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C’è vita dopo la gogna?

Il caso Meredith, il carcere, l’assoluzione, i giudici. “Mi sono riscattato dal processo giudiziario, non da quello mediatico”. Chiacchierata con Raffaele Sollecito.

22 Ottobre 2015 alle 10:43

C’è vita dopo la gogna?

Raffaele Sollecito, 31 anni, è stato quattro anni in una cella tre metri per due. Fu coinvolto nel caso di omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher avvenuto il 1º novembre 2007

Condannato. Assolto. Condannato. Assolto. Game over: il gioco è terminato. “La mia vicenda giudiziaria si è svolta come un videogioco”, racconta al Foglio Raffaele Sollecito, capelli lucidi raccolti in un codino, quasi a voler somigliare al protagonista di uno dei suoi manga preferiti. “Ho dovuto fronteggiare livelli di difficoltà via via maggiori, prove successive di resistenza fisica e mentale, fino allo scontro finale con il Gigante all’apparenza imbattibile”. Il Gigante, fuor di metafora, è la Corte di Cassazione che lo scorso 27 marzo lo assolve definitivamente dall’accusa di omicidio insieme alla “fidanzatina” di Seattle Amanda Knox. “Fidanzatina? L’ho conosciuta cinque giorni prima del delitto. Ci hanno dipinto come una coppia diabolica in grado di orchestrare un omicidio e simulare un furto. Il bacio che ci scambiamo sul pianerottolo in via della Pergola è stato immortalato come la prova regina della nostra spregiudicatezza. La verità è che eravamo due studentelli sconvolti, Amanda piangeva a dirotto perché aveva perso la sua amica e non aveva nessuno in Italia a parte me”. Otto anni di processo, quattro di carcerazione preventiva, oltre un milione di euro tra parcelle destinate ad avvocati e consulenti. “Sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Com’è possibile che ciò accada in un paese che si vuole democratico e civile?”, la voce di Raffaele è ferma e stentorea. Non balbetta, non sibila, ma scandisce ogni parola con risolutezza. Non ha più nulla del ragazzo impacciato e introverso che da Giovinazzo, paesino del barese di 22 mila anime, si trasferisce a Perugia per studiare ingegneria informatica e tuffarsi nella spensierata emancipazione di un programma Erasmus a Monaco di Baviera. “Quel Raffaele non esiste più. Il carcere mi ha obbligato a diventare adulto troppo in fretta. I miei vent’anni mi sono stati rubati e non torneranno. Però se mia madre potesse vedermi oggi, sarebbe orgogliosa di me”. Invece la madre, “donna bellissima dai lunghi capelli rossi e ricci”, non c’è più. “E’  scomparsa nel 2005, morta d’infarto e trascuratezza. Si era separata da mio padre, in quel periodo io vivevo a Monaco e quando sono accorso da lei in Puglia l’ho rivista in una bara”. A differenza dell’incrollabile papà Francesco, la mamma non avrebbe retto l’odissea del processo. “Vorrei pensare che in fondo sia stato meglio risparmiarle una tale sofferenza. Ma in verità no, l’avrei voluta al mio fianco per molti anni a venire”. Raffaele vuole riafferrare la propria vita. Conseguita la laurea in Ingegneria dietro le sbarre (più una magistrale da cittadino libero a Verona), ha vinto un bando della regione Puglia per giovani imprenditori e recentemente ha fondato una società che offre “servizi informatizzati innovativi” e impiega già tre stagisti.

 

“La promozione del libro (“Un passo fuori dalla notte”, Longanesi, ndr) mi sottrae tempo ma non posso tirarmi indietro. Se qualcuno comincerà a porsi qualche perché a proposito del sistema giudiziario italiano, allora saprò che rivivere il dolore attraverso la scrittura non sarà stato inutile”. Gli incubi notturni, gli squilibri tiroidei, gli attacchi di panico, i “tormenti” che di tanto in tanto, durante la giornata, gli annebbiano la mente sono la traccia indelebile del “videogame” che lo ha tenuto prigioniero per un tempo così lungo. “Se porti delle cicatrici vuol dire che sei ancora vivo. Io sono morto e rinato due volte”.

