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La libertà in una torta

Trump sfida il dogma dell’uguaglianza nel caso del pasticcere ribelle che si è rifiutato di fare una torta nuziale per una coppia gay

28 Ottobre 2017 alle 06:00

La libertà in una torta

Jack Phillips

Mercoledì il solicitor general degli Stati Uniti, l’avvocato che rappresenta l’Amministrazione davanti ai tribunali, ha chiesto alla Corte Suprema di poter intervenire nel dibattimento sul caso del pasticcere del Colorado che si è rifiutato di fare una torta nuziale per una coppia gay. L’uomo, Jack Phillips, sostiene che il suo diritto alla libertà di espressione, garantito dal Primo emendamento alla Costituzione, è stato violato, dal momento che lui esprime se stesso attraverso la sua attività. Costringerlo a dare il suo assenso, mediante il lavoro, a una pratica che viola la sua coscienza equivale a mutilare la libertà che costituisce la pietra angolare dell’apparato liberale americano. La corte stabilirà se guarnire una torta equivale a esprimere un’opinione, e come tale è un’attività che va protetta, ma storicamente i giudici americani hanno deciso in favore delle definizioni più ampie della libertà di parola. Le associazioni per i diritti civili, per contro, sostengono che il dogma della non-discriminazione è più importante della libertà di espressione, una posizione che mette uguaglianza e protezione al di sopra delle libertà individuali. E’ questa tensione fra visioni contrapposte della libertà e dei suoi limiti che anima un dibattito cruciale nella società americana, e quello del pasticcere non è che un caso limite. L’amministrazione è scesa in campo proprio per difendere un principio generale: “Gli Stati Uniti hanno un interesse sostanziale nella difesa dei diritti costituzionali alla libera espressione”, ha scritto il solicitor general, ricordando che non siamo di fronte al processo, già celebrato sui giornali, contro un pasticcere omofobo.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    29 Ottobre 2017 - 17:05

    Avanti (o meglio indietro) verso il Medioevo!!! Mi chiedo (e ovviamente e' un problema solo mio) essere stato filo americano per cinquant'anni.

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    • perturbabile

      30 Ottobre 2017 - 23:11

      Se il suo filoamericanismo ha tratto motivo anche dal concetto della salvaguardia della libertà di espressione, a mio parere più importante di quello di non discriminazione (la libertà di espressione contempla anche la denuncia delle discriminazioni, la non discriminazione senza libertà basta a se stessa e non considera altre esigenze o pulsioni), allora può, in mia sconosciuta compagnia, continuare a deporsi filo americano. Va comunque detto che, al di là principi, vi è modo e modo di applicarli nei comportamenti individuali: gli USA sono il paese in cui vai in galera se si ruba, ma anche quello in cui se ci si scotta un dito con la tazzina al bar è normale fare causa al proprietario e se, 'poniamo', si allunga una mano su chicchessia, retraendola all'istante, trent'anni dopo ci si può trovare con le manette ai polsi. E anche, diciamolo, dove due fidanzati omogenere, di fronte a un pasticcere retrogrado, sono così militanti da denunciare, anzichè rivolgersi al pasticcere di fronte.

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