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Quel bravo ragazzo di West London

L’anonimato di uno degli uomini più ricercati del mondo è durato sei mesi. Ieri il boia in passamontagna nero che sui media era diventato “Jihadi John” dall’agosto 2014 è stato identificato pubblicamente come Mohamed Emwazi. Storie e nuove piste.

27 Febbraio 2015 alle 06:03

Quel bravo ragazzo di West London

L’unico video che mostra per intero una decapitazione da parte di Mohamed Emwazi è quello in cui lo Stato islamico uccide ventidue militari siriani

L’anonimato di uno degli uomini più ricercati del mondo è durato sei mesi. Ieri il boia in passamontagna nero che sui media era diventato “Jihadi John” dall’agosto 2014 è stato identificato pubblicamente come Mohamed Emwazi, un ventisettenne di Londra nato in Kuwait. Appare in sette video fatti circolare su internet da al Furqan, il braccio mediatico dello Stato islamico, sempre nella solita posa: coltello e braccio puntato verso un interlocutore immaginario, in piedi accanto a un ostaggio straniero in ginocchio, lui vestito in nero e l’ostaggio con la divisa arancione di Guantánamo – tutti gli ostaggi sono stati uccisi ritualmente davanti alla telecamera come messaggi di intimidazione ai governi di Washington, Londra e Tokyo. Compare anche in un ottavo video, mentre uccide un ufficiale dell’aviazione siriana, come leader di una squadra di decapitatori dello Stato islamico – tutti a volto scoperto e molti riconosciuti come volontari stranieri. In quell’occasione guarda direttamente in camera durante l’uccisione, un gesto che poi è stato citato in altri video dai suoi emuli. Lo speaker e boia del video dell’uccisione di ventuno copti in Libia è un personaggio ricalcato su di lui.

 

Emwazi è cresciuto in una famiglia benestante, si è laureato alla Westminster University in informatica e viveva nella zona ovest di Londra. Il suo nome è apparso per la prima volta in un pezzo di Souad Mekhennet e Adam Goldman del Washington Post (Goldman un mese fa ha scritto un articolo monstre su un altro caso intricato e ha rivelato che americani e israeliani sono stati gli assassini del capo di Hezbollah ucciso nel 2008 a Damasco – chissa quale sarà il prossimo scoop). I due giornalisti hanno usato come fonte primaria alcuni amici di Emwazi, che preferiscono che i loro nomi non diventino pubblici. “Emwazi era come un fratello per me… sono sicuro che è lui”, dice uno di loro. Il New York Times ha poi confermato il nome, grazie a una fonte nei servizi di sicurezza inglesi. L’intelligence americana, quella inglese e l’Fbi conoscevano già l’identità vera di Emwazi fin da settembre ma non la rivelavano per condurre meglio le indagini – e ancora non danno conferme. Martin Chulov sul Guardian lo identifica con il nom de guerre di Abu Abdullah al Britani, quello ormai usato nella sua seconda vita in Siria – che dovrebbe essere cominciata più o meno nel 2012.

 

Ci sono due elementi che spiccano. Ieri per ore dopo la pubblicazione del nome non sono circolate foto di Emwazi a volto scoperto – una singolarità quasi inspiegabile in epoca di social media. Di tutti i jihadisti europei andati a combattere in Siria ci sono immagini della vita precedente, foto con gli amici, a scuola, profili facebook, altro. Di Emwazi ci sono soltanto le immagini in passamontagna deliberatamente fatte circolare su internet. Il secondo elemento è il legame vero o soltanto presunto con Bilal al Berjawi, un anglo-libanese cresciuto a Londra che è diventato capo di al Qaida in Somalia prima di essere ucciso da un drone nel 2010.

 

La Bbc dice che Emwazi faceva parte del network di Berjawi, ma non ci sono altri elementi. La storia raccontata dal Washington Post quasi coincide su questo punto, perché sostiene che Emwazi fu fermato nel 2009 in Tanzania, dove era andato con due amici per un safari-premio di laurea, ma venne arrestato e rispedito indietro senza un’accusa precisa. I servizi segreti inglesi lo contattarono e dissero che sapevano che il suo piano era unirsi agli Shabaab, la milizia somala che ha dichiarato fedeltà a Osama bin Laden. Gli fu proposto di collaborare, di diventare un informatore, lui rifiutò. Gli ostaggi occidentali che sono stati suoi prigionieri ricordano che era ossessionato dagli Shabaab, e faceva vedere sempre i loro video.

 

E’ possibile che il primo elemento – l’assenza di immagini, il basso profilo e l’assenza di tracce immediate lasciate dietro di sé – abbia a che vedere con il secondo – il sospetto di relazioni con al Qaida in Somalia.

 

Nel 2010 Emwazi/Abu Abdullah al Britani andò in Kuwait, prese accordi per sposarsi e trovare un lavoro, tornò a Londra e qui fu di nuovo arrestato a giugno per sospetti contatti con terroristi, e poi rilasciato ma senza passaporto. Non poteva più lasciare il paese. Fu dopo questo secondo arresto che si intensificarono i suoi rapporti con Asim Qureshi, un membro di “Cage”, un ente britannico che si occupa di difendere le vittime della guerra al terrore – ovvero i musulmani che finiscono nella macchina della sorveglianza del governo. Emwazi dice a Qureshi in alcune mail che a Londra si sente prigioniero, non è in una cella ma non può più fare quello che stava facendo, non può sposarsi e accettare il lavoro che aveva trovato.

 

Ieri Qureshi ha tenuto una conferenza stampa per dipingere Emwazi come una vittima di una repressione ingiustificata da parte dell’intelligence inglese, che decide a un certo punto di andare in Siria, ormai vittima radicalizzata dalle troppe attenzioni dei servizi. In un’occasione un agente arrivà quasi a soffocarlo con una presa troppo stretta. Anche il pezzo del Washington Post, che si basa in parte sulle testimonianze di “Cage”, tende a raccontare la stessa parabola: un giovane finito suo malgrado nel meccanismo della repressione troppo generica contro i musulmani.

 

Quella di Qureshi è suonata come una difesa anomala, un attacco per non finire sotto, un mettere le mani avanti per spiegare la relazione intrattenuta a lungo con l’uomo che è diventato il sicario più sanguinario dello Stato islamico, tanto da essere scelto come simbolo. Cage si occupa di vittime di persecuzioni ingiustificate, il fatto che abbia lavorato per proteggere il futuro carnefice più odiato di Siria e Iraq dev’essere un colpo catastrofico. Emwazi sembra fatto apposta per scardinare il cliché del proletariato senza voce che cerca riscatto nella violenza indiscriminata offerta da Abu Bakr al Baghdadi. Va a rafforzare l’altro stereotipo, quello del volontario che sceglie deliberatamente il jihad anche se avrebbe pouto imboccare altre strade.

 

Un pezzo sul Guardian descrive Abu Abdullah al Britani come un leader, capace di salire nei ranghi dell’organizzazione e anche di usare il suo titolo di studio – si è occupato della sicurezza informatica nelle trattative con i governi occidentali, in modo da evitare di essere rintracciato. Il pezzo non lo specifica, ma è probabile che si sia occupato di rendere invisibile l’indirizzo Ip dei computer dello Stato islamico con sistemi come Tor e Tails.

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