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Allungare la prescrizione è un’inciviltà. Canzio contro le toghe giustizialiste

Nel corso del dibattito organizzato dal Foglio sui confini della giustizia, tenutosi all’Ara Pacis a Roma e moderato dal direttore Claudio Cerasa, il Primo Presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio ha espresso la sua autorevole opinione sui termini di prescrizione dei reati.

17 Giugno 2016 alle 10:30

Allungare la prescrizione è un’inciviltà. Canzio contro le toghe giustizialiste

Il Primo Presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio (foto LaPresse)

Nel corso del dibattito organizzato dal Foglio sui confini della giustizia, tenutosi all’Ara Pacis a Roma e moderato dal direttore Claudio Cerasa, il Primo Presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio ha espresso la sua autorevole opinione sui termini di prescrizione dei reati affermando, senza alcuna ambiguità, che prolungarne la durata sarebbe un’inciviltà bella e buona. Senza mai lisciare il pelo a giustizialisti, manettari, e giocolieri del circo mediatico giudiziario, il dott. Canzio ha ricordato che l’imperativo categorico di un paese moderno (anche di quello che volesse introdurre la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado) è rappresentato dalla ragionevole durata del processo, la cui realizzazione pratica, senza giri di parole, il Primo Presidente affida al legislatore ma soprattutto all’autorganizzazione della giustizia, vale a dire alla responsabilità di chi appartiene all’ordine giudiziario. Un monito, quello del dott. Canzio, quanto mai opportuno e tempestivo, rivolto evidentemente a chi nel mondo delle istituzioni, della politica e della cultura a ogni piè sospinto non ha di meglio da fare che proporre l’allungamento dei termini di prescrizione per sopperire all’ingiustificabile inefficienza di un apparato statale che non riesce a concludere tre gradi di giudizio nemmeno dopo 7 anni e mezzo (termine di prescrizione previsto per l’ipotesi di processo per abuso d’ufficio), o dopo 12 anni e mezzo (per il peculato), o dopo 15 anni (per la concussione) e persino neanche dopo 17 anni e mezzo (per l’associazione a delinquere).

 

Un avvertimento, quello di avere come faro la ragionevole durata del processo, che sottintende la consapevolezza che il giudizio è già una pena, un fardello che sconvolge la vita quotidiana, ma che tuttavia nella prospettiva del Presidente della Cassazione sconta il limite di non prevedere la continuità dei termini di prescrizione (senza alcuna interruzione) per l’ipotesi in cui lo Stato venga meno all’impegno di concludere celermente l’esercizio dell’azione penale e l’intero processo.
Al dott. Canzio si deve anche il merito di avere introdotto nel dibattito all’Ara Pacis il tema dell’attività di prevenzione dello Stato nei confronti della criminalità organizzata per mezzo delle interdittive antimafia e della legislazione di contrasto alla corruzione. Due strumenti che secondo il Primo Presidente hanno mostrato tutta la loro efficienza nel tenere lontano il malaffare nella realizzazione degli appalti pubblici. Un posizione questa che si colloca davvero ai confini della giustizia, se solo si considera che l’interdittiva antimafia e la nomina di amministratori straordinari anticorruzione (in sostituzione di quelli voluti dai legittimi proprietari delle imprese) possono essere comminate in conseguenza del semplice avvio di un’indagine penale e non già in esito a una sentenza di condanna, sebbene di primo grado. Un’attività di prevenzione che anticipa eccessivamente la soglia di protezione del bene pubblico tutelato dalle norme penali a discapito delle libertà individuali, della proprietà privata e del diritto ad esercitare un’attività economica imprenditoriale.

 

Una preoccupazione, quella di evitare pericolose commistioni con la criminalità organizzata, che deve in ogni caso passare il vaglio di un pubblico processo all’interno del quale un sospetto, un’ipotesi se non diventano certezza si tramutano automaticamente in soprusi, ingiustizie, che producono troppo spesso pregiudizi economici irreparabili. Come se non bastasse lo Stato, tutte le volte che esercita l’attività di prevenzione antimafia e anticorruzione, non si limita a espellere dal mercato delle commesse pubbliche le imprese sul cui inquinamento criminale non ha alcuna certezza, ma omette altresì di restituire al mercato, ad altri operatori economici sulla cui onestà non nutre alcun dubbio, la realizzazione degli appalti commissariati, cosicché la Pubblica amministrazione e la burocrazia prendono il posto dell’impresa privata. Forse occorrerebbe ritornare sui propri passi.

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