Il ministro delle Finanze greco, l’economista Yanis Varoufakis (foto LaPresse)

Il bullo Varoufakis

Alberto Brambilla

Chi è il ministro delle Finanze greco, in moto e giacca di pelle, ma non estremista.

Roma. Nemmeno lui ha sempre creduto alle promesse economiche di Syriza. Quel programma carico di “buone intenzioni” corrisponde a un mucchio di “promesse che non possono essere e non saranno soddisfatte”. Si raccomandava dunque di “non leggerlo”,  quel canovaccio greco per spezzare le reni dell’austerità europea: “Non vale la carta sul quale è scritto”, per quanto siano in molti a pensarlo capace di minare alle fondamenta i palazzi delle euroburocrazie. L’invito a ridimensionare le idee ultra radicali del partito del neo premier greco Alexis Tsipras arrivava nel 2012 da quello che dal 27 gennaio scorso è il suo ministro delle Finanze, l’economista Yanis Varoufakis. Incarico: mediatore per conto di Atene con i creditori internazionali. Varoufakis, classe 1961, ha carisma. E’ già noto per l’atteggiamento non convenzionale, fa parte della banda degli “scravattati” di Syriza, le camicie sgargianti fuori dai pantaloni, la postura da bullo, la corporatura da palestrato, la faccia da schiaffi, i capelli rasati, il chiodo di pelle, e le sue corse sulla moto quadricilindrica Yamaha (modello Xjr1300, colore nero), bella evoluzione di una classica anni 90. Varoufakis fa parlare di sé per l’apparenza, per l’aria minacciosa di chi ha il compito di smacchiare la Troika, di chi dirà alla cancelliera Merkel “avanti Angela, dà un senso alla mia giornata” (come da copertina dell’Economist che cita l’ispettore Callaghan di “Coraggio... fatti ammazzare” interpretato da Clint Eastwood). Varoufakis è diverso dall’immagine offerta ai media. Dal giorno della nomina sta infatti assolvendo il compito di interprete assennato delle posizioni greche in tema di debito e riforme, cercando di spiegare – con interviste, post sui social network, ripubblicazione di articoli pescati dal suo blog (yanisvaroufakis.eu) – che la Grecia ha intenzione di ripagare i suoi debiti. Atene trattaterà per chiedere una pausa di quattro mesi, utili a trovare soluzioni innovative, e non accetterà ulteriori scadenze o vincoli programmatici. Varoufakis ribadisce di non essere un falco anti tedesco; da europeista ha spesso invocato un ruolo “realmente egemone” e non autoritario della Germania per il bene dell’Europa stessa, come gli americani fecero col piano Marshall. Ancora: la controversa retromarcia sulle privatizzazioni, come il porto del Pireo, non significa abdicare al processo di vendita, osteggiare il liberismo – la sua filosofia è un mix di marxismo aperto al libero mercato – ma di vendere a prezzi interessanti per lo stato anziché a sconto com’è finora avvenuto, ha detto alla Bbc. Varoufakis rivendica la sua natura “non estremista” – lo dipinge così solo il britannico Telegraph – mentre inizia il suo tour in Europa: lunedì ha ricevuto l’appoggio dei francesi, ieri l’accoglienza degli inglesi che chiedono “responsabilità”, oggi a Roma vedrà l’omologo Pier Carlo Padoan, anche se alla fine non ci sarànno conferenze stampa.

 

Essere “moderato” non vuol dire innocuo, dal punto di vista tedesco. Il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, intende prodursi in trattative bilaterali con i creditori di Atene spaccando la Troika nelle sue tre componenti – Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea –, trattando separatamente con loro e con i paesi membri, quindi isolare gradualmente Berlino. La portata della sfida all’Europa sulla carta è maggiore di quella franco-italiana, limitatasi all’ammorbidimento dei vincoli bilancistici. Un lavorìo “passo-dopo-passo”, riconosce il commentatore finanziario David Marsh, per convincere Italia, Francia, Spagna e Regno Unito che serve un piano di lungo termine per riportare la Grecia vicino alla crescita dopo anni di austerity.

 

La “Modesta proposta per risolvere la crisi dell’Eurozona” di Varoufakis – titolo del libro scritto con Stuart Holland, già consulente di Jacques Delors, e James K. Galbraith, figlio del celebre John – è “modesta” in quanto non vuole rivoluzionare le istituzioni europee, o crearne di nuove, ma giungere a una piena integrazione passando da un’Unione bancaria assecondata da una Bce proattiva, carica di bond sovrani, e da agenzie finanziarie, come la Bei, che spendano in progetti industriali dove c’è più bisogno. 

 

[**Video_box_2**]Si definisce “economista per caso” ma ha un curriculum ricco (tra l’altro è consulente per la casa di videogiochi Valve, interessata ai rapporti socio-economici online). Inizia da matematico-statistico, poi economista a Essex, poi Cambridge e Sydney, insegnante di Public Affairs alla University of Texas di Austin, ateneo pubblico con standard da Ivy League, ora all’Università di Atene. Una certa posizione accademica, unita a una fluente parlantina poliglotta – nazionalità greco-australiana –, condita dalla curiosità di ricercatore girovago (spesso in compagnia della moglie). E’ l’anti intellò-da-scrivania, capace di sfidare un dimesso nordico come il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeoren Dijsselbloem. Due anni fa ha realizzato un documentario per la Bbc in cui fa il reporter di strada, tra vicolacci e mercatini di frutta. Giacca di pelle d’ordinanza, interviste ai camalli del porto, al negoziante a rischio bancarotta, alla donna delle pulizie dell’università (“cari economisti, fate qualcosa di concreto”), tuffo nel degrado urbano, le “voci dei greci” attraverso le scritte sui muri. E poi – in parallelo – in viaggio a Francoforte, tra i banchieri che invocano l’uscita dall’euro di Grecia e Portogallo come soluzione migliore. Varoufakis imposta la narrazione sulla favola di Esopo “La cicala e la formica” – usa spesso i miti – per spiegare che l’austerità non danneggia le formiche tedesche ma pesa soprattutto sulle formiche greche, ci sono pure loro.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.