Caro Di Maio, l'utilità dei giornali non sta nell'essere letti ma nel poter essere letti

Antonio Gurrado

Leggere significa spingere ogni giorno più in là il confine di ciò che si sa o si pensa, anche a costo di scoprire qualcosa che faccia arrabbiare

L’uscita di Di Maio sull’utilità dei giornali – di là dal ventilato potere di farli chiudere o danneggiarli – risulta deleteria già nell’impostazione del suo ragionamento, secondo cui un giornale avrebbe ragion d’essere in quanto ha lettori. Non è vero, poiché l’importanza di qualsiasi giornale non sta nell’essere letto quanto nel poter essere letto; nel consentire insomma che domani qualcheduno si svegli e dica: “Sai che c’è? Oggi compro L’Eco di San Barnaba, anzi la Gazzetta del Fisiatra Ambulante”. La concezione di Di Maio prevede inoltre che il lettore compri solo ciò che lo asseconda, quando invece la lettura – di ogni genere, non solo l’informazione – consta di un senso del dovere che porta a spingere di giorno in giorno più in là il confine di ciò che si sa o si pensa, anche a costo di leggere qualcosa che a conti fatti non interessi o faccia arrabbiare. Inoltre l’argomentazione secondo cui i giornali perdono lettori perché non riferiscono la verità implica sottilmente che, essendo la verità una e una sola, può bastare uno e un solo giornale; e che il compito della stampa sia il carotaggio dell’accaduto anziché il ben più avvincente confronto fra idee, opinioni, spunti più o meno polemici o geniali. Quando ho sentito le dichiarazioni di Di Maio mi sono dispiaciuto perché ho dedotto che per lui leggere i giornali dev’essere una fatica e una noia mortale, con questi presupposti; peccato, perché altrimenti potrebbe divertirsi un mondo ogni mattina.

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