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Lavorare costa

E’ intorno al concetto dinamico di rischio che si deve operare una buona riforma del mercato

12 Ottobre 2014 alle 06:00

Lavorare costa

Foto LaPresse

Luca Ricolfi ha esposto con un articolo sulla Stampa (8 ottobre ) una proposta per determinare un immediato aumento dell’occupazione senza costi per il bilancio dello stato. La proposta si basa sull’idea, fino a questo punto non nuova, che una riduzione sensibile del costo del lavoro, via detassazione fiscale o contributiva, avrebbe un impatto rilevante sulla propensione ad assumere. La parte nuova della proposta sta nel fatto che essa si basa su una ricerca quantitativa sulla reazione positiva delle imprese a un eventuale ribasso del costo del lavoro di nuovi assunti e sulle implicazioni di questa reazione sulla possibilità di finanziare, senza costi per il bilancio dello stato, la detassazione necessaria a provocare le nuove assunzioni.

   

La proposta, denominata job-Italia, si basa sul fatto che, in base alla ricerca menzionata, un’azienda disposta ad assumere per ipotesi 10 lavoratori addizionali a legislazione vigente ne assumerebbe il doppio qualora la busta paga, cioè la retribuzione netta percepita dal lavoratore, fosse non il 50 per cento del costo aziendale ma l’80 per cento. Secondo la proposta, questo 20 per cento aggiuntivo, rispetto al salario netto in busta paga, sarebbe destinato a pagare l’Irpef del lavoratore e parte dei contributi sociali. Lo stato dovrebbe coprire la parte restante dei contributi sociali affinché il lavoratore non abbia una minore copertura contributiva. I calcoli di Ricolfi sono che l’occupazione aggiuntiva produrrebbe un gettito addizionale di entrate che coprirebbe ampiamente il costo derivante dal minore gettito contributivo. Questo tipo di contratto si dovrebbe applicare, secondo la proposta, solo ai nuovi assunti che risultino addizionali rispetto al numero già occupato nell’impresa, per un periodo massimo di quattro anni e per salari netti tra i 10 e i 20 mila euro. Richiamiamo questo studio, sia perché interessante in sé, sia perché indica un metodo di lavoro. Ovviamente, se uno vuole, si possono avanzare tante possibili obiezioni, come quasi su ogni proposta. Se la reazione positiva delle imprese non fosse così ampia un costo vi sarebbe, perché la detassazione contributiva opererebbe su assunzioni che si sarebbero in ogni caso verificate. Forse è da approfondire cosa accadrebbe dopo i quattro anni. Ma è anche vero che qualcosa si deve fare, anche tenendo conto dei vincoli in cui si opera. La vera questione è uscire dai calcoli statici ragionieristici.

   

Nel caso in questione si potrebbe determinare un deficit temporaneo o forse no, ma l’analisi si deve basare su una dinamica attesa. D’altra parte le previsioni ordinarie di bilancio e di crescita cui siamo abituati si rivelano ex post talmente divergenti dagli eventi che non ci sembra che non si possa affrontare il rischio insito in ogni previsione, se fondata, quando si tratta di varare qualche provvedimento sensato. Ma vi è un aspetto della sua proposta che lo stesso Ricolfi non sottolinea abbastanza e che è importante per rispondere alla domanda sul cosa succede dopo i quattro anni, problema insito in ogni provvedimento temporaneo. Aprire un’impresa o ampliarla è rischioso, ancora di più lo è con aspettative negative sull’economia. La proposta di Ricolfi è interessante, secondo noi, proprio perché entra nella categoria di provvedimenti tesi a ridurre il rischio e non a sostenere con aiuti l’impresa. Ciò giustifica il provvedimento limitato ai nuovi assunti per distinguerlo da quelli tesi a ridurre in generale il costo del lavoro. In fondo, più aumenta il numero di assunzioni più aumenta progressivamente il rischio per l’impresa che la decisione non si riveli fruttuosa in termini di risultati attesi. Quindi la tendenza è di attestarsi sul livello più basso possibile di occupazione. In questa categoria di provvedimenti, d’altra parte, entra anche l’abolizione dell’articolo 18, la cui ratio è, appunto, ridurre il rischio d’impresa, non ridurre il costo del lavoro o minacciare i diritti sul lavoro.

     

Il limite della proposta di Ricolfi - E’ intorno al concetto dinamico di rischio che si deve operare. Negli anni Ottanta, quando ci fu il grande dibattito negli Stati Uniti sul “productivity slowdown”, fu avanzata la proposta di ridurre le tasse sui profitti delle imprese che avessero aumentato la produttività. L’idea era che non si dovesse aiutare l’impresa decotta o in difficoltà a sopravvivere ma spingere le imprese a innovare e ad avere successo. Ma poiché solo ex post si può vedere chi è riuscito ad aumentare la produttività, la soluzione proposta era quella di non abbassare ex ante il rischio d’impresa ma di aumentare ex post il premio al rischio. La proposta di Ricolfi sul lavoro addizionale anche se agisce ex ante rappresenta già il premio a un’azione compiuta, quella di assumere nuovi lavoratori, ma perché non studiare un premio al rischio con una detassazione successiva, sui profitti, collegata al successo dell’impresa, cioè con il passaggio dal contratto job-Italia al contratto ordinario reso possibile, evidentemente, dall’aumento di produttività ottenuto nel frattempo?

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