Raffaele Fitto e Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Gli antinazareni

La fronda al Cav. ha le sue ragioni, non tutte confessabili

Salvatore Merlo

E’ un universo disarticolato, puntiforme, a geometria variabile, la cosiddetta  “fronda” antinazarena dentro Forza Italia. “Non c’è solidarietà e ciascuno è frondista a modo suo”, scherza Maurizio Bianconi, tesoriere del Pdl in liquidazione, membro dell’ufficio di presidenza riunitosi ieri per decidere cosa fare del patto con Renzi.

Roma. E’ un universo disarticolato, puntiforme, a geometria variabile, la cosiddetta  “fronda” antinazarena dentro Forza Italia. “Non c’è solidarietà e ciascuno è frondista a modo suo”, scherza Maurizio Bianconi, tesoriere del Pdl in liquidazione, membro dell’ufficio di presidenza riunitosi ieri per decidere cosa fare del patto con Matteo Renzi. E dunque Raffaele Fitto, che ieri ha pranzato a Palazzo Grazioli con Berlusconi prima della riunione allargata, è il capo riconosciuto del gruppo più consistente: tredici deputati e senatori – tra i più noti: Renata Polverini e Paolo Sisto – che si riuniscono a Montecitorio, nei corridoi di Palazzo Madama, nell’aula dei gruppi, nei ristoranti intorno al Parlamento, quasi una corrente organizzata. “L’unico gruppo che ha forse  un disegno politico”, dice Fabrizio Cicchitto, lui che il Castello di Arcore lo conosce bene. “Ma lì dentro, in Forza Italia, si è innescata una di quelle meccaniche tipiche di corte. Una cosa che di solito li porta a fare sciocchezze”, racconta Cicchitto, “perché Fitto ha un progetto più o meno politico. Cioè si propone come leader. Ma gli altri un progetto non ce l’hanno e nemmeno sono coalizzabili intorno a Fitto. Gli altri sono mossi dalla gelosia per Verdini e per Renzi, e un po’ sono mossi anche dalla noia: non hanno niente da fare… allora vanno in ordine sparso, ciascuno inseguendo una sua ubbìa, una sua assurda ambizione”.

 

E dunque ci sono gli uomini del Castello e dell’azienda: Giovanni Toti, Paolo Romani, Marcello Fiori, Deborah Bergamini, “che soffrono il ruolo di Verdini. E vorrebbero rompere con Renzi per poi essere loro a trattare con lui”. Poi ci sono gli “annoiati”, come Renato Brunetta, “che se non gli lanci un osso poi finisce che se la trova lui qualcosa da spolpare. Nel caso specifico Renzi”. O come Augusto Minzolini, “che era direttorissimo e ora è un senatore qualunque”, o Maurizio Gasparri, che faceva il capogruppo nella passata legislatura “e adesso è  meno impegnato di prima”. Dice Giovanni Orsina, politologo della Luiss: “Intorno a Berlusconi c’è la solita dinamica del cerchio magico. Un movimento che non mette capo a nulla. Tra di loro non ci sono solidarietà ma invidie, dunque si muovono male. E il padrone, nel caos impiegatizio, li governa”.

 

Daniela Santanchè, amica di Verdini, da tempo ripete che tutto il tramestio intorno al patto del Nazareno, tutte le lamentele e  le piccole minacce parlamentari, trovano un’unica spiegazione: “Cazzetti personali”, dice. Moventi che non preoccupano troppo Berlusconi, lui che del partito è sempre il padrone, lui che, dice la Pitonessa, “nell’ufficio di presidenza ha la maggioranza assoluta”, malgrado all’interno di quest’organo dalle funzioni così indistinte facciano tuttavia parte parecchi degli uomini che agitano la fronda. In ordine sparso: Paolo Romani, Renato Brunetta, Niccolò Ghedini, Raffaele Fitto, Giovanni Toti, Marcello Fiori, Daniele Capezzone, Deborah Bergamini, Maurizio Gasparri, Mariastella Gelmini, Maurizio Bianconi, Rocco Palese, Renata Polverini e Gianfranco Rotondi. “Ma secondo voi quanti di questi voterebbero mai contro il loro Cavaliere?”. Forse nessuno. Dice Orsina: “Il personale politico di Forza Italia è ontologicamente incapace di fare politica, perché fare politica presuppone autonomia. E quella non c’è, non c’è mai stata. Al massimo, di fronte al capo, loro mugugnano. E forse soltanto Fitto può sventolare un argomento incontestabile, può mostrare i muscoli, dire che lui qualche voto ce l’ha: trecentomila preferenze alle ultime elezioni europee.

 

[**Video_box_2**]Non è un caso se Berlusconi ha voluto incontrare Fitto e non gli altri. Ma intorno a Fitto non si coalizza tutto l’ufficio politico di Forza Italia. E lui rimane minoranza”. E insomma non si possono mettere insieme Fitto e Brunetta, Fitto e Romani, Fitto e Gasparri, Fitto e Minzolini, Fitto e Toti: “figurarsi”, ride Cicchitto. “Fitto punta alla leadership”, dice Orsina. “Lui chiede le primarie, vuole ristrutturare Forza Italia per farne una forza politica scalabile. E non è nemmeno contrario al patto del Nazareno, purché il patto si trasformi in un’occasione per rilanciare il centrodestra, per trasformarlo, per superare Berlusconi. Mentre gli altri stanno in un modello Berlusconi-centrico”. E infatti dicono che Romani sia scontento del Nazareno semplicemente perché il nuovo triangolo Verdini-Gianni Letta-Fedele Confalonieri lo esclude. E dicono che Brunetta non sopporti Renzi perché Renzi non lo vuole vedere nei corridoi del Nazareno. E raccontano pure che Toti e Marcello Fiori si sentano defraudati del loro ruolo di “gens nova” dal debordante Verdini, e dunque attaccano Renzi. “E’ forse politica questa?”, si chiede Orsina. Conclude Cicchitto: “Berlusconi e l’azienda un’idea ce l’hanno. Loro vogliono guadagnare tempo e tenere Berlusconi al centro dei giochi. Questo è un piano. Tutt’intorno a loro, in Forza Italia, si muove invece una melassa senza progetto. Ed è fatale che la fronda si spenga”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.