La Grande Sfinge di Giza (foto LaPresse)

La nuova invasione tartara

Redazione

Nel 1840 Paul-Émile Botta, console di Francia a Mosul, in Iraq, si trovò di fronte al fantastico mondo assiro di Nirmud, una specie di Versailles di tremila anni fa. Il suo entusiasmo nelle lettere che spedì in Francia ci dà il segno dell’abisso che separa quel mondo, il nostro, dallo Stato islamico.

Nel 1840 Paul-Émile Botta, console di Francia a Mosul, in Iraq, si trovò di fronte al fantastico mondo assiro di Nirmud, una specie di Versailles di tremila anni fa. Il suo entusiasmo nelle lettere che spedì in Francia ci dà il segno dell’abisso che separa quel mondo, il nostro, dallo Stato islamico. Giovedì l’Isis ha iniziato a demolire Nirmud. Dopo aver bruciato biblioteche a Ninive, abbattuto statue assire, bombardato moschee sciite, divelto tombe ebraiche, adesso gli ascari del califfato si accaniscono sulla perla della Mesopotamia. La loro fame di morte in effigie è superiore alla possibilità che mettano nel mercato nero i tesori dell’antichità. Tutte queste opere apparterrebbero a un periodo di buio e ignoranza, la “jahiliyya”.

 

Intanto dal Qatar, il grande sponsor finanziario e ideologico degli islamisti, arriva una fatwa contro le Piramidi in Egitto. Il portale Islam Web ha lanciato un editto contro le Piramidi e la Sfinge in quanto “idoli”. Da qui l’appello affinché vengano fatte saltare in aria. E’ una nuova “invasione tartara”, come i mongoli che nel 1258 bruciarono la biblioteca di Baghdad, le cui acque divennero nere per le ceneri di migliaia di manoscritti. Anche quando fu ordinato il rogo della biblioteca di Alessandria c’era un califfo, Omar Ibn Al Khattab, successore di Maometto, che agiì in base alla sua fatwa: “O i libri che stanno qui dentro sono conformi al Corano, e quindi sono inutili per noi; o non sono conformi al Corano e quindi sono cattivi”. Un sillogismo perfetto. Modernissimo. Usato dal nuovo califfo.

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