Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Perché lo stato pesa molto nell'economia renziana

Yoram Gutgeld

Esclusiva fogliante. Da Telecom a Ilva passando per le liberalizzazioni. Liberisti o dirigisti? A metà. Lo statalismo creativo di Renzi spiegato dal suo consigliere economico, Yoram Gutgeld

Al direttore,

 

Il dibattito sulla politica industriale del governo e sul cosiddetto “statalismo creativo”, lanciato sulle colonne di questo giornale, ci permette di spiegare le ragioni di alcuni importanti provvedimenti che il governo sta prendendo in queste settimane. Nella contrapposizione (spesso schematica e ideologica) tra statalismo e liberismo, lei definisce l’azione del governo “un po’ di qua e un po’ di la”. Cercheremo qui di far capire che dietro l’immancabilmente simpatica battuta esistono chiari princìpi economici e saldi valori politici che guidano l’azione del governo.

 

Il governo, in questo come tutti gli altri, interviene nell’economia in tre modi: fa norme che regolano i vari mercati; decide come allocare e da dove reperire risorse (tasse e incentivi); gestisce pezzi dell’economia, direttamente attraverso strutture pubbliche o indirettamente attraverso società possedute. Forse non è un dato noto, ma, anche in relazione alla popolazione, gli Stati Uniti d’America, il venerato tempio del liberismo anti statalista, hanno più dipendenti pubblici dell’Italia. Questi interventi sono guidati appunto da alcuni princìpi. Quelli normativi sui singoli settori servono per favorire i consumatori e rafforzare le imprese. Poi ci sono interventi per consentire più scelta e prezzi più bassi ai consumatori.

 

Quindi l’eliminazione di barriere all’accesso ai capitali e alla crescita dimensionale per le imprese. La legge sulla concorrenza appartiene alla prima categoria. L’eliminazione del tetto al possesso di farmacie in capo a un singolo soggetto consentirà alle catene organizzate di entrare nel mercato, di offrire prezzi più bassi e servizi migliori sfruttando l’efficienza derivante dalla maggior scala.

 

La riforma delle banche popolari appartiene alla seconda categoria. Le nostre banche popolari svolgono un ruolo prezioso fornendo credito alle piccole e medie imprese. Per continuare ad assicurare questo servizio indispensabile per lo sviluppo economico del paese hanno bisogno di più capitale. Per quali ragioni? Per adeguarsi ai crescenti requisiti di capitale della Banca centrale europea, e per fare fronte al tasso più alto di crediti deteriorati rispetto alla media di mercato. Il voto capitario, cioè la regola secondo la quale ogni azionista ha lo stesso diritto di voto indipendentemente da quante azioni possieda, scoraggia nuovi capitali e ne rende più difficile il reperimento sui mercati. Chi sostiene il contrario dovrebbe spiegare perché il tasso di copertura dei crediti deteriorati delle prime dieci banche popolari è di 15 per cento più basso delle banche Spa. Contrariamente a quanto dicono i difensori dello status quo, la trasformazione delle popolari in Spa consentirà loro di accedere più facilmente ai mercati dei capitali, rafforzandone la capacità di svolgere la loro missione come banche di riferimento dei loro territori.

 

Le politiche di incentivi rispondono invece alla volontà di creare efficaci propulsori di crescita economica. Utilizzando la terminologia degli economisti, un euro dato come incentivo dovrebbe avere un moltiplicatore di crescita economica maggiore di uno. Il credito d’imposta previsto nella legge di stabilità per investimenti in ricerca e sviluppo segue questo princìpio. E’ superfluo spiegare perché l’innovazione è un elemento determinante per la crescita economica del nostro paese, e questo incentivo dovrebbe stimolare attività aggiuntiva di ricerca e sviluppo soprattutto per le piccole e medie imprese.

