Alexis Tsipras

Mai fidarsi dei Greci

Alessandro Giuli

Da Catone ai giorni nostri, che cosa deve ricordare Frau Merkel quando tratta con gli insorti Elleni. Da sempre chiunque abbia avuto a che fare con loro da una posizione di dominio, fossero gli Achei dell’astuto Ulisse o i loro gracili discendenti delle poleis democratiche, si è sempre premurato di non accordare fiducia priva di caveat.

Evviva l’arconte Tsipras, d’accordo. Epperò mai fidarsi dei Greci, della loro umida facondia, delle loro promesse e delle loro indolenti rivendicazioni intrise di furbizia. E’ un’esagerazione, forse, ma fin dall’antico chiunque abbia avuto a che fare con loro da una posizione di dominio, fossero gli Achei dell’astuto Ulisse (dice niente il Cavallo di Troia?) o i loro gracili discendenti delle poleis democratiche, si è sempre premurato di non accordare fiducia priva di caveat. I Romani sopra tutti. In età repubblicana, Catone il censore parlava con famigliarità la lingua di Pericle ma faceva baruffa con gli Scipioni accusandoli di filo ellenismo, se non d’intelligenza con quella “stirpe indolente e indisciplinabile”. I catoniani ce l’avevano con la graia sensualità orientale, la passione per i simposii, la pederastia, il gusto querulo per i discorsi cesellati intorno al vuoto. Ben prima di Catone, Roma aveva cacciato dai propri confini i filosofi greci e i loro compatrioti medici, chiamati carnefici per via dell’inosabile ricorso al bisturi in una società che si curava a forza di cavolo e acque solforose. Bisogna immaginarseli, i discendenti di Romolo, ostili a qualunque astrazione mitologica, di fronte ai cavillosi cugini di Grecia, in cerca di protezione e sesterzi, tutti compresi nell’arieggiare l’eloquenza dei più celebri sofisti. Come Gorgia di Lentini, italiota dunque, che nel suo “Perì tou mè ontos” asseriva: “Nulla esiste, ma se anche qualcosa esistesse non potrebbe essere conosciuto; e se anche qualcosa esistesse e potesse essere conosciuto, non potrebbe comunque essere comunicato”. Roba da mettere la mano al gladio. Dice l’elleno: ma la Graecia capta di Orazio non era la madre dell’occidente? Così le piaceva mostrarsi, spesso creduta, pur di non ammettere d’aver ricevuto la sapienza dai Pelasgi italici in età protostorica, e la decadenza dei costumi dai vicini asiatici.

 

Quanto al valore militare, tolte le guerre persiane, Sparta e Tebe durarono l’espace d’un matin, e fu sempre Roma a liberare i Greci dalle falangi macedoni (oggi appare strano, ma Filippo II e Alessandro Magno erano percepiti dagli Elleni come barbari ubriaconi che tracannavano vino non temperato dall’acqua). Mirabile, nella sua spietatezza, quasi un prologo in cielo di quel che oggi le quadrate legioni di Frau Merkel vorrebbero infliggere all’arconte-demagogo Tsipras, è l’immagine di Lucio Cornelio Silla impegnato nell’assedio di Atene, caduta nelle mani del tiranno Aristione. Si era nel biennio 87-86 avanti l’èra volgare, la città di Socrate ostacolava Silla e la sua volontà di debellare l’insorto Mitridate VI re del Ponto. Sul più bello, quando il console stava per lanciare l’assalto, Aristione inviò i suoi compagni di bevute per intenerire l’assediante decantando le gesta di Teseo e Milziade. Volevano rinegoziare il debito. Il generale romano rispose: “Andatevene, cari signori, portandovi pure questi discorsi con voi, poiché io non sono stato inviato qui ad Atene dai Romani per imparare la sua storia, ma per domare i ribelli”. E fu strage di ateniesi (così narra Plutarco).

 

[**Video_box_2**]Dice ancora l’elleno: acqua passata ormai. Mica tanto. Solo pochi anni fa, trovandoci in Beozia, cogliemmo l’occasione per ricercare i resti di un monumento eretto dal generale Silla dopo la sua vittoria a Cheronea (sempre guerra mitridatica). Sperduti in una piatta, primaverile campagna beotica, finimmo per domandare ai nativi di un caffè isolato dove avremmo potuto incontrare i resti del trofeo sillano. Gli Elleni fecero i vaghi ma alla parola “Silla” si rabbuiarono ostili, con sguardi di rancore muto. E muti rimasero, salvi alcuni sussurri ringhianti. Il messaggio, nella lingua di Gorgia, era: qui non c’è sasso antico a ricordare Silla; se qualcosa c’è, trovatevelo; e se lo trovate, peggio per voi. Il monumento fu scovato. Un busto acefalo in lorica abbandonato fra le sterpaglie nel giardinetto di un museo archeologico sconosciuto. Il custode fu svegliato dall’ordine di aprire il cancello, ripulire il manufatto e metterlo in mostra. Obbedì. Il generale venne poi ricordato con un omaggio floreale. Nel frattempo qualcuno si premurava di sgonfiare le gomme dell’auto dei sillani. Mai fidarsi degli Elleni.

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