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Italia in pigiama e divano come posto fisso: la verità in un corto de La7

Uno strepitoso cortomeraggio fu trasmesso giovedì scorso su La7 nel programma di Giulia Innocenzi, "Anno Uno", che ha sostituito Santoro (l’ho trovato sul web). Un ragazzone di trent’anni abituato all’ozio bamboccione viene raggiunto da un’offerta di lavoro, un posto fisso. Panico: com’è possibile una cosa simile in Italia?

16 Novembre 2014 alle 12:00

Italia in pigiama e divano come posto fisso: la verità in un corto de La7

Uno strepitoso cortomeraggio fu trasmesso giovedì scorso su La7 nel programma di Giulia Innocenzi, "Anno Uno", che ha sostituito Santoro (l’ho trovato sul web, eccolo).

 

 

Un ragazzone di trent’anni abituato all’ozio bamboccione viene raggiunto da un’offerta di lavoro, un posto fisso. Panico: com’è possibile una cosa simile in Italia? Perché mai ora si dovrebbe pensare al futuro, in un paese in cui, come gli ricorda un amico, nessuno pensa mai al futuro? La fidanzata lo schiaffeggia e gli ingiunge: “Giurami che non lavorerai mai!”. La mamma piange inconsolabile. Il padre gli ricorda adirato che non lo ha fatto certo studiare perché si mettesse poi a lavorare: “Un laureato deve stare per la strada. Il tuo posto fisso è il divano”. Trasformatosi da ragazzo in felpa a impiegato in giacca e cravatta, tentato dal conto in banca, dall’autonomia e dal matrimonio in una casa propria, lasciando soli e  disperati i genitori, il trentenne incorre in una sublime manifestazione del sindacato o lista “Italia in pigiama”: gli danno di venduto, come la fidanzata che lo chiama “puttana di stato”, uno che lavora e si fa anche pagare.

 

Questo corto dovrebbe essere premiato, trasmesso nelle scuole, e ritrasmesso in tv a cura della presidenza del Consiglio, con abbondanti sovvenzioni pubbliche e di Confindustria perché le menti libere che lo hanno concepito e realizzato possano insistere nel filone d’oro della presa per il culo dei miti italiani poveraccisti. Poi bisognerebbe farlo a pezzettini digitali e darlo da mangiare e digerire a Landini e alla Camusso. L’ironia è cinica ma aiuta a conoscere, e la conoscenza non è mai cinica. Serve a vivere in modo autentico. Non so come sia venuto fuori un team da sogno capace di produrre in prima serata e di trasmettere una simile esplosiva verità, l’Italia in pigiama, cose degne di Arbasino e di Manganelli e di Michele Masneri, e per di più sociologia colta e perspicace, attiva, politica. Tutti i vaffanculo farlocchi di Grillo e milioni di metri cubi di programmi tv social-trash e di scioperi sociali vengono seppelliti dalla risata amara, in pigiama, eruttata come una verità splendente nella sua irrecusabilità dal divano come posto fisso di uno che non deve mai pensare di lavorare e per di più di farsi pagare.

 

[**Video_box_2**]Forse ha ragione l’Economist: dice che avevamo appena cominciato a tagliuzzare tasse e spese con la legge di stabilità (imperfetto nelle misure, ma “an expantionary 2015 budget”), e a fare una riforma passabile del mercato del lavoro, e subito siamo di nuovo alle prese con elezioni al Quirinale, accordi politicisti e campagne politiciste contro accordi sgraditi, spazi per i piccoli nella legge elettorale (”it was nice while it lasted”, bello finché è durato). Forse hanno ragione Alesina e Giavazzi, semidei, che definiscono il budget di Padoan e Renzi “una manovra partita con buone intenzioni ma irrilevante per la crescita”. Sicuramente hanno ragione quei grandi artisti “sociali”, regista, sceneggiatore, produttore, che in un corto mettono gli italiani in pigiama di fronte alle loro responsabilità: il mondo com’è, arricchendosi contro la stagnante povertà del secolo scorso non globalizzato, affonda l’Italia come vuole essere, improduttiva, cazzeggiona, scioperaiola, protetta, corporativa, e per di più travestita da organismo protestatario minaccioso violento radicale antagonista e chi ha più balle da mettere nel sacco ce le metta.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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