 

Gli incentivi per lo sviluppo della banda ultra larga rispondono alla stessa logica. L’Italia è terz’ultima in Europa per copertura e penetrazione di banda ultra larga. E’ ultima per tasso di collegamento delle scuole! Il motivo principale di questo preoccupante ritardo non è, come spesso viene detto, l’alto indebitamento di Telecom Italia, ma viceversa l’assenza della televisione via cavo presente in quasi tutti paesi europei. Questa consente, con un costo aggiuntivo minimo, di offrire un collegamento ultraveloce (500 megabit al secondo) e costringe le aziende telefoniche a offrire simili servizi. Per raggiungere questi livelli di performance gli operatori telefonici devono investire su una rete in fibra che arrivi, come il cavo, fino alla casa delle famiglie. Ma senza la concorrenza del cavo, Telecom Italia non ha un valido motivo economico per fare questi investimenti. Infatti il piano strategico di Telecom appena presentato prevede principalmente investimenti nella tecnologia che porta la fibra fino all’armadio situato qualche centinaio di metro dai singoli palazzi. Questa tecnologia meno costosa fornisce una velocità di connessione più alta dell’Adsl ma inferiore a quella offerta con la fibra a casa. Arrivasse domani un ricco investitore con un pacco di miliardi per comprare Telecom Italia e per azzerarne il debito non cambierebbe nulla. Per stimolare lo sviluppo della rete in fibra e portare l’Italia al passo con il resto dell’Europa serve ridurre il costo degli investimenti per gli attori economici. Per consentire ciò, si può e si deve agire sulle norme che disciplinano la posa dei cavi per terra, ma non basta. Ecco perché servono anche incentivi pubblici. Incentivi che consentiranno agli operatori del settore di fare investimenti di diversi miliardi, che altrimenti non si farebbero, e di colmare un gap tecnologico che non ci possiamo più permettere. Per quanto riguarda la gestione diretta dei pezzi dell’economia, bisogna fare una netta distinzione tra due casi. L’intervento preponderante riguarda lo stato sociale. Il modello dello stato sociale che eroga i servizi ma non in modo esclusivo (quindi aperto alla concorrenza), e che governa, finanzia e regola sanità, istruzione e assistenza sociale, è più efficiente rispetto al modello esclusivamente “privatistico”. Non a caso la sanità americana costa quasi il doppio della nostra. Al di là di questo ambito la linea guida è di limitare l’intervento diretto dello stato ai casi di cosiddetto “fallimento di mercato”. E’ il caso dell’Ilva, un patrimonio industriale di primissimo ordine. Nelle attuali condizioni, con ingenti investimenti ambientali richiesti e incertezza giuridica su molteplici livelli, i soggetti privati non sono disponibili ad accollarsi i rischi di una complessa operazione, anche trattandosi di uno dei più grandi e competitivi impianti siderurgici europei. Ecco perché serve un intervento pubblico limitato nel tempo, simile a quello compiuto per esempio da Barack Obama per salvare l’industria automobilistica americana in un contesto di un fallimento di mercato, seppur per motivi diversi.

 

[**Video_box_2**]Leggo che qualcuno ha invece nostalgia dell’Iri. Che dire? Erano belli gli anni 70 e 80, e pure gli Abba sono tornati di moda. Peccato che lo sviluppo economico di quegli anni, di cui l’Iri fu un perno centrale, era finanziato interamente con il debito pubblico, raddoppiato in rapporto al pil nel giro di due lustri, portando il paese sull’orlo di un fallimento in salsa argentina. Le difficolta enormi del paese negli ultimi anni sono in gran parte un lascito della gestione scellerata di quel ventennio, che va naturalmente ben oltre la questione delle aziende pubbliche. Sono proprio i problemi ereditati da questi anni e mai affrontati che questo governo tenta pazientemente ma con determinazione di risolvere. Leggo anche che qualcuno propone “meno tasse/meno spesa” come vera politica industriale. Perbacco! Come non essere d’accordo? E’ proprio quello che il governo sta facendo. Chiedete gli imprenditori se i 18 miliardi in meno di tasse sul lavoro si sentono. Si potrebbe fare di più? Certo, e si cercherà di farlo. Apprezziamo la sollecitazione, ma non possiamo trattenere il sorriso quando leggiamo che essa arriva da chi è stato per anni a fianco di Silvio Berlusconi che non ha mai ridotto la spesa pubblica di un centesimo, anzi l’ha sempre aumentata.

 

Quindi, direttore, i princìpi guida dell’azione del governo ci sono. Si possono condividere o meno, ma non è “un po’ di qua, e un po’ di la”. Ognuno degli interventi ha una sua ragione specifica e concreta. Tuttavia c’è un comune denominatore. In modi diversi e in forme diverse sono tutti interventi che cercano di liberare il paese da paure e da interessi di parte che lo bloccano da troppo tempo.

 

Yoram Gutgeld è Consigliere economico del presidente del Consiglio

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