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La Corte prende tempo

Perché il trionfo del pasticciere che non fa torte per sposi gay non risolve la guerra sulla libertà religiosa

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

6 Giugno 2018 alle 06:00

La Corte prende tempo

Debbie Reynolds, Gene Kelly, Jean Hagen in una scena di Singin In The Rain

New York. Il caso del pasticciere del Colorado Jack Phillips, che in nome delle sue convinzioni religiose si è rifiutato di fare una delle sue torte personalizzate per celebrare un matrimonio fra due uomini, era il più complicato da risolvere dal punto di vista dei princìpi astratti e generali, ma la Corte suprema ha trovato facilmente il modo di sedare il conflitto nella sua dimensione concreta e particolare. Il pasticciere è diventato parte discriminata, e dunque ha vinto la sua battaglia, ma la guerra della libertà religiosa è stata soltanto rimandata. La commissione dei diritti civili del Colorado che ha condotto la battaglia contro Phillips ha infatti mostrato ampi e documentati pregiudizi anticristiani alla base delle sue posizioni, la commissaria Diann Rice ha detto che “nella storia la libertà religiosa e la religione sono state usate per giustificare qualunque tipo di discriminazione, che si tratti della schiavitù, dell’Olocausto o di altro”.

 

La commissione non si è fatta il minimo problema ad accostare i princìpi ispiratori dell’azione di Phillips a quelli che hanno armato il Terzo Reich, e secondo la legge di Godwin il primo che in una discussione cede all’accostamento dell’avversario con il nazismo automaticamente perde il confronto. Ci si potrebbe domandare quante commissioni per i diritti civili americane condividono l’impostazione mentale e culturale di quella del Colorado, ma in questo caso specifico l’attacco al pasticciere è stato troppo grossolano ed esplicito per passare il vaglio anche di alcuni giudici liberal della Corte suprema. In un’opinione aggiuntiva, Elena Kagan e Stephen Breyer hanno fatto capire che se l’attacco giuridico a Phillips fosse stato condotto con il vocabolario e il contegno della neutralità burocratese, avrebbero parteggiato per una diversa sentenza.

 

Più che il dissenso nel merito, emerge il dispiacere che nell’occasione l’inquisizione secolarizzata del Colorado si sia lasciata prendere la mano. Per loro le convinzioni religiose non meritano uno “status minore”, e allo stesso tempo non meritano nemmeno di essere protette e celebrate come parte di un’eredità fondamentale per la democrazia americana: è questa la posizione che conta quando si prenderà in esame il prossimo discriminatore di marca religiosa che si troverà di fronte un giudice abbastanza scaltro da evitare di paragonarlo a un nazista.

   

In questo caso facile da dirimere, nei suoi tratti particolari, una delle cose che fanno più rumore è che le altre due togate liberal, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, hanno trovato che l’animosità anticristiana di chi ha condannato Phillips fosse giustificata dalla più alta necessità di dare una punizione esemplare al pasticciere omofobo (lui che peraltro si rifiuta di guarnire torte con messaggi omofobi) e così di ridurre lo spazio della libertà religiosa a quello della coscienza privata. Come ha scritto il giurista di Princeton, Robert George, questa mezza vittoria per i conservatori afferma almeno che imprenditori e negozianti “hanno il diritto costituzionale di proclamare e agire secondo il proprio credo religioso nella sfera pubblica, inclusa la sfera del commercio”. Soltanto il giudice Clarence Thomas ha notato, in un’opinione separata da quella della maggioranza a cui pure ha aderito, che le motivazioni addotte per l’assoluzione di Phillips sono sacrosante ma insufficienti. La questione, ha scritto George, “rimane irrisolta”, ma “non serve la sfera di cristallo per capire che non rimarrà tale a lungo”.

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