La bolla economica (e pacchiana) degli orsetti con gli occhi grandi

Annalena Benini

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando all’aeroporto ho comprato un pupazzetto di peluche a mia figlia: un gatto piccolo con gli occhi grandi. Brutto, ma brutto in un modo carino: con quegli occhi enormi e sporgenti il gatto offriva innocenza e chiedeva protezione, una bambina che lo prendesse in braccio.

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando all’aeroporto ho comprato un pupazzetto di peluche a mia figlia: un gatto piccolo con gli occhi grandi. Brutto, ma brutto in un modo carino: con quegli occhi enormi e sporgenti (ricordano vagamente i quadri di Margaret Keane, la pittrice protagonista di “Big Eyes” di Tim Burton) il gatto offriva innocenza e chiedeva protezione, una bambina che lo prendesse in braccio. Sull’etichetta c’era scritto “Beanie Boos”, costava pochi euro e io non sapevo di essere dentro l’evoluzione di una bolla speculativa da centinaia di milioni di dollari. Non sapevo che, poco tempo prima, un marito e una moglie avevano divorziato inginocchiati sul pavimento, a Las Vegas, davanti a un giudice che li controllava mentre cercavano di dividersi equamente una montagna di questi Beanie (sul finire degli anni Novanta andava a ruba la versione con occhi di medie dimensioni chiamata “Beanie Baby”): la collezione di peluche che avevano creato insieme durante gli anni del matrimonio, il loro bene più prezioso. Ho visto la foto del divorzio su una rivista americana, Slate, e ho letto di un uomo che vive solo con i suoi quarantamila pupazzetti, e di pupazzetti venduti al miglior offerente per cinquemila dollari. E di un uomo in carcere per avere ucciso un collega che gli doveva dei Beanie Baby.

 

Queste storie sono raccolte in un libro intitolato “La grande bolla Beanie Baby” (sottotitolo: “Mass delusion and the dark side of cute”, dove “cute” sta per qualcosa in più di dolce e carino: è quella carineria che ci fa guardare migliaia di video sui gattini e sui neonati che ridono, è una scintilla di fascinazione che può sospendere la razionalità, dicono gli psicologi). Leggevo e pensavo con un po’ di angoscia alle decine di Beanie Boos che, da quel giorno in aeroporto, si sono accumulati nella camera dei bambini. Sono stati ribattezzati “occhioni” e sono diventati argomento di conversazione, premio di promozione, oggetto di preghiere, moneta di scambio con il fratello e le amiche subito contagiate dalla mania. Mia figlia conosce i nomi di tutti gli occhioni che possiede e anche di quelli che sogna un giorno di possedere (nomi come “wild”, “trinkly”, “rufus”, “bruno” per cavallucci marini, topi, tartarughe, pesci, lupi, pinguini) e dorme con loro equamente grazie a un sistema molto complicato di turni quotidiani. Un giorno l’ho trovata che piangeva sotto una coperta perché il suo primo Beanie aveva perso un occhio. E’ dentro la bolla e controlla le quotazioni dei peluche su Amazon, anche se non ha intenzione di diventare ricca rivendendo tra qualche anno un Beanie molto raro e completo di etichetta e custodia di plastica (alla fine degli anni Novanta i collezionisti conservavano questi cosi pelosi dentro le custodie, per non far crollare del cinquanta per cento il loro valore).

 

[**Video_box_2**]E’ stata una febbre americana, un’ossessione per adulti nata senza alcuna forma di pubblicità e che ha fruttato all’inventore di questi giocattoli, Ty Warner, seicentosessantadue milioni di dollari (lui adesso è in libertà vigilata per avere nascosto milioni su un conto in Svizzera, ed è fissato con la chirurgia plastica: non posso fare a meno di pensare che il gattino di peluche di mia figlia sembra avere appena fatto un lifting). Euforia, soddisfazione profonda, sensazione di possedere qualcosa di molto prezioso, anche se si tratta di una giraffa da cinque dollari, e bisogno frenetico e ottimista di averne subito altri. Poi, all’improvviso, la perdita di interesse e di valore economico. E’ così che si gonfiano, e poi esplodono, le bolle economiche. La febbre degli orsetti è finita, anche se è stata potente e spiegabile soltanto con la pacchianeria degli anni Novanta: ma le vetrine dei negozi di giocattoli, a Roma, Londra e New York, sono piene di pupazzi piccoli con gli occhi grandi, e i prezzi cominciano a salire.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.