Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Renzi e l'importanza di avere un'opposizione

Alessandro Giuli

Controindicazioni di un sistema parlamentare a frammentazione multipla - di Alessandro Giuli

Matteo Renzi è il principale artefice della costituzionalizzazione del berlusconismo, e intendo con questo termine la felice anomalia ventennale che – al netto delle animosità personali e del tentativo di esiliare il Cav. per via giudiziaria – ha modellato in Italia una democrazia dell’alternanza di tipo bipolare. Se non bipartitica perfino, come sembra suggerire la nuova legge elettorale seminata dal Patto del Nazareno e poi quintessenziata nel laboratorio politico di un premier plenipotenziario che ha imposto le sue modifiche ai contraenti dell’accordo. L’abolizione del bicameralismo e gli altri capitoli delle riforme costituzionali in gestazione convalidano l’assunto: una legislatura sorretta inizialmente dai fragili pilastri delle tre minoranze di blocco – il Pd bersaniano vincitore senza trofeo, il partito berlusconiano perdente ma indispensabile e i grillini inabili a governare così come alla formazione di un’opposizione non anti sistemica – si è rapidamente mutata in una stagione di riformismo costituente fondata su una maggioranza di nome, quella delle piccole intese con i centristi e i (furono) montiani e su una maggioranza di fatto, chiamata Patto del Nazareno e destinata nelle premesse a essere il prologo del bipartitismo che verrà: un blocco neolaburista e un blocco liberal-conservatore che si contendono Palazzo Chigi, mentre ai loro estremi vivacchiano rumorose le forze così dette anti politiche (Lega e M5s) e le destre e le sinistre residuali. In questo schema l’eccezionalismo renziano, l’iperbole di un presidente del Consiglio divenuto tale per vie parlamentari e chiamato a riscrivere con Berlusconi le regole del gioco, trova così una sua completezza politica e istituzionale.

 

Ma che succede se Renzi si fa prendere la mano dalla prospettiva di triangolare, oggi, con chiunque pur di non lasciare nessuno, domani, in condizione di sfidarlo con ragionevoli prospettive di successo? Il gioco renziano ha il pregio d’essere scoperto e lineare: dopo aver rimpannucciato i rapporti con la minoranza interna al Pd nell’operazione Mattarella, annesse le monadi del partito che fu di Mario Monti, ridotti all’ineffettualità i ministeriali di Angelino Alfano, liberato e reso disponibile il flottante parlamentare degli ex grillini, l’ex sindaco di Firenze può permettersi di trattare il Cav. come un interlocutore subalterno sotto scacco economico-giudiziario, vampirizzato nei consensi e forse anche nel personale politico, e di signoreggiare sul Parlamento come se fosse un gioco da tavola. Con il non trascurabile risultato di attrarre nella propria sfera d’influenza alcuni manipoli parlamentari eterogenei, il cui potere di ricattato viene per ora riequilibrato soltanto dal timore di elezioni anticipate, ma sopra tutto di lasciare intorno a sé macerie. Vale a dire l’impossibilità di un’opposizione a venire. Il che, nel breve periodo, conviene eccome a Renzi e al tempo stesso non può essergli imputato per intero, essendo anche il frutto dell’altrui insipienza.

 

[**Video_box_2**]Ma la domanda centrale è se l’esito del processo politico contraddica oppure no le sue premesse. Le contraddice. E in questo quadro anche la formula del Partito democratico come “Partito della nazione” si carica ambiguità, addensando una fuliggine di sospetti e retropensieri sopra un progetto che di suo non avrebbe nulla di polverosamente scudocrociato. Se, per ragioni più tattiche che strategiche, Renzi inclinasse deciso verso un sistema a frammentazione multipla orbitante intorno a un partito omnibus, potrà vincere e governare a lungo senza rivali ma diventerebbe arduo anche solo immaginare un’alternativa, figurarsi se di natura bipolare.

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