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Il libro che smaschera la truffa dei cambiamenti climatici

Jacques Cheminade, ex candidato alle presidenziali francesi e autore di un dossier controcorrente intitolato “La mistificazione del riscaldamento globale”, l’ha definita “dittatura soft del maltusianesimo verde”.

21 Ottobre 2015 alle 13:11

Il libro che smaschera la truffa dei cambiamenti climatici

Il meteorologo francese Philippe Verdier

Parigi. Jacques Cheminade, ex candidato alle presidenziali francesi e autore di un dossier controcorrente intitolato “La mistificazione del riscaldamento globale”, l’ha definita “dittatura soft del maltusianesimo verde”. Chiunque vi si opponga è prontamente isolato, come è successo a lui stesso, o peggio allontanato dal posto di lavoro, come è accaduto la scorsa settimana a Philippe Verdier, meteorologo vedette di France 2, punito per aver scritto un libro che denuncia il pensiero unico sul global warming e la grande impostura della Conferenza sul clima (Cop21) che si terrà a Parigi il prossimo dicembre. “Climat Investigation” (Edizioni Ring), questo è il titolo dell’inchiesta che dimostra l’infondatezza del discorso allarmista dominante sul clima e relativizza le conseguenze del riscaldamento globale, è costata a Verdier una lettera da parte della direzione di France Télévisions nella quale gli si chiedeva espressamente di stare a casa perché per i dissidenti dell’ideologica climatica, a un mese dalla pomposa Cop21, non c’è spazio nel dibattito pubblico. C’è una nuova colpa, impossibile da espiare per i gendarmi del pensiero: l’essere “climatosceptique”, ossia scettici nei confronti delle teorie mainstream sul clima, ossia voler porre questioni, aprire dibattiti, proporre visioni alternative all’idea diffusa secondo cui bisogna fare in fretta altrimenti l’apocalisse ambientale sarà inevitabile. Ed è per questa colpa, condivisa con molti altri pensatori contrarian come il premio Nobel per la Fisica Ivar Giaever, che Verdier è stato immediatamente sanzionato e tacciato dal codazzo benpensante dei vari Monde, Libération, Inrocks e Canal Plus di alimentare una “retorica complottista” e di essere vicino all’estrema destra.

 

La decisione di sollevare un polverone a qualche settimana dall’inizio del ventunesimo raduno sul clima organizzato dalle Nazioni Unite, che vedrà convergere a Parigi imprenditori, scienziati, professori, economisti e soprattutto i principali capi di Stato mondiali, è stata presa da Verdier nel momento in cui, da inviato indipendente di tre edizioni della Cop, si è reso conto dell’imbarazzante allineamento tra calendario climatico e calendario politico. “L’urgenza non proviene dal clima in quanto fenomeno fisico, ma da un tempo artificiale calcolato sul calendario politico”, scrive Verdier nell’introduzione della sua inchiesta. “I nostri dirigenti esercitano una pressione sull’opinione pubblica al fine di valorizzare la Conferenza di Parigi, che costituisce anche un’opportunità di ridorare la loro immagine sbiadita da una situazione economica e sociale complicata” (a dicembre ci saranno anche le delicate elezioni regionali che per la gauche potrebbero essere un’altra disfatta). Lungo le quasi trecento pagine di inchiesta, Verdier muove una critica durissima alla nuova religione climatica, che tappa la bocca agli “eretici” come lui, e smaschera i catastrofisti del riscaldamento globale di cui il Giec (Groupe d'experts intergouvernemental sur l’évolution du climat) è l’epicentro, sottolineando invece quanto il global warming abbia portato numerosi benefici al nostro mondo, a livello economico, turistico, enogastronomico e financo di salute. Il meterologo francese, che su Europe 1 non ha escluso il coinvolgimento dell’Eliseo nel quadro della sua cacciata, si sofferma a lungo sulla grande ipocrisia dei governi che a seconda delle necessità dramattizzano o relegano nel dimenticatoio il tema del riscaldamento globale. Tra il 2011 e il 2014 la questione climatica sparisce bruscamente dai radar degli ideologi del global warming, viene derubricata dalla lista dei dossier prioritari. Non è più un’urgenza, a quanto pare. La catastrofe naturale e antropologica sembra non essere più imminente per i politici e gli ecologisti di ogni latitudine. Poi, a un anno dalla Conferenza sul clima di Parigi, commenta Verdier, l’apocalisse ambientale causata dal global warming di natura antropica torna magicamente a figurare in cima all’agenda politica e mediatica. “500 giorni per salvare il pianeta”, lancia allarmato il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, posando sulla copertina del Parisien Magazine in veste di meteorologo. L’heure est grave, la situazione torna improvvisamente a essere critica, climatologi e scienziati ripartono con la litania dell’“uomo grande colpevole dell’innalzamento delle temperature”, nonostante in quei tre anni di encefalogramma piatto sul clima il fenomeno del riscaldamento globale abbia proseguito il suo percorso con il solito cammino di incertezze e di imprevisti senza essere più intenso di prima. All’inquilino del Quai d’Orsay e principale ambasciatore della Cop21 nel mondo, Verdier dedica uno dei capitoli più saporiti del libro, intitolato “Il ministro che voleva diventare Monsieur Météo”.

 

[**Video_box_2**]E’ una mattina del giugno 2014 quando Fabius decide di radunare tutti i presentatori meteo al ministero degli Esteri per una colazione speciale. E perché mai proprio loro? Perché dai loro bollettini meteo, da quel giorno in poi avrebbero dovuto rimuovere dalle loro analisi le parole “riscaldamento” e “cambiamento”, e parlare soltanto di “caos climatico”. Poche settimane dopo è il turno della ministra dell’Ambiente, Ségolène Royal, che invita tutti i meteorologi francesi per un appuntamento intitolato “Il meteo si impegna per il clima”. A completare l’opera ci pensa il presidente Hollande, con un viaggio glamour a Manila, promuovendo con gravitas, accanto alle attrici Marion Cotillard e Mélanie Laurent, la Cop 21 di Parigi.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Il suo ultimo libro è 'Brigitte Bardot. Un'estate italiana' (Gog edizioni), con i bozzetti di Milo Manara.

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