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Lavorare a fatica

Giuseppe De Filippi

Ecco perché il compromesso (perfettino) sulle tutele crescenti non risolve l’apartheid del lavoro.

Roma. Le tutele crescenti funzionano, ci viene spiegato, perché rendono graduale, con gli anni di lavoro, il raggiungimento della piena protezione del lavoratore contro i licenziamenti. Si parte leggeri, senza troppo impegno da parte del datore di lavoro, e si arriva via via alla situazione oggi garantita dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con il reintegro dell’impiego sancito dal tribunale. All’inizio ci sarà più disponibilità ad assumere, perché c’è meno rigidità in uscita e poi, di contro, si proteggeranno i lavoratori più maturi, per garantire che le aziende non ricorrano a licenziamenti spietatamente legati alla maggiore produttività e al minor costo associati ad un lavoratore più giovane. L’uovo di Colombo sta in piedi? Non è detto.

 

C’è subito il problema di stabilire quando le tutele crescono. Si ragiona su varie soglie in questi giorni. Ad esempio tre anni di lavoro dipendente per arrivare al primo gradino di protezione rafforzata (con anche l’obbligo, foriero di quintali di carta bollata, che si vorrebbe imporre alle aziende di “restituire gli incentivi” ricevuti in caso di licenziamento del lavoratore in tempi troppo brevi) e dieci anni per arrivare al traguardo dell’articolo 18 o simile strumento. Tutto troppo logico, troppo perfettino. Assomiglia al meccanismo che, sempre con ottime intenzioni in ogni caso specifico, ha portato, nel campo fiscale, a creare la più intricata giungla di esenzioni, detrazioni, deduzioni, ricorsi alle commissioni, mai vista al mondo.

 

Il rischio è simile nel mercato del lavoro e creerebbe un dramma. Con la segmentazione dell’offerta e il permanere della tribunalizzazione dei rapporti lavorativi. I mitici neoassunti contro quelli con tre anni e un giorno di anzianità lavorativa, i prossimi alla pensione contro tutti, quelli che entrano nel nono anno, e quindi sono nell’ultimo anno di licenziabilità (a prendere per buona la soglia dei dieci anni) e possiamo immaginare con che ansia vedrebbero passare i giorni. Proviamo a fermarci qui e a fare un esercizio da antiche scuole di retorica.

 

Vediamo gli argomenti a favore del meccanismo esattamente rovesciato e scopriamo che, a tavolino, nel mondo logico e perfettino, anche le tutele decrescenti (nostra invenzione) sembrano funzionare.

 

[**Video_box_2**]Ecco perché. Nel sistema rovesciato il giovane lavoratore per i primi tre anni non sarà licenziabile, e potrà perciò ottenere il reintegro dal tribunale (così si risparmia anche sulle liti giudiziarie tra stato e aziende sugli incentivi da restituire). Poi, dopo tre anni, comincerà a uscire dalla protezione totale. Sarà quindi licenziabile, ma con una compensazione economica. E nel corso degli anni il costo del licenziamento (pagando il risarcimento) diventerà comunque più rilevante, perché saranno minori gli anni residui di lavoro e soprattutto perché le aziende, malgrado ciò che si dice, non hanno alcun interesse a privarsi di lavoratori esperti, che conoscono i meccanismi produttivi, che possono trasferire conoscenze.

 

 

Un piccolo ragionamento a rovescio, insomma, e si vede che nell’idea delle tutele crescenti (come nelle tutele decrescenti) c’è un eccesso di interventismo. E c’è il retaggio del modo di funzionare dell’attuale mercato del lavoro. E’ come se avessimo interiorizzato l’idea che all’avvio del percorso lavorativo si debba soffrire. E quindi l’inizio deve essere precarizzato e via via ci si stabilizza. Ma questa segmentazione, penalizzante per chi entra, non è ineluttabile, anzi. Il sistema diventa efficiente solo quando non distingue più tra chi entra e chi è già dentro. Quando semplifica, quando esce dalla tribunalizzazione ed entra nella realtà.