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“Smettetela, il lavoro c’è”. Chef stellato contro l’Italia degli aperitivi in pigiama

E’ sicuro di voler dire quello che sta per dire? “Certo”. Allora diciamolo. “Non è vero un cazzo. Gli italiani pensano di vivere in un paese in cui non esiste lavoro ma non riescono a capire che il problema è più sottile e mi verrebbe da dire drammatico.

18 Novembre 2014 alle 06:30

“Smettetela, il lavoro c’è”. Chef stellato contro l’Italia degli aperitivi in pigiama

Un frame di "Promettimi che non lavorerai mai", trasmesso dalla trasmissione "Anno Uno" e girato da "The Jackal"

Roma. E’ sicuro di voler dire quello che sta per dire? “Certo”. Allora diciamolo. “Non è vero un cazzo. Gli italiani pensano di vivere in un paese in cui non esiste lavoro ma non riescono a capire che il problema è più sottile e mi verrebbe da dire drammatico. Non è vero che in Italia non c’è lavoro, non è vero che non ci sono posti di lavoro, non è vero che tutto il mercato è bloccato. E invece vero che c’è un problema diverso: che in Italia non c’è il lavoro che mediamente gli italiani sognano di fare”.

 

Antonello Colonna (nella foto) è un famoso chef stellato e imprenditore romano, lavora da trent’anni nella ristorazione e considera l’universo del cibo, con tutte le sue sfumature, uno specchio in cui l’Italia dovrebbe riflettersi e riflettere per capire perché i dati sulla disoccupazione e sull’occupazione sono spesso falsati e perché nel nostro paese esiste una classe di pigiamados e di “professionisti dell’aperitivo” che si comporta esattamente come il protagonista del cortometraggio mandato in onda giovedì scorso su La7 ad “AnnoUno”: con quel ragazzone di trent’anni abituato all’ozio bamboccione preso dal panico dopo essere stato raggiunto da un’offerta di lavoro.

 

Perché proprio a me? “L’Italia è il paese del limbo sociale dove la percezione di quel che si vorrebbe fare è drogata da un sistema mediatico che indirizza i ragazzi verso percorsi spesso impossibili da realizzare. E’ la sindrome Master Chef: oggi tutti vogliono fare i grandi cuochi stellati ma quando un cuoco cerca un cameriere qualificato non lo trova nemmeno a peso d’oro perché l’idea oggi è che per arrivare al vertice di una piramide non sia necessario scalare la piramide gradino dopo gradino ma sia ormai doveroso provare ad arrivare in cima alla piramide facendosi lanciare con un paracadute. Purtroppo non funziona così e spesso i grandi chef prima di diventare chef devono fare tutta la trafila dal basso così come i grandi stilisti non possono diventare tali se prima non iniziano a utilizzare con intelligenza un po’ di ago e un po’ di filo. Da questo punto di vista i dati sul lavoro e sulla disoccupazione non sono veritieri perché una parte dei non occupati italiani non trova un’occupazione per una ragione semplice: non studia bene i movimenti del mercato. Siamo un paese di apprendisti cuochi, di apprendisti registi, di apprendisti attori, che si rifiuta di partire dal basso, e che si rifiuta di capire che fare il calzolaio oggi può significare diventare un domani, chi lo sa, il nuovo Ferragamo. Nel mondo del cibo, così come all’interno di altri universi lavorativi, manca la specializzazione. La figura del cameriere per molti anni è stata un simbolo del nostro paese, fa parte della nostra identità: i più grandi maître sono nati a Sorrento e dintorni, poi li ritrovavi nei ristoranti di tutto il mondo. Oggi queste figure mancano. E non sono le sole che mancano all’appello”.

 

Pochi mesi fa, ricorda Colonna, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha pubblicato una ricerca significativa focalizzata sulle opportunità lavorative non sfruttate dai non occupati del nostro paese. Secondo la ricerca, nel primo trimestre del 2014 risultano essere circa 35 mila i posti disponibili che nessuno ha cercato e che nessuno ha accettato – 10 mila infermieri, 6 mila pizzaioli, 5 mila commessi, 2.400 camerieri, 1.900 parrucchieri ed estetiste, 1.350 elettricisti, 1.400 tecnici informatici e telematici. Dati simili a quelli pubblicati lo scorso anno dall’Istat – “In Italia ci sono circa 150 mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare”. E dati simili a quelli che emergono periodicamente dalle indagini delle Camere di commercio – vedi il caso della Camera di commercio di Monza e della Brianza, che giusto un mese fa ha ricordato che nell’ultimo anno nel suo territorio non sono stati assegnati il 44,4 per cento dei posti di lavoro offerti nel settore della moda, il 71,4 per cento dei posti di lavoro offerti nel settore delle tappezzerie, il 77,8 per cento dei posti di lavori offerti nel settore della lattoneria. “L’Italia del pigiama – conclude lo chef – è un’Italia che vive in un regime assistito di assenteismo sociale in cui lo stato non permette a chi cerca lavoro di mettersi gli occhiali e indovinare la giusta direzione da prendere e in cui chi cerca lavoro non capisce che il modo peggiore per mettersi in gioco è quello di non accettare le sfide. Il mondo è diverso da come ce lo raccontano la tv, i giornali e i reality. Perché oggi, che ci si creda o no, si può diventare grandi anche puntando la propria vita su una porchetta di Ariccia”.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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