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Piccola antropologia del professore italiano (e altre follie universitarie)

Ha fatto scandalo la rivelazione che in Italia solo mezzo docente universitario su cento abbia un’età inferiore ai trentacinque anni; ma se mediamente ci si laurea a venticinque e poi bisogna finire il dottorato, imparare il mestiere e fare un po’ di gavetta sacrosanta, come si fa a diventare professori prima? Esigerlo è ipocrita

17 Febbraio 2015 alle 06:27

Piccola antropologia del professore italiano (e altre follie universitarie)

Ha fatto scandalo la rivelazione che in Italia solo mezzo docente universitario su cento abbia un’età inferiore ai trentacinque anni; ma se mediamente ci si laurea a venticinque e poi bisogna finire il dottorato, imparare il mestiere e fare un po’ di gavetta sacrosanta, come si fa a diventare professori prima? Esigerlo è ipocrita. Leggendo “Al limite della docenza” di Stefano Pivato (Donzelli) ci si deve piuttosto scandalizzare per ben altre informazioni che affiorano fra le righe. Ad esempio per la sperequazione di costi e benefici su cui l’università si regge: sia dal versante dei docenti, che vengono retribuiti per l’attività didattica ma vengono valutati in base alla ricerca, con conseguente distribuzione di fondi agli atenei, senza tenere presente che il tempo dell’una è sottratto all’altra; sia dal versante degli studenti, visto che di anno in anno cala il numero degli effettivi beneficiari di borse di studio statali a fronte del numero di aventi diritto in base ai vigenti criteri di merito accademico e reddito familiare. Su tre idonei, a uno non è convenuto essere bravo perché la ricompensa è nulla. In compenso i docenti che non pubblicano niente e zavorrano il proprio ateneo impedendogli di ricevere la quota premiale di fondi ministeriali non possono subire alcuna sanzione.

 

Oppure si può inorridire incrociando le percentuali sparse da Pivato, rettore a Urbino fino al 2014. Fa scalpore che in mezzo secolo gli studenti siano aumentati del 727 per cento ma i docenti del 206 per cento, portando a buon punto la trasformazione delle aule in stadi. Ciò nondimeno da noi frequenta l’università una percentuale quasi pari alla media europea, mentre la percentuale di lettori in Italia è drasticamente inferiore alla media dei paesi civili: ne discende che parte dell’attuale popolazione universitaria italiana è disavvezza ai libri, se non alfabetizzata soltanto pro forma. Nessuno legge ma tutti si laureano. Questo grazie anche alla riforma Berlinguer che per Pivato è una “dequalificazione didattica dell’università”, una “perversione attuata col convincimento della classe docente” che istituendo la laurea breve con tesi brevissima da farsi in fretta e furia ha svilito l’approccio degli studenti alla ricerca portando in auge il plagio o quanto meno la scopiazzatura da internet. Non solo. Luigi Berlinguer ha instaurato una maledizione per cui dopo di lui nessun ministro dell’Università è sopravvissuto al cambio di premier – a eccezione di Ortensio Zecchino, che dopo il governo D’Alema resisté qualche mese sotto Amato – e ogni ministro si sente in dovere di riformare il riformatore precedente. Questi sono i dati che il libro di Pivato squaderna nel tracciare la sua “piccola antropologia del professore universitario”, annacquandoli però in informazioni che qualsiasi laureato poteva dedurre da sé mescolando esperienza diretta e risapute leggende nere su baroni che circuiscono studentesse e lanciano libretti dopo aver messo un 18.

 

[**Video_box_2**]Inoltre Pivato tenta di spiegare l’accademia fornendo dati di fatto ma per perifrasi: “Un magnifico di un’università del nord che è in carica da ventotto anni”, “un illustre cattedratico”, “due italianisti di chiara fama”, “uno dei più autorevoli quotidiani nazionali”. Il libro è tutto un Indovina Chi percorso dal timore di ritorsioni, tanto che perfino i ringraziamenti sono anonimi; o meglio, Pivato si limita a riferire i nomi di battesimo di chi l’ha aiutato: Alessandro, Amoreno, Angelo, Anna… A parte che se ti chiami Amoreno quest’escamotage non ti tutela più di tanto, forse una maniera più sicura per poter nominare liberamente tutte le persone cui il pamphlet si limita ad alludere sarebbe stata di non apporre in copertina il nome dell’autore. Sulla copertina stessa però campeggia il Narciso preraffaellita di Waterhouse, perfetta metafora del docente egocentrico che, secondo Pivato, quando t’incontra domanda: “Ciao, come sto?”. L’autore è professore anche lui, si vede che non ha saputo resistere.

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