assai frequentemente fregandoci.

La sostituibilità del figlio al tempo della fattibilità del figlio dilatata dalla Pma. Con la possibilità di fare un figlio ricorrendo, se proprio ci vogliamo distaccare dall’immagine ormai arcaica della provetta, a pratiche di laboratorio sempre più, a seconda dei punti di vista, spericolate o tecnicamente avanzate, abbiamo messo piede, e anima, in un tempo nuovo nel quale il figlio entra in una disponibilità diversa della coppia, una disponibilità che lo rende in certo senso programmabile al pari di un bene di forte impatto per la coppia come comprare casa, acquistare una nuova automobile, fare una crociera o una vacanza esotica. Non solo: il figlio entra in una nuova, taciuta ma nondimeno reale concorrenza con tutte queste diverse possibilità di scelta. Conformemente a una concezione di quella italiana come una società sostanzialmente povera se non proprio sottosviluppata di certa sociologia quando si parla di “non” figli si guarda solo ai giovani che non sono nelle condizioni tali di stabilità economica e sentimentale da cullare propositi di figli dimenticando che i figli sono oggi ben più contendibili di quanto non lo fossero nel passato e fino ad anni tutto sommato ancora recenti. Contendibili nel senso di sostituibili con altri chiamiamoli pure asset, beni e propositi e prospettive di vita, capaci di innalzare qualità e standard di vita intensi come tali dai singoli e dalle coppie. Con il figlio che si può sempre ottenere, sol che lo si voglia – non è affatto così nei risultati della Pma, ma lo è senz’altro nella possibilità che essa offre, ed è la possibilità che ispira e spinge l’uomo – come si può sempre comprare una casa, un’automobile, una crociera, sol che lo si voglia e si possa, la sostituibilità del figlio è diventata una possibilità assai concreta e fattibile e che non crea, oltretutto, problemi di coscienza. Si pensi al successo del figlio unico. Dimostra forse quel successo che la maggioranza degli italiani non può concedersi nell’arco della vita più di un figlio? Neppure un secondo figlio? Siamo sinceri, dimostra che nella grande maggioranza delle coppie si è preferito altro, seguendo un calcolo di fattibilità e convenienza, al secondo figlio. Anche una maggiore semplicità della vita, per dire. E basti guardare, a proposito di maggiore semplicità della vita di coppia, all’incredibile boom degli animali domestici nell’Italia degli ultimi venti anni. Gli animali domestici nelle case degli italiani sono stimati tra i 30 e i 60 milioni, dipende da cosa si intende, e si fa rientrare, nella definizione “animali domestici”, altrimenti chiamati anche “animali da compagnia”. Una stima di 15 milioni tra cani e gatti è la più gettonata e senz’altro accettabile. Trattasi di una presenza, tra cani e gatti, che se proprio non batte sta quantomeno numericamente alla pari col numero di figli presenti nelle famiglie italiane, ed è del resto un aspetto, ad un tempo il meno riconosciuto e il più eclatante, della sostituibilità del figlio.  Sempre più coppie cominciano non già dal primo figlio, ma da un cane o da un gatto. Poi passano al figlio, semmai il cane o il gatto lasciano angoli di sentimentalità inespressa o insoddisfatta nella coppia.

Il figlio non è mai stato più sostituibile di oggi. E’ a tutti gli effetti entrato in un mercato dove sempre più numerose sono le opzioni con le quali si può sostituire. Ma tutte le opzioni mettono capo, ecco la lezione che occorre ricavare da dati e statistiche, la più scarna ed essenziale, la più crudele ma al contempo la più umana: il figlio è sempre più sostituibile da noi stessi, dalle nostre vite, da quel che pensiamo che possa e debba essere la nostra vita, se possa o no, e quanto, eventualmente, distaccarsi da una pura, nuda e asciutta e inesorabile necessità del vivere.

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