Un particolare della locandina di "Lo Hobbit, la battaglia delle Cinque armate", terzo e ultimo capito della saga di Peter Jackson, al cinema da oggi

Si fa presto a dire “Mondo di Mezzo”. Dare a Tolkien quel che è di Tolkien

Edoardo Rialti

Non deve essere stato facile scrivere di anelli magici, draghi, battaglie, nello stesso momento in cui immagini simili, e i miti cui attingevano, venivano evocati dall’altra parte del mare per uccidere, imprigionare torturare. Pure, fu proprio questo che accadde a J. R. R. Tolkien, che scrisse “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli” all’epoca in cui Hitler inneggiava a Sigfrido e alle saghe nordiche mentre cingeva d’assedio l’Inghilterra.

Non deve essere stato facile scrivere di anelli magici, draghi, battaglie, volendo narrare una storia commovente alla tua famiglia, ai tuoi amici, e forse al tuo paese, nello stesso momento in cui immagini simili, e i miti cui attingevano, venivano evocati dall’altra parte del mare per uccidere, imprigionare torturare. Pure, fu proprio questo che accadde a J. R. R. Tolkien, che scrisse “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli” all’epoca in cui Hitler inneggiava a Sigfrido e alle saghe nordiche mentre cingeva d’assedio l’Inghilterra.

 

In scala infinitamente minore, è sempre con un piccolo tuffo al cuore che sobbalzano in Italia molti studiosi e appassionati tolkieniani, quando, magari per l’iniziale equivoco del “Mondo di Mezzo” evocato dalle inchieste romane, temono di doversi nuovamente mettere a fare piazza pulita dell’arrugginito balletto idelogico che grava sulla ricezione di questi romanzi nel nostro paese. Un balletto che conosce le movenze dello “scaccia” di un certo snobismo di sinistra (leggere quel cattolico monarchico? Puah!) e dell’“arraffa” della destra evoliana (ah, le cavalcate dei popoli liberi contro l’oscuro potere tecnocratico, ah!) o di un certo allegorismo confessionale (“I cordially dislike allegory”, scrisse Tolkien, con la stessa educata ma incrollabile forza del “that’s not very funny” con cui un inglese ti raggela uno scherzo inappropriato). Ma, in concomitanza con l’ultimo adattamento cinematografico dello “Hobbit”, che chiude un ciclo di rinnovato successo mondiale cominciato proprio a inizio millennio, e grazie anche alla maturazione ulteriore dello stesso genere fantasy (quest’anno al Lucca Comics erano più i Jon Snow del “Trono di Spade” che gli Hobbit, e niente mette a fuoco un padre come la completa maturità e magari differenza dei figli) sono molti i segnali per cui anche in Italia ormai a Tolkien viene tributato il peso che merita. Magari da tagli, prospettive, letture diverse.

 

[**Video_box_2**]Basti pensare che nel 2013 era uscito “Difendere la Terra di Mezzo” di uno scrittore radicalmente impegnato come Wu Ming 4. Un libro che mostrava Tolkien in dialogo con Simone de Beauvoir sulla morte, riconoscendogli una posizione tutt’altro che escapista rispetto alle grandi sfide della contemporaneità: “Dobbiamo individuare un dovere, un viaggio da compiere, una battaglia da combattere… perché è ciò che dà senso alla nostra esistenza, che ci aiuta a scoprire noi stessi, a metterci alla prova, e ci impedisce di diventare l’ombra dei nostri padri e madri”. Ed è recentissima la pubblicazione di uno studioso domenicano come Claudio Antonio Testi, “Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien” (Edizioni Studio Domenicano) sulla vexata quaestio Tolkien pagano/cristiano. Si tratta di uno studio dettagliato come solo un discepolo del Doctor Angelicus saprebbe imbastire, capace di fornire una terza via per leggere l’impostazione antropologica, filosofica e teologica inerente alla scrittura di Tolkien.

 

Lo stesso Testi dirige, coadiuvato dall’associazione “Studi Tolkieniani”, la collana dell’editore Marietti intitolata “Tolkien e dintorni”, che ha messo a disposizione contributi internazionali (come l’erede allo scranno accademico di Tolkien, T. A. Shippey) che ormai fanno parte degli imprescindibili per chiunque voglia tentare un discorso non dilettantistico al riguardo (tra i vari titoli, segnaliamo l’appena uscito “Lo Hobbit. Un viaggio verso la maturità” di W. H. Green). E che ciò accada mentre ci sono già le gare per prenotare il biglietto per l’ultimo film – chi scrive ai tempi dell’università capeggiò come Brancaleone un piccolo esercito di cinquanta persone, facendo strabuzzare gli occhi alla signora allo sportello del “Gambrinus” di Firenze – è l’ennesimo segno che Tolkien e le sue storie sono state per il Novecento quello che Sofocle o Shakespeare hanno costituito in altri tempi e modalità: una voce letteraria così ricca, densa e stratificata da far dibattere filologi, traduttori e teologi, capace di ispirare musicisti e scrittori, senza per questo smettere mai di strappare un “Waow!” a chi ne incontri i personaggi sulla pagina. O al cinema. Perché è questa la vittoria dei bardi.

 

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