 

I supremi giudici gli restituiscono la vita con una sentenza di 52 pagine che boccia senz’appello l’operato della pubblica accusa. “Clamorose défaillance o ‘amnesie’ investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine” sono all’origine di un “iter processuale obiettivamente ondivago”. In una memorabile arringa dinanzi alla V sezione della Suprema corte l’avvocato Giulia Bongiorno insiste sugli errori grossolani commessi dagli inquirenti e determinanti nella contaminazione delle prove scientifiche. “A lei ho affidato la mia vita”, confida Raffaele. “Con me è persino materna sebbene appaia solitamente fredda e distaccata. Mi ha insegnato a dosare le parole e ad attendere il mio turno prima di parlare”. Sul luogo del delitto e sul corpo della vittima, scrivono i giudici, si rileva “l’assoluta mancanza di tracce biologiche riferibili a Knox e Sollecito”. Abbondano invece quelle riconducibili a Rudy Guede, il giovane ivoriano che la mattina successiva al delitto prende un treno per Milano e subito dopo un altro diretto in Germania. Oggi Guede sconta una condanna a 16 anni di reclusione per concorso in omicidio.

 

“Mi sono riscattato dal processo giudiziario ma non da quello mediatico – è una constatazione colma di amarezza – Nello sguardo delle persone che mi riconoscono per strada resiste il pregiudizio di colpevolezza nei confronti del ‘mostro’. Per aver fumato uno spinello mi hanno trasformato in un tossicodipendente. Per aver collezionato qualche manga giapponese violento, mi hanno dipinto come una persona dall’indole aggressiva. Leggo sui giornali i commenti pressappochisti di chi sputa sentenze senza aver seguito le udienze nel corso delle quali le presunte prove dell’accusa si sgretolavano a colpi di test genetici e testimonianze. Sui social network la gente imbraccia la forca. E’ un gioco omicida con le vite degli altri: i magistrati alimentano i media che, a loro volta, suscitano nel pubblico un rigurgito verso una persona che è solo imputata”.

 

La giustizia lo ha assolto ma in molti pensano che lui l’abbia fatta franca. “Chi sostiene che non dovrei gioire perché l’omicidio di Meredith sarebbe rimasto senza colpevole, dimentica che una persona sconta una pena definitiva dietro le sbarre. Anche se non so quanto gli sarà utile”. In che senso? “Non ho alcuna simpatia per Guede, l’ho visto per la prima volta in tribunale dove i pm incomprensibilmente non lo hanno mai voluto sentire. Ma penso che il carcere sia una scuola di delinquenza. Non redime e non favorisce il reinserimento. Se non sei criminale, lo diventi”.  Guede si è pentito? “Ne dubito. Come scoprimmo in seguito da alcune testimonianze, su di lui era più volte gravato il sospetto di un coinvolgimento in episodi di furto con scasso secondo il medesimo copione: un sasso per rompere la finestra e poi la rampicata per penetrare all’interno. Esattamente com’era accaduto a casa di Meredith. Il pm Mignini invece vedeva tracce di scenari rituali perché il delitto era avvenuto dopo la notte di Halloween e nella camera della vittima c’era un costume da Dracula. Ho appreso che lo stesso pm, indagando sul ritrovamento di Francesco Narducci, ripescato dal lago Trasimeno nel 1985, mise da parte l’idea del suicidio per battere la più complessa pista dell’omicidio a sfondo satanico. Si rivelò un abbaglio”. Ecco, se la procura avesse seguito la tesi più lineare e immediata, quella del furto finito in tragedia, Raffaele non avrebbe varcato la soglia del carcere. E Guede sarebbe stato condannato per omicidio e non per concorso. “Sul processo c’era un’attenzione spasmodica, Perugia era assediata dai cronisti di mezzo mondo. La vittima era una cittadina inglese. Per fare marcia indietro serve umiltà: la procura non l’ha avuta”. Esiste una pena alternativa al carcere per un assassino? “Si possono immaginare delle comunità dove neutralizzi il pericolo e offri alle persone una opportunità effettiva di reinserimento. Dietro le sbarre vieni educato secondo un codice criminale. Una volta tornato in libertà, trovi esclusivo conforto nell’ambito di un circuito malavitoso”.

