Il fallimento delle intelligence

Daniele Raineri

Jihadi John era sorvegliato dai servizi inglesi dal 2009. Michael Adebolajo, che uccise il soldato inglese Lee Rigby in una strada di Londra, era anche lui sotto la sorveglianza dell’intelligence inglese.

Roma. Jihadi John era sorvegliato dai servizi inglesi dal 2009. Michael Adebolajo, che uccise il soldato inglese Lee Rigby in una strada di Londra, era anche lui sotto la sorveglianza dell’intelligence inglese. I fratelli Kouachi, che hanno massacrato la redazione del giornale Charlie Hebdo a Parigi, erano da tempo conosciuti ai servizi segreti francesi. Mohammed Merah, che nel 2013 uccise sette persone in tre attacchi diversi, era nel radar dei servizi segreti francesi da anni – avevano anche pensato di fare di lui un informatore. Non si è mai visto un fallimento così ampio delle intelligence occidentali come con la minaccia dei giovani europei radicalizzati dall’islam. Strutture create durante la Guerra fredda per scovare una singola talpa adesso devono sorvegliare migliaia di potenziali attentatori che vanno e vengono sotto il loro naso. Ieri il Times di Londra è uscito con un titolo a tutta pagina: “Il macellaio dello Stato islamico era sulla lista dei sospettati di terrorismo da sei anni” e anche altri giornali hanno calcato sullo stesso dato.

 

Da una bella ricostruzione pubblicata sul New York Times si sa che l’intelligence americana ha chiesto conto ai francesi di come si sono lasciati sfuggire i Kouachi. C’erano i tre segnali che caratterizzano i soggetti pericolosi, il soggiorno all’estero (in Yemen), il periodo passato in carcere e i contatti sociali sospetti – eppure i francesi sono così oberati dal lavoro di sorveglianza che avevano tolto i Kouachi dalla lista delle priorità. Per sorvegliarli ci vorrebbe “una squadra di venticinque agenti che li tiene d’occhio con turni e rotazioni” e i servizi francesi non possono – e viene da chiedersi quali altri nomi “più prioritari” abbiano sulla lista segreta.

 

In Gran Bretagna l’intelligence ha criticato i social media come centro di reclutamento, comando e controllo dei volontari del jihad e ha accusato in particolare Facebook di non avere fatto scattare l’allarme per Adebolajo, che una settimana prima di uccidere ha avuto una chat con un membro di al Qaida in Yemen – chi l’ha letta a posteriori dice che c’entra con l’uccisione. Facebook si difende con lo stesso argomento: l’impossibilità di controllare tutti.

 

Chris Phillips, ex direttore del National Counterterrorism Security Office inglese, ieri ha detto che polizia e intelligence non hanno le risorse per monitorare il numero di sospetti in aumento. Il sistema di controllo che esiste ora – dice Phillips – non sta funzionando. Le espulsioni non c’entrano, perché si tratta di cittadini con passaporto dell’Unione europea.

 

La settimana scorsa tre adolescenti inglesi che da tempo erano riuscite a contattare lo Stato islamico e a non farsi intercettare con una app chiamata Surespot hanno preso un aereo per la Turchia e poi hanno varcato il confine con la Siria, aiutate da uomini del gruppo. I turchi hanno provato a cercarle, ma hanno detto che la colpa è dei servizi di sicurezza inglesi – avrebbero dovuto bloccarle alla partenza. 

 

[**Video_box_2**]Ieri il primo ministro inglese David Cameron ha difeso l’operato dell’intelligence, dicendo che è costretta a “giudizi incredibilmente difficili” e che ha sventato un numero di attentati sconosciuto all’opinione pubblica – ma è un tipo di giustificazione che ha poca presa e non rassicura, perché in questo campo i fallimenti si vedono e i successi no. Cameron ha anche ordinato un’inchiesta sulle presunte violenze subite da Adebolajo in una prigione kenyana nel 2010, dove era stato arrestato prima che si unisse alla milizia somala di al Shabaab – violenze di cui i servizi inglesi sarebbero stati a conoscenza. Anche un’organizzazione inglese chiamata “Cage” – che prende le parti dei sospettati di terrorismo – ha difeso Mohammed Emwazi, sostenendo la tesi della sua trasformazione in Jihadi John a causa delle pressioni subìte dai servizi segreti (tesi che è stata definita “surreale” per il suo tentativo di colpevolizzare un po’ tutti tranne l’assassino di giornalisti e operatori umanitari presi come ostaggi in Siria). Il lavoro dell’intelligence è così preso in mezzo tra chi ne condanna l’inefficacia e chi ne condanna la “troppa pressione” (quest’ultimi in minoranza). 

 

A trenta ore dalla rivelazione dell’identità di Jihadi John, i segugi dei giornali britannici non hanno trovato che un paio di foto, lui a undici anni in divisa da scolaretto e una obbligatoria dal registro accademico di Westminster. Tra la prima foto e il primo video con lui – l’uccisione di James Foley messa su internet il 19 agosto – c’è un buco di quattordici anni. Come se qualcuno si aspettasse che il nome uscisse e avesse preventivamente cancellato le sue tracce. O, seconda ipotesi, come se lui avesse sentito la chiamata del jihad da tempo e avesse evitato di lasciare immagini casuali di sé in giro.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)