La nostra giustizia vista dall'Europa: lenta, delegittimata, incomprensibile

Ermes Antonucci
Pubblicato il rapporto 2016 della Commissione Ue sui sistemi giudiziari dei paesi membri. Bocciata l’Italia: processi lunghi, scarsa indipendenza percepita, e assenza di una disciplina sui rapporti tra corti di giustizia e media.

Roma. La Commissione europea ha pubblicato oggi il “Quadro di valutazione Ue della giustizia 2016”, un rapporto che analizza in maniera comparata l’efficienza, la qualità e l’indipendenza dei sistemi giudiziari degli stati membri, con l’obiettivo di fornire il maggior numero di informazioni a chiunque – imprenditori e investitori in primis – voglia svolgere attività in un altro paese e calarsi quindi in una realtà giuridica diversa. Una vetrina importante, dunque, in cui però, nonostante i leggeri miglioramenti degli ultimi anni, l’Italia continua a registrare risultati ben al di sotto della media europea.

 

La principale fonte di criticità e di scoraggiamento per gli investitori stranieri continua a essere costituita dalla lentezza dei processi. Anche nella classifica pubblicata dalla Commissione Ue, e relativa al 2014, l’Italia si classifica tra le nazioni messe peggio: terzultima nel settore civile – incluse le cause commerciali – con oltre 500 giorni per ottenere un giudizio di primo grado (solo Malta e Cipro fanno peggio), e quartultima nel settore amministrativo, con addirittura 1.000 giorni per avere una sentenza di prima istanza. Una situazione che porta inevitabilmente il nostro paese ad attestarsi agli ultimi posti anche nella classifica relativa al numero di processi pendenti in rapporto alla popolazione: terzultimo nel campo civile (dove nel 2010 eravamo addirittura i peggiori) e quartultimo in quello amministrativo.

 


La classifica dei paesi Ue in base al numero di giorni necessari a ottenere una sentenza di primo grado in un processo civile. L'Italia è terzultima.


 

La lentezza del sistema giudiziario italiano si manifesta con chiarezza in un settore particolarmente a cuore alle istituzioni europee, e cruciale per l’attrazione di business dall’estero, cioè quello delle cause per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale (brevetti, copyright, contraffazione ecc.): anche qui l’Italia si colloca al quartultimo posto – superata soltanto da Irlanda, Slovacchia e Repubblica Ceca – con più di 800 giorni necessari ad avere una sentenza di primo grado. Risultati negativi anche per quanto riguarda l’uso degli strumenti digitali, sia per facilitare la comunicazione interna tra le corti, sia per il deposito degli atti processuali da parte di magistrati e avvocati  (anche se, sotto questo profilo, con il decreto Orlando sul processo telematico del giugno 2014 dovrebbero registrarsi passi in avanti nelle statistiche future).

 


La classifica dei paesi Ue in base al numero di giorni necessari ad ottenere una sentenza di primo grado in un processo relativo alla tutela dei diritti di proprietà intellettuale. L'Italia è quartultima.


 

Uno dei dati più rilevanti che emerge dalla relazione della Commissione europea è senza dubbio quello relativo alla pessima percezione dell’indipendenza della magistratura italiana – dato ottenuto grazie al ricorso a questionari e sondaggi basati sul modello dell’Eurobarometro. Circa il 60 per cento degli interpellati (cittadini e imprese) dichiara infatti di avere un’opinione “piuttosto o molto cattiva” dell’indipendenza dei magistrati italiani, mentre solo il 25 per cento dice di averne una “piuttosto buona” e solo l’1 per cento “molto buona”. A determinare questa scarsa fiducia, sottolinea il rapporto, risulta essere soprattutto la percezione dell’esistenza di forme di interferenza o di pressione sui magistrati da parte del governo, di politici, e in secondo luogo di gruppi economici o di specifici interessi.

 


Il grado di indipendenza percepita degli organi giudiziari dei paesi Ue. Il 60 per cento degli intervistati ha un'opinione "piuttosto o molto cattiva" della magistratura italiana.


 

Da registrare, infine, una lacuna tutta (o quasi) italiana. Il nostro è infatti l’unico paese, assieme a Cipro, in cui si è preferito non disciplinare in alcun modo il necessario quanto delicato rapporto di comunicazione tra gli organi giudiziari e i mezzi di informazione. Ciò significa che mentre nella stragrande maggioranza dei paesi Ue sono presenti, negli uffici giudiziari, figure pubbliche incaricate di rendere note le sentenze emanate dai giudici e di spiegarne il loro significato ai media, solo in Italia e a Cipro questa attività è rimessa alla libera coscienza e deontologia dei magistrati, senza neanche la presenza di norme che vadano a definire delle vaghe linee guida. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.