 

Raffaele trascorre quattro anni ristretto in una cella tre metri per due. Sei mesi li passa in isolamento fin quando un giorno decide di chiederne la sospensione “a proprio rischio e pericolo”: “Quella mattina mi alzai dal letto e andai a prendere la pastiglia per la tiroide. Vidi che l’infermiera mi osservava perplessa, e non capii perché. Lo compresi solo quindici minuti dopo: ero completamente nudo. La solitudine mi stava bruciando il cervello”. Le avances tra detenuti, la doccia con le mutande per non offendere gli arabi, il capitolo “ritorsioni” nella tromba delle scale prive di videosorveglianza… la vita in carcere è un addestramento quotidiano. “Ho visto un uomo scaraventare una pentola di olio bollente in faccia a un altro che gli aveva detto ‘vaffanculo’. Ho visto persone accoltellarsi per una crostatina. L’unico sentimento che pulsa in carcere è la vendetta. Il carcere è, per definizione, uno strumento di vendetta che offre soddisfazione a vittime e parenti ma  abbandona i reclusi in uno stato vegetale a spese dei contribuenti”. Vendetta e violenza. “Ho visto persone crollare per terra contorcendosi dal dolore dopo essersi versate in gola l’intero contenuto di una bottiglia di candeggina. Una volta notai che le guardie tentavano di tenere in piedi un detenuto che non si reggeva sulle gambe: si era reciso con una lama i tendini degli arti inferiori e delle braccia”.

 

Dopo l’assoluzione nel primo processo d’appello nel 2011 (la sentenza fu poi annullata dalla Cassazione che ordinò un appello bis), fischi, urla e strepiti di sdegno si levano davanti al tribunale. Claudio Pratillo Hellmann, presidente della vituperata corte, sei mesi dopo se ne va in pensione: “Nei bar di Perugia – ha raccontato pubblicamente – dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia. Quasi tutti i colleghi magistrati mi tolsero il saluto. In più ero in predicato per la presidenza del Tribunale e naturalmente quella carica fu assegnata a un altro collega, sicuramente degnissimo, ma qualche sospetto che si trattasse di una ritorsione mi venne”. Per Raffaele l’assoluzione del 2011 segna il ritorno alla libertà. Esce dal carcere, ha bisogno di staccare e parte per gli Stati uniti. A Seattle Amanda gli presenta il nuovo fidanzato. I due hanno trascorso in tutto dieci giorni insieme (cinque prima dell’assassinio): sono quasi due estranei. La meta agognata è il deserto del Nevada per l’evento noto come “Burning man”: “L’inventore si chiama Larry Harvey – ricorda Raffaele con una punta di nostalgia – La manifestazione dura otto giorni in cui il tempo si annulla. Non hai scadenze né scopi. Sei tu con te stesso, e bruci gli oggetti per rinascere dalle ceneri. Il dolore per la morte di mia madre, gli anni spesi in carcere, le umiliazioni patite: volevo bruciare ogni cosa. Camminavo da solo tra le dune di sabbia con un sombrero in testa. Qualcosa dentro di me era bruciato per sempre”. Oltreoceano Raffaele promuove il libro “Honor Bound”, l’accoglienza è calorosa. Per l’opinione pubblica i due ragazzi sono innocenti. “In America prevale una mentalità garantista. La certezza della pena non è una formula vuota ma una realtà: in diversi stati può portare all’iniezione letale. Perciò nel corso del processo c’è un rispetto scrupoloso delle garanzie poste a tutela dell’imputato. Da noi invece tali prerogative vacillano perché in fin dei conti, all’esito del procedimento, la pena c’è e non c’è”.

 

[**Video_box_2**]Gli avvocati richiederanno l’indennizzo per ingiusta detenzione. “Si parla di 500 mila euro, una cifra ridicola. Con gli anticipi dei due libri sto tamponando qualche debito. Abbiamo dei conti in sospeso con i difensori. Ma quel che mi domando è: chi pagherà l’eventuale riparazione? Sempre e comunque i cittadini. Manca un’assunzione di responsabilità da parte di chi ha sbagliato. E per ottenerla mi appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quel che è successo a me non deve più ripetersi”. Come spiegherai un giorno ai tuoi figli che papà è finito in carcere alla stregua di un assassino? “Insegnerò loro a non giudicare”. Rimproveri ad Amanda? “Non ha alcuna colpa, come me. Ha subìto un interrogatorio fuori dai crismi di legge, con una pressione insostenibile e in una lingua che non era la sua. Se non l’avessi conosciuta, quel giorno lei non avrebbe dormito da me e sarebbe rimasta in via della Pergola. E’ vero, non mi sarebbe caduto addosso questo macigno. Ma oggi piangeremmo due vittime, non una”